Marx era ostile alla Russia e allo zarismo per il loro dispotismo che schiacciava le popolazioni soffocandone ogni libertà politica e sociale, nonchè per il loro imperialismo sfrenato, espansionista e altamente aggressivo: e su questo scrisse ripetutamente, anche con una furia emotiva che qua e là sembrava sfociare in forme di strisciante razzismo. Ma la cosa che rende interessante e attuale, almeno ai mei occhi, tale odio e tali scritti, spesso furenti, è il fatto che l’uno e gli altri appaiono motivati dalle stesse ragioni per cui meritava ieri di essere combattuta e avversata la Russia di Stalin e, oggi, quella di Putin, con una serie di impressionanti analogie che possono far ipotizzare che un Marx redivivo avrebbe riservato analoghe ostilità verso l’ultimo secolo della politica dittatoriale e imperialista sovietico-russa.

Le analogie tra l’avversione di Marx allo zarismo e quella attuale al putinismo (e ieri allo stalinismo)

Marx odiava la prepotenza con la quale Mosca minacciava i vicini e l’Europa. La odiava in quanto bastione della conservazione e dell’autoritarismo, nemico giurato delle aspirazioni democratiche e di indipendenza dei popoli. Ne denunciava le ambizioni territoriali nei confronti dei vicini e l’ingerenza sistematica nella politica europea a sostegno dei reazionati estremi. Criticava con veemenza fin esagerata la debolezza dell’Occidente nell’opporsi all’espansionismo e alla minaccia russa. Per lui l’impero zarista era un vero e proprio impero del Male (Siegmund Ginzberg)”. Le analogie e i ricorsi storici (quel “ritorno del sempre uguale”) che stendono un “filo nero” robustissimo, peraltro rivendicato dagli stessi protagonisti al potere, tra zarismo, stalinismo e putinismo, non possono non colpire e sorprendere anche i non addetti ai lavori storici più specialistici. I testi fondamentali in cui Marx spiegò e motivò la sua decisa ostilità verso la Russia e lo zarismo “dispotico, oppressivo, reazionario, espansionista e bellicista“, tutti suoi aggettivi, sono Rivelazioni sulla storia diplomatica del diciottesimo secolo (1856-1857) e la raccolta di articoli La questione di Oriente, pubblicati sul New York Daily Tribune tra il 1853 e il 1856. Nel primo testo Marx offriva una panoramica, spietata e massimamente severa, sul potere russo, sulla cui genesi poneva un macigno storico colossale, ritenendolo cioè il risultato di una lunga e “servile sottomissione alla dominazione mongola“, dalla quale gli Zar avrebbero dedotto e riprodotto i propri metodi di dominio oppressivo ed espansionista. Scriveva Marx in pagine di polemica infuocata: “La Russia è nata e si è formata nella fangosa schiavitù del giogo tartaro. Ha raccolto le sue forze solo diventando una virtuosa nell’arte della sottomissione… Anche dopo essere stata emancipata, la Russia ha continuato a recitare la sua parte tradizionale di schiava divenuta padrona. La politica russa è immutabile. I suoi metodi, le sue tattiche, i suoi stratagemmi possono cambiare, ma la stella polare della sua politica – il dominio del mondo – è una stella fissa”. E ce n’era, a profusione e con severo accanimento, in particolare per Pietro il Grande, lo Zar preferito, e massimo modello, di Putin: “Pietro il Grande ha fuso l’abilità politica dello schiavo mongolo con le fiere aspirazioni del padrone mongolo, al quale Gengis Khan aveva lasciato nel suo testamento la conquista del mondo“. Marx dedicò un particolare studio alle strategie di Pietro il Grande e alla sua volontà di dominio mondiale. Lo fece usando l’enorme collezione di libri, di manoscritti e soprattutto di corrispondenze diplomatiche che potè consultare nella  sala di lettura del British Museum – nel periodo di elaborazione del primo volume del Capitale: il materiale gli serviva non solo per il dibattito politico ma anche per gli articoli giornalistici che gli davano di che campare – e, in particolare per il tema che stiamo trattando, fece buon frutto dei dispacci degli ambasciatori brtannici alla corte di San Pietroburgo, durante il dominio di Pietro il Grande sulla Russia. 

