Biografia

Biografia

Ha partecipato da protagonista ai movimenti sociali italiani degli anni sessanta e settanta, a partire dal movimento del ’68 nell’Università di Roma, ad Ingegneria, nel Coordinamento delle Facoltà scientifiche e nella Commissione Lavoro Operaio. Tra i principali esponenti del movimento del ’77, è stato poi direttore di Radio Città Futura tra il 1979 e il 1985.

È il più noto rappresentante del sindacalismo di base e alternativo in Italia. Ha partecipato alla nascita dei Cobas Scuola, avvenuta nel 1987, ed è il portavoce dei Cobas della Scuola nonché della Confederazione COBAS,[1] che comprende, oltre ai Cobas della scuola, quelli della Sanità, del Pubblico Impiego e del Lavoro Privato.

È stato fin dall’inizio tra i protagonisti nelle attività dei Social Forum mondiale ed europeo contro la globalizzazione liberista (“noglobal”), a partire dalla prima edizione del Forum mondiale (WSF) a Porto Alegre nel 2001 e di quello europeo (ESF) a Firenze nel 2002, nonché tra i principali esponenti del movimento “noglobal” italiano, nato a Genova nelle giornate anti-G8 del luglio 2001. Di tali Forum è tuttora uno dei più autorevoli rappresentanti, e in particolare è membro del Consiglio Internazionale (IC) del Forum Sociale Mondiale (WSF).

Leader di movimento e di piazza

Dei molteplici aspetti dell’attività sociale, politica, sindacale e culturale, svolta da Piero Bernocchi nell’ultimo mezzo secolo (iniziata nella primavera del 1966 all’Università di Roma durante le proteste contro l’uccisione di Paolo Rossi2), l’aspetto che viene sottolineato maggiormente da commentatori politici e analisti sociali è quello riguardante il suo ruolo di protagonista nei principali movimenti sociali italiani e di organizzatore “di piazza” nelle manifestazioni più rilevanti. Tali aspetti sono sottolineati ad esempio da Piero Sansonetti, direttore di LiberazioneIl garantistaIl dubbio:

«Bernocchi l’ho conosciuto nella primavera del 1968 nelle assemblee del Movimento studentesco romano. Era un leader, contestava la scuola di classe,la borghesia, il capitalismo. E contestava asperrimamente la riforma dell’Università del ministro Luigi Gui. Dopo pochi mesi Gui cadde. Bernocchi no: restò alla testa del movimento, e da allora contestò e vide cadere 28 ministri della Pubblica Istruzione, tra i quali due futuri presidenti della Repubblica3. Oggi Bernocchi è sempre lì: non ha mai cambiato idea, ha sempre guidato una sinistra molto radicale, anche attraverso gli anni di piombo, senza mai farsi sfiorare dalla lotta armata e dalla violenza. Ha guidato i movimenti pacifisti, i movimenti no global, i Forum mondiali ma è sempre rimasto anche un sindacalista e nelle lotte della scuola ha creato il suo regno»4.

Qualcosa di analogo si può leggere anche in questo ritratto delineato – alla vigilia di un’importante manifestazione5 contro la presenza di George Bush a Roma, della cui organizzazione Bernocchi era il protagonista – da Marco Imarisio, giornalista del Corriere della Sera.

«Piero Bernocchi c’era prima, c’è adesso, ci sarà domani: I movimenti nascono, crescono, muoiono, lui rimane. Sempre con la stessa testa, tricologicamente perfetta, in virtù di capelli corvini e manco un filo di bianco. In una sua opera recente Bernocchi si definisce “protagonista non pentito dei movimenti del ’68, del ’77, del ’90 e del movimento noglobal sorto nel ’99 a Seattle”. Non se ne è perso uno»6.

In questo ritratto, Imarisio inserisce un parallelo tra la continuità dell’azione militante di Bernocchi e la stabilità del suo aspetto fisico: continuità mai sfociata, però, nel sindacalismo di mestiere o nell’ingresso nel Parlamento o nelle istituzioni elettive. Quest’ultima “anomalia” ha suscitato spesso sorpresa, e una certa ironia di fondo, come in questo “quadretto” di Andrea Marcenaro, de Il Foglio:

« Piero Bernocchi non è un uomo, è una macina. Egli ha triturato, in totale semplicità e candore, i movimenti operai, studenteschi, maschili, femminili, giovanili, pensionati, gay, terzomondisti, global, no global, onde e pantere7 , dagli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta e: “Guarda, di nuovo Bernocchi”, dicono ancora negli anni Duemila. E mai ha fatto, credo, del male ad una mosca. Soltanto, c’é. C’è sempre»8.

L’azione della “macina” è proseguita anche nel secondo decennio del Duemila, visto il rinnovato protagonismo di Bernocchi, insieme ai Cobas, in particolare nel corso del 2015, alla testa del grande movimento di protesta della scuola contro la legge 107 del governo Renzi. Cosa sottolineata da Fabrizio Roncone, che sul Corriere della Sera nei giorni del conflitto gli ha dedicato un articolo a tutta pagina:

«Sei il grande capo dei Cobas. Hai convocato due giorni di sciopero per bloccare gli scrutini. Sei nei titoli dei giornali ancora una volta. Con i tuoi 67 anni, e gli ultimi 50 trascorsi a difendere i più deboli, potrebbe bastarti: e invece no. “Perché uno arrogante come Renzi non mi era mai capitato. Salta ogni confronto, pretende di parlare direttamente al popolo. Un premier padrone, che ha inventato la figura del preside-padrone. Renzi si proietta in quel preside che dovrebbe comportarsi a scuola come Renzi si comporta nel paese”. Ultimo incontrastato leader di piazza e di corteo: Bernocchi era a Valle Giulia e poi non è più mancato. Generazioni di questori: “Bernocchi, tenga a bada i suoi”. Generazioni di studenti: “Piero, che facciamo?”»9.