Nello specifico, Marx vedeva, ad esempio nella scelta di Pietro il Grande di spostare la capitale russa da Mosca a San Pietroburgo nel 1712, il simbolo di un grande disegno di conquista mondiale. “San Pietroburgo è la finestra dalla quale la Russia può spaziare sull’Europa intera“. Marx riteneva che Pietro il Grande intendesse  modificare l’aspetto esteriore di quello che Marx considerava la massima forma, insieme all’impero cinese e a quello turco, del “dispotismo asiatico” tipico di società (da lui definite anche “idrauliche orientali“) fondate su una gigantesca casta burocratica e sul lavoro semi-schiavistico di decine (o centinaia) di milioni di individui che vivevano nella più profonda miseria e sottomissione. Marx giudicava massimamente aggressivo ed oppressivo lo Zar Pietro, tanto più in quanto egli intendeva “modernizzare” e “europeizzare” la Russia non per far star meglio il proprio popolo ma per trasformare la Grande Russia nella massima potenze del Baltico, cioè “russificando l’Europa, mentre la Russia si europeizza“.  

Una cosa  Pietro il Grande la fece bene: attirare mano d’opera, soprattutto cervelli stranieri. Pagandoli bene e trattandoli con meno disprezzo di come Stalin trattava la sua Internazionale Comunista, manipolandola ad esclusivo interesse della Russia. Caterina II si era accattivata il meglio dell’intellighenzia illuministica d’Europa, gente del calibro di Voltaire e Diderot. Fu un napoletano a conquistarle la Crimea e costruirle Odessa. Nell’impossessarsi delle province baltiche, lo Zar Pietro si impossessò immediatamente di quel che gli serviva… Col pugno di ferro contro il dissenso all’interno, intimidendo alleati e Stati vicini, usando spregiudicatamete le tecnologie e il know how dell’Occidente, la diplomazia, la complicità inconfessata. (Siegmud Ginzberg)”.“Merito” che Marx non faticò a riconoscergli, pur mettendo in guardia dall’estrema pericolosità per l’Europa e per il mondo intero di tale operato, scrivendo: “Le province baltiche gli diedero non solo i diplomatici e i generali, i cervelli con cui esercitare la sua azione politica e militare sull’Occidente, ma anche uno stuolo di burocrati, insegnanti, istruttori che addestrassero i russi ad una parvenza di civiltà che gli consentisse di usare gli strumenti della tecnologia occidentale, senza però impregnarli delle loro idee”.

Non c’é da meravigliarsi se la durezza dell’avversione all’imperialismo russo zarista e alla sua dittatura interna, così riprodotta, mutatis mutandis, dall’Unione Sovietica staliniana, abbia indotto Stalin stesso – che peraltro ammirava lo zarismo imperalista e aggressivo e l’idea fondante della Grande Madre Russia, pur se le sue simpatie, piuttosto che a Pietro il Grande, si rivolgevano al cinquecentesco Ivan il Terribile – ad imporre la censura e la cancellazione di queste opere, e soprattutto delle Rivelazioni sulla storia diplomatica del XVIII secolo, dalle edizioni sovietiche complete delle opere di Marx ed Engels: anche al cittadino più sprovveduto politicamente le analogie tra lo zarismo denunciato da Marx e lo stalinismo sarebbero apparse clamorose; e, data l’esaltazione formale e agiografica del marxismo, operata allora quotidianamente in URSS, il contrasto tra la “predicazione” e la realtà sarebbe apparso solare. Accortezza, tale censura, non più necessaria ovviamente per il putinismo, che di marxismo smise di parlare fin dalla sua prima “incoronazione”, figuriamoci il proporre nella propaganda le opere complete di Marx ed Engels: ma non c’è dubbio che in quel “attirare cervelli stranieri, pagandoli e trattandoli bene, manipolandoli ad esclusivo interesse della Russia. .accattivandosi il meglio dell’intellighenzia d’Europa, col pugno di ferro contro il dissenso all’interno, intimidendo alleati e Stati vicini,usando spregiudicatamete le tecnologie e il know how dell’Occidente, la diplomazia, la complicità inconfessata” si vede anche il volto pluridecennale del putinismo. Quel suo miscelare la ferocia contro il dissenso interno, e l’eliminazione diretta, fisica, degli oppositori, con le blandizie verso l’intellettualità europea, di “sinistra” e di destra, manipolandola, usandola ad esclusivo interesse della potenza russa e del rinnovato tentativo neo-zarista di rifare la Grande Russia, minacciando ed invadendo gli Stati vicini, usando le tecnologie più avanzate, informatiche e comunicative dell’Occidente contro l’Occidente stesso, abbondantemente “infiltrato” con una propaganda multiforme e spregiudicata.

Sul terreno delle analogie tra la descrizione, decisamente ostile, che Marx fa della Russia zarista e l’operatività della Russia staliniana e ancor più di quella putiniana, balza agli occhi ad esempio il rilievo, quasi ammirato, che Marx dà alla capacità zarista di fondare il proprio potere su un’alleanza, reciprocamente vantaggiosa, con la Chiesa ortodossa russa: esattamente la stessa operazione effettuata con successo da Putin, laddove il “pope” Kirill ha avuto un ruolo di primo piano nel sostegno ultradecennale al regime, prima e soprattutto dopo l”invasione dell’Ucraina, e al presunto “irredentismo” delle regioni russofone negli ultimi cinque anni. Così come risalta il parallelismo tra la lotta odierna del popolo ucraino contro l’invasore putiniano e quella dei nazionalisti polacchi (che analizzeremo più avanti) contro il dispotismo e l’imperialismo zarista, fortemente sostenuta ed esaltata da Marx, convinto che, oltre all’espansionismo di conquista territoriale verso l’Europa, lo zarismo intendesse anche svolgere un ruolo reazionario contro i processi rivoluzionari o comunque riformisti e democratici in atto o in fieri nel continente.   

I paralleli tra l’aggressione russa alla Crimea e alla Turchia (1853) e quella odierna all’Ucraina 

A quest’ultimo proposito l’analogia diventa ancora più calzante se si analizza la posizione nettissima assunta da Marx ed Engels nei confonti della guerra di Crimea, che li vide condannare con il massimo vigore l’aggressione russa ai Principati danubiani, alla Crimea e alla Turchia, sostenendo addirittura la necessità dell’intervento armato nel conflitto da parte delle principali potenze europee a fianco della Turchia, pur da essi vituperata come paese reazionario, dispotico e imperialista al pari della Russia. E’ il caso di ricordare come nel periodo (anni ’40 e ’50 dell’Ottocento) di massima espansione e potenza europea della Russia, vista con grande preoccupazione dalle altre potenze europee e segnatamente da Francia e Gran Bretagna, maturò l’esplosione della guerra di Crimea tra l’Impero russo, da una parte, e quello ottomano, sostenuto, dopo pochi mesi dall’esplosione del conflitto, da Francia, Inghilterra e, successivamente, persino da un contingente militare del Regno di Sardegna. Il casus belli fu la pretesa dello zar Nicola I di imporre un protettorato russo su tutte le popolazioni di lingua russa e/o religione cristiano-ortodossa facenti parte dell’Impero ottomano (non ricorda analoga pretesa putiniana di imporre simili diktat allo Stato indipendente ucraino, e in particolare un simile “protettorato” sulle popolazioni ucraine di lingua russa?). Di fronte al rifiuto turco, sostenuto peraltro da una Francia assai preoccupata dall’espansionismo zarista verso il Mediterraneo, Nicola I dichiarò guerra di fatto alla Turchia, invadendo nell’ottobre 1853 con un poderoso esercito i Principati danubiani di Moldavia e Valacchia, vassalli dell’Impero ottomano, forte del fatto di non avervi trovato alcuna resistenza (l’esercito turco si ritirò senza combattere). Ma il clima, apparentemente favorevole alla Russia (simile a quello delle prime settimane del’invasione putiniana dell’Ucraina, nevvero?), cambiò rapidamente: la Turchia entrò formalmente in guerra il 4 ottobre, venendovi raggiunta nel marzo 1854 da Francia e Gran Bretagna (il Regno di Sardegna inviò il suo contingente nel gennaio 1855). L’epicentro della guerra fu la penisola russa di Crimea e in particolare la città di Sebastopoli, principale base navale russa nel Mar Nero, messa sotto assedio dalle flotte congiunte francesi, britanniche e turche. Nel settembre 1855 le truppe russe abbandonarono la città, segnando la sconfitta dell’aggressione imperialista zarista. che venne apparentemente sancita con il Trattato di Parigi del febbraio 1856, che provocò il ritiro della Russia dai Principati danubiani, sottratti ai turchi durante l’invasione, che si unificarono creando un nuovo Stato, la Romania.