Un analogo commento gli ha dedicato alcuni anni fa, sul supplemento al Corriere della Sera, Ghost, pseudonimo di un giornalista esperto di movimenti”.

«Piero Bernocchi è il capo dei Cobas. Ma se guardiamo più indietro, scoprirete che è l’unico, incontrastato leader di piazza, uno che i movimenti politici li ha attraversati e guidati praticamente tutti: nel ’68, nel ’77, nel ’90, per poi finire dentro il movimento no global. Uno abilissimo a stare dentro la protesta radicale, senza mai scivolare nell’estremismo, uno che sa calcolare molto bene i rischi. Quindi utilissimo nei meccanismi democratici di un paese»10.

A volte però le valutazioni sul protagonismo di Bernocchi nei movimenti sono critiche e accompagnate ad una sottovalutazione del suo ruolo di leader politico a tutto campo e della sua vasta produzione teorica e ideologica. Un esempio, in questo ritratto che Mino Fuccillo, ex-giornalista di La Repubblica e ex-direttore de L’Unità, gli ha dedicato:

«Piero Bernocchi lo avete visto, da 40 anni, in tutte le riprese televisive di tutte le manifestazioni e cortei “antagonisti”. Tratta i percorsi con questori e prefetti, ammonisce ministri ed autorità varie. Rom o insegnanti, palestinesi o NoTav, pacifisti o mazzolatori, Bernocchi c’è sempre. E con autorità sempre riconosciuta da poliziotti e televisioni. Bernocchi ha inventato la rivoluzione come impiego, ed ha conservato il posto. Meriterebbe riposo ma la storia glielo nega: ultimamente ha incarnato una delle due piazze11 che dovevano spezzare le reni a Bush e a Prodi. Alla conta dei manifestanti, sua è stata la piazza vincente. Lo hanno riconosciuto, contriti, sia Giordano sia Diliberto12che gli hanno reso l’onore della ragion politica. Lunga vita, dunque, all’intramontabile Bernocchi»13.

Si nota l’insistenza sul ruolo di “agitatore di piazza” permanente e l’insinuazione che la sua stabile impostazione anticapitalista derivi da interessi personali, sintetizzati nella sarcastica immagine dell’uomo che «ha inventato la rivoluzione come impiego a tempo indeterminato». Un’analoga interpretazione la si può ritrovare ad esempio in un servizio televisivo di Giancarlo Feliziani (Bersaglio mobile, La 7) nel giorno dello “sciopero sociale” del 14 novembre 201414 del quale Bernocchi e i Cobas erano stati protagonisti. Il servizio era stato introdotto dal conduttore Enrico Mentana con un commento simile a quello di Fuccillo, e rivolto a Corrado Zunino (La Repubblica) e Fabrizio Roncone (Corriere della Sera) in studio:

«Esistono i professionisti della rivoluzione. Chiunque non abbia più venti anni ha conosciuto figure di rivoluzionari di professione: un mestiere che continua a rendere bene, dal punto di vista dell’esposizione mediatica. Vediamo uno dei casi che la giornata di oggi ci ripropone»15.

Peraltro nel servizio Feliziani dava una lettura non critica della continuità dell’impegno sociale e politico di Bernocchi:

«In Bernocchi la figura del contestatore assume i contorni della vocazione. La sua carriera inizia nel ’68 all’Università, facoltà di Ingegneria. La sua è militanza anticapitalistica, che continuerà nel movimento del ’77, quello che cacciò dall’università di Roma Luciano Lama. Gli anni’ 80 sono difficili, le BR, il rapimento Moro: Bernocchi dirige un’emittente della sinistra, Radio Città Futura. Nel ’90 nelle Università arriva il movimento della Pantera. Chi c’è alla testa di quel movimento? Ma lui naturalmente. Dura poco la Pantera ma dopo arriveranno i No Tav, i No Vat, i No Global, e Bernocchi è sempre lì, presente ad ogni appuntamento con la storia. I capelli restano neri come la pece, si allunga la bibliografia: “Benicomunismo”, “In movimento”, “Dal ’77 in poi”, “Vogliamo un altro mondo”… e Bernocchi, che Filippo Ceccarelli di “Repubblica” definì una volta il Ridge del sindacalismo rivoluzionario oggi festeggia il 5º decennio di militanza attiva»16.

Alla fine del servizio, però, il commento di Mentana tornava a calcare la mano sul ruolo di “rivoluzionario di professione” chiedendo ai propri ospiti se la continuità d’impegno di Bernocchi non faccia pensare ad un “Truman show politico, ove ci sono sempre le stesse persone: non è l’altra faccia della casta?”. È probabile che dietro queste letture ci sia la non conoscenza dei Cobas, una struttura ove nessuno è retribuito per il proprio attivismo, dove non si fa “carriera”. Però, si tratta più probabilmente di un atteggiamento più profondo. Nella gran parte degli altri paesi “occidentali”, l’attività di una organizzazione sindacale di decine di migliaia di persone basata sul puro volontariato sarebbe oggetto di grande interesse mediatico. Mentre in Italia, alla gran parte di chi fa opinione appare incomprensibile tale