Ginzberg ha sottolineato due altre analogie con l’attuale guerra in Ucraina: la volontà di imporre una guerra-lampo e le trattative infinite per evitare o interrompere la guerra, con simili risultati infruttuosi: “Nelle intenzioni, la guerra di Crimea avrebbe dovuto essere breve. E invece si protrasse per anni con alterne vicende sul campo… Le truppe vennero decimate nelle trincee, in assedi interminabili come quello di Sebastopoli, la popolazione civile in bombardamenti e saccheggi. Per finire, dopo inenarrabili sofferenze, al punto di partenza. Ancora più impressionanti sono le analogie (n.d.s. con la guerra in Ucraina) per il lunghissimo lavorio diplomatico con cui si cercò di evitare il conflitto. Poi, i negoziati continuarono ininterrottamente durante la guerra con manovre, giravolte, furbizie, temporeggiamenti da fare invidia ai negoziati che si protraggono senza fine su Medio Oriente e Ucraina… Ogni volta che sembrava ci si stesse per accordare, si riapriva un punto già concordato, con proposte e controproposte anche a guerra finita. Il Trattato di pace di Parigi resse lo spazio di un mattino: anche perché, come osservò il plenipotenziario francese Adolphe de Bourqueney, leggendo il trattato era impossibile determinare chi avesse vinto”.

Contro l’aggressione, come già detto, Marx ed Engels usarono parole drasticamente critiche, malgrado la loro, ripetutamente manifestata, ostilità alla Turchia e all’impero ottomano. Tutta la materia è trattata nel già citato La questione d’Oriente, una raccolta di 113 articoli che Marx, a volte in collaborazione con Engels, scrisse tra il 1853 e il 1856 per il New York Daily Tribune (all’epoca il quotidiano più diffuso al mondo, di cui Marx era corrispondente da Londra), che venne pubblicata postuma dalla figlia Eleanor. Ecco alcuni passaggi della violenta polemica dei due contro l’aggressione zarista, espressa immediatamente dopo l’invasione russa dei Principati danubiani e rintracciabile, più diffusamente e in forma completa, soprattutto negli articoli La vera questione turca (aprile 1853), La minaccia russa all’Europa (aprile ’53),  La frode russa (giugno ’53), La politica russa contro la Turchia (luglio ’53), La condotta della Russia (dicembre ’53) : “In tutta questa vicenda la condotta della Russia è stata quella di un bullo. Le apparizioni e il comportamento di Mensikov a Costantinopoli  sono stati quelli di un bullo, i manifesti di Nesselrode erano le minacce di un bullo; e l’ingresso delle truppe nei Principati non è stato altro che l’audace presunzione di un bullo (dall’articolo Russian Policy, 30 dicembre 1853, pubblicato dal NYDT)” (n.d.s. Aleksandr Mensikov era il generale comandante in capo delle truppe russe d’invasione; Karl Vasilevic Nesselrode era ministro degli Esteri e Cancelliere di Nicola I, autore della propaganda e della politica estera antiturca). Come non pensare ad analogo comportamento da bulli, al momento dell’invasione dell’Ucraina, da parte di Putin, Medvedev, Lavrov e soci sulla presunta inarrestabilità della “guerra-lampo”, ipocritamente definita “operazione militare speciale”, e sui proclami roboanti che garantivano la chiusura della la partita in pochi giorni? 

E ancora, sempre dagli articoli del Tribune: “Nessun uomo con un briciolo di intelligenza può fare a meno di comprendere che la Russia è un paese conquistatore, che lo è stata per secoli, fino a quando non è stata fermata dalla rivoluzione del 1789″. O anche: “Questo spirito di annessione e ingrandimento ha solo bisogno di mostrarsi nella sua vera forma per eccitare un’antipatia universale e un’opposizione insormontabile, nella quale gli stessi sudditi greci e slavi dlla Turchia sono pronti a prendere una grande parte“. Laddove invece, proseguendo nel parallelismo con l’oggi in Ucraina, bisogna dare atto di ben altra abilità di Putin e dei putiniani non solo nell’evitare “l’antipatia universale” ma, anzi, nello sviluppare un’intensa propaganda in grado di ottenere diffusa simpatia anche in ambienti insospettabili “occidentali”. O, infine, stavolta a firma di Engels, sempre dal Tribune: “La Russia è decisamente una nazione conquistatrice. Se lasciamo che la Russia si impadronisca della Turchia, diverrebbe superiore a tutto il resto dell’Europa messa insieme. Un evento del genere rappresenterebbe una calamità indicibile per la causa rivoluzionaria. Gli interessi della democrazia e dell’Inghilterra in questo caso coincidono. Nè l’una nè l’altra possono consentire che lo zar faccia di Costantinopoli una delle sue capitali”. Ovviamente per l’attualità ucraina, la “causa rivoluzionaria” non è in gioco, ma di certo lo è il deciso freno all’espansionismo imperialista russo posto dalla incredibile e innovativa combattività del popolo ucraino.

Il sostegno di Marx e Engels alla lotta del popolo polacco per l’indipendenza dalla Russia

Più o meno nel periodo di questi scritti, e negli anni immediatamente successivi, Marx attaccò in maniera altrettanto virulenta l’impero zarista per un altro misfatto, anche più grave dell’aggressione militare ai Principati e alla Turchia: la progressiva “russificazione” totale della Polonia, ossia la cancellazione della sua identità politica, giuridica, culturale e religiosa e la sua assimilazione completa, come se ne fosse una provincia, alla Russia imperiale. Vanno ricordati almeno i principali passaggi dell’annichilimento dell’identità nazionale polacca, che – a partire dalla sconfitta della rivolta armata contro il dominio russo (novembre 1830) con l’insurrezione di alcuni reparti di cadetti polacchi (dal che il nome di “rivolta dei cadetti”) dell’esercito imperiale russo – venne accelerata anno dopo anno: all’inizio del 1832 l’abolizione della Costituzione polacca, due anni dopo lo scioglimento del Parlamento e delle forze armate e deportazione di decine di migliaia di oppositori polacchi in Siberia (“tradizione” mantenuta in vita, e anzi abbondantemente rilanciata, da Stalin, e recuperata anche da Putin, seppur con numeri certamente minori); nel 1833 introduzione della Legge marziale, nel 1839 scioglimento delle Chiese cattoliche (d’Oriente) e conversione d’imperio del clero, delle Chiese e dei fedeli alla Chiesa ortodossa russa; nel 1841 abolizione della moneta polacca e imposizione di quella russa, nel 1847 cancellato anche il Codice giuridico polacco sostituito da quello russo; poi, dopo l’ennesima rivolta polacca fallita (1863-1864), nel 1869 l’imposizione della lingua russa come lingua ufficiale negli atti pubblici, amministrativi, giuridici, ma anche nell’insegnamento; e da lì, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, un susseguirsi di leggi straordinarie per eliminare ogni traccia di autonomia della Polonia e della sua popolazione.

Durante tale scempio, Marx ed Engels dimostrarono rupetutamente di considerare la Polonia una sorta di “scudo democratico” per tutta l’Europa nei confronti del dispotismo e dell’imperialismo granderusso, affermando ad esempio: “C’è una sola alternativa per l’Europa: o la barbarie asiatica, sotto la guida moscovita, si abbatterà come una valanga sulla civiltà, o l’Europa dovrà restaurare la Polonia, ponendo così tra sè e l’Asia, venti milioni di eroi (dal Discorso sulla Polonia, Londra, 22 gennaio 1967)”. Cosicché, tornando alle analogie con l’era staliniana e post-staliniana dell’Unione Sovietica e all’attualità della Russia putiniana, l’annichilimento dell’autonomia e dell’identità polacca non può non apparire assai simile alla “russificazione” sovietica dell’Est europeo e al successivo schiacciamento della rivolta ungherese (1956) e dell’indipendenza cecoslovacca (1968), nonché al golpe del 1981, organizzato da Mosca, di Jaruzelski in Polonia. Ma non pare azzardato un richiamo potente anche alla sorte che, assai probabilmente, sarebbe toccata all’Ucraina se la guerra-lampo russa avesse avuto successo, tenendo conto delle ripetute affermazioni neo-zariste di Putin sull’inesistenza ucraina come nazione, Stato e popolazione indipendente. Pochi giorni prima che l’esercito russo invadesse l’Ucraina, Putin in un discorso televisivo sostenne che l’Ucraina non aveva alcun diritto di essere considerata una nazione e un paese indipendente, in quanto “creazione artificiale di Vladimir Lenin”:testualmente, “l’Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi e può essere legittimamente chiamata l’Ucraina di Vladimir Lenin“. Secondo Serhij Plochij, docente di Storia ucraina all’Università di Harvard, dove è anche Direttore dell’Istituto di Ricerche ucraine,”l’argomento di Putin su Lenin attinge ad un nazionalismo russo che precede il 1917, un nazionalismo che condannava Lenin per aver riconosciuto i diritti degli ucraini, dei georgiani e degli armeni all’interno della struttura sovietica.L’imperialismo russo è la lente attraverso la quale Putin guarda il mondo, come lo Zar Nicola II”.

L’Ucraina ha rotto la continuità delle aggressioni russe: una pace giusta si raggiunge solo con il riequilibrio delle forze in campo

C’è però, all’interno di queste analogie, un elemento di forte discontinuità ed è l’incredibile, sorprendente, inaspettata capacità del popolo ucraino di fare quello che nè la Polonia dell’Ottocento, malgrado un simile eroismo popolare, nè gli ungheresi nel 1956 o i cecoslovacchi nel 1968 o i polacchi di Solidarność riuscirono purtroppo a realizzare: cioè battersi alla pari e impedire all’imperialismo russo, prima zarista e poi sovietico, di prevalere. A questo proposito, poco tempo fa scrivevo, prendendo spunto dalla famosa lettera di Zelensky a Putin (cfr. Ucraina: chi sta perdendo la guerra? 14 giugno 2026, in www.pierobernocchi.it):

“La lettera di Zelensky è attraversata da sarcasmo nei confronti di Putin, ma anche di coloro che consideravano senza speranza l’eroica resistenza del popolo ucraino: essa testimoniana la piena consapevolezza del governo ucraino in merito agli enormi passi in avanti compiuti nei confronti della criminale invasione russa, dopo quasi cinque anni da quell'”operazione speciale” di fronte alla quale l’opinione pacifista (quella sincera non la “pacifinta” putiniana), largamente diffusa in Italia, considerava addirittuta inutile ogni tentativo di fermare l’esercito invasore, invitando, in nome di un irenico “pacifismo ad una dimensione”, gli ucraini a deporre le armi e ad accettare la consegna del proprio paese al dispotismo russo. E invece il popolo ucraino ha compiuto miracoli imprevisti, modificando i rapporti di forza, inventandosi un armamentario bellico originale, innovativo e a basso costo (con droni a lunga gittata che costano meno di una bicicletta da corsa) che consente – anche senza l’aiuto del solipsista presidente Usa, sempre alla ricerca dell’intesa con il neo-Zar russo e da questo ripetutamente sbeffeggiato – di difendere non solo il proprio territorio, seppur al prezzo di tante perdite umane e di distruzioni immani ma addirittura di colpire nella profondità del paese russo, fino a Mosca e Lenigrado, gettando nel panico Putin persino il giorno della annuale parata militare…Sembrano passati decenni da quando Trump e il suo sodale Vance tendevano vigliaccamente un agguato a Zelensky alla Casa Bianca, lo insultavano e umiliavano in diretta televisiva, e con lui deridevano tutti i cittadini/e ucraini/e, resistenti e combattenti. Zelensky oggi si prende la migliore delle rivincite, sottolineando non solo l’indipendenza ucraina dall’infido ex-alleato USA ma anche l’impotenza e il velleitarismo di Trump che si era vantato infantilmente di poter “porre fine alla guerra in 24 ore”, ora finito impantanato in Iran dopo un’aggressione distruttiva quanto cialtronesca, che ha ridato forza all’orrido regime teocratico e annullato gli eroici sforzi di liberazione del popolo iraniano“.

Per di più, la dirigenza ucraina ha tenuto più volte a rivendicare la propria sempre più avanzata indipendenza anche da altri sostegni militari, europei in primo luogo, volendo segnalare quanto oramai sia più l’Unione europea ad aver bisogno dell’Ucraina per contrastare l’espansionismo russo piuttosto che il contrario, essendo l’Ucraina a bloccare, almeno in Europa, le velleità imperiali del neo-Zar: e quanto, anzi, siano i russi ad aver avuto bisogno estremo dell’intervento militare ed economico dei propri alleati, a cui appaiono sempre più subordinati, in particolare con l’intervento in guerra a fianco della Russia di vari reparti dell’esercito nord-coreano, che ha dato una configurazione extraeuropea a una guerra che i putiniani definivano “di difesa contro l’espansionismo europeo” (un po’, sempre a proposito di analogie tra le epoche dell’imperialismo russo, come nell’impiego degli “atmani” cosacchi nella guerra di Crimea). Ha scritto Zelensky al proposito: “In molti non credevano che l’Ucraina sarebbe riuscita a resistere così a lungo. Eppure, eccoci tutti qui al quinto anno di guerra: l’Ucraina ha preservato la propria indipendenza e la preserverà, nonostante tutte le previsioni contrarie. Abbiamo unito molti nel mondo al nostro fianco e contro la Russia. Abbiamo trovato le armi e i finanziamenti. Abbiamo resistito ad inverni durissimi, mentre tu (n.d.s. Putin) cercavi di distruggere il nostro sistema energetico. Abbiamo tenuto anche nell’oscurità, la nostra tenacia è rimasta intatta. Abbiamo portato la guerra nel tuo territorio, e tu non saresti riuscito a gestirla senza l’aiuto della Corea del Nord . Sei il primo leader della Russia a rivolgersi a Pyongyang per ricevere assistenza, e oggi sei completamente dipendente dalla Cina: anche questo è una prima volta nella storia della Russia”. 

E nel contempo, a spazzare via l’assurda e strumentale tesi filo-putiniana del “conflitto per procura” – ossia, di una guerra che il popolo ucraino avrebbe deciso di combattere, accollandosene tutti i sacrifici, lutti e distruzioni, su richiesta e per conto degli Stati Uniti – ci ha pensato direttamente Trump, abbandonando anche il sostegno in armi e tifando apertamente per Putin, in un quadro di “spartizione armata” di zone del mondo e dell’Ucraina stessa. Mentre la straordinria combattività ucraina ha consentito, almeno davanti a chi valuta in buona fede, di sviscerare le vere ragioni della guerra, che  prendono spunto dalla volontà putiniana di rilanciare l’imperialismo russo e il suo espansionismo, già verificato in vari altri scacchieri mondiali, dal Maghreb al Medio Oriente, dall’Africa all’America Latina. Ma con una motivazione particolare e primaria per quel che riguarda l’Ucraina, leggibile fin da quando, come citato in precedenza, Putin ha dichiarato l’Ucraina una nazione e uno Stato “inesistenti” o, più precisamente, una nazione “inventata” e imposta artificialmente da Lenin e dai bolscevichi. Ed è proprio questo che alla leadership russa è apparso e appare tuttora intollerabile: il fatto che una “non nazione”, “l’Ucraina di Lenin”, considerata il cuore della Russia storica, potesse e possa passare ad Occidente, recidere ogni legame con l’ex-“madrepatria” e fare da attrattiva micidiale per quella ampia parte del popolo russo che, fin dalla caduta dell’URSS, verso Occidente ci sarebbe andata molto volentieri.

Peraltro, a proposito della inconsistente tesi della “guerra per procura”, va sottolineato come in realtà gli Stati Uniti (e anche l’Unione Europea), pur fornendo per un non trascurabile periodo armi difensive a Kiev,  abbiano contemporaneamente posto all’esercito ucraino dei vincoli stringenti, imponendogli di non usare srumenti offensivi al di là del confine ucraino per ridurre le capacità di attacco dell’esercito russo, constringendo gli ucraini, per così dire, a combattere “con una mano legata dietro la schiena”. Le sorti del conflitto in realtà si sono davvero riequilibrate solo quando l’esercito di Kiev ha potuto, del tutto autonomamente e genialmente, dotarsi di strumenti offensivi autoprodotti, come i già citati droni, oramai eccellenza mondiale, che l’Ucraina produce in misura di oltre 100 mila l’anno, e con i quali può attaccare qualsiasi città russa, grazie alla debolezza delle difese “intercettanti anti-droni” dell’esercito russo: droni peraltro comprati ed utilizzati persino da alleati storici degli USA come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l’Oman, il Qatar. Con questa strumentazione, che dovrebbe chiudere definitivamente, visto che oramai le armi che incidono veramente se le producono da soli, ogni polemica contro l’invio di armi all’Ucraina – magari sostenute da chi in gioventù non ebbe nulla da dire contro l’invio massiccio di armi e sostegno militare al Vietnan da parte di due paesi imperialisti e dittatoriali come l’URSS e la Cina – l’esercito ucraino può minacciare direttamente tutte le principali città russe, da Mosca a Leningrado, come accaduto in occasione dell’ultima celebrazione annuale a Mosca per la Vittoria nella Seconda  guerra mondiale, dimostrando di poter colpire  non solo le strutture produttive e belliche russe e il suo esercito di là del confine, ma anche, a casa loro, le gerarchie politiche ed economiche russe, la sua burocrazia centrale, la sua borghesia “ex-rossa”. Ed è proprio questa nuova, del tutto inedita, realtà a smontare tutta l’impalcatura pacifista (mi riferisco a quella davvero sincera e convinta, non ai “pacifinti” filoputiniani), per cui la pace verrebbe solo con il porgere l’altra guancia ad un nemico che non ha mai voluto trattare, mirando solo alla resa completa degli ucraini, dimostrando nei fatti che solo con il riequilibrio delle forze in campo, necessariamente armato, e con una equivalente minaccia portata direttamente nel campo avversario, si può raggiungere una pace giusta. Che è poi, a ben vedere, a parte le ovvie differenze storiche, politiche e militari nelle rispettive epoche, ciò che rende realistico per gli ucraini/e il mantenimento della propria indipendenza, autonomia e libertà nazionale, di contro alle sorti infauste toccate a popoli, pur altrettanto combattivi e financo eroici, ma purtroppo senza la capacità di essere altrettanto offensivi della Russia imperialista – zarista prima, staliniana poi e putiniana oggi – come quello polacco nell’Ottocento o quelli ungherese, cecoslovacco e polacco, di nuovo, nel Novecento.

In tal senso, e cioè sulla base dell’acquisita e piena consapevolezza di poter davvero raggiungere una pace giusta solo grazie al riequilibrio della capacità offensiva oltre che difensiva, va letto, a mio parere, il monito a Putin, lanciato da Zelensky nelle conclusioni del suo pluricitato scritto: “E’ giunto il momento di porre fine a questa guerra. L’Ucraina continuerà a combattere per la propria esistenza, ma anche tu dovrai lottare molto di più per la tua stessa esistenza, non quella della Russia ma la tua. E questa non è una minaccia, ma è un fatto della storia russa che tu conosci bene: quando la Russia si stanca, arriva il,cambiamento. Possiamo lavorare verso quella stanchezza“. Credo che sia superficiale e improprio interpretare tale monito come una minaccia diretta di eliminazione fisica. Più che un annuncio di intenzioni omicide mirate, esso mi pare una sintesi storica di tanti passaggi politici e sociali della Russia, di prima, durante e dopo l’URSS, che ho provato a delineare in questo mio scritto: e cioè che mai nella sua storia la Russia è venuta a patti con i popoli aggrediti e/o sottomessi, se non sulla base del riequilibrio di forze sul campo. E, nella speranza del cambiamento auspicato da Zelensky, comunque lunga vita al popolo ucraino, pace, indipendenza nazionale, libertà e giustizia sociale per esso, esempio per tanti altri popoli europei, che appaiono sempre più spesso passivizzati e persi in inutili, consolanti e ipnotizzanti mondi virtuali, sempre più sovente incapaci di muovere un dito per difendere le proprie libertà minacciate dai sempre più soffocanti poteri politici, economici e tecnocratici, nell’Occidente liberal-capitalistico e nelle dispotiche autocrazie/dittature “d’Oriente”,  con la speranza di invertire il percorso di supina sottomissione e magari, chissà, di libertà conquistandone di nuove, migliori e più avanzate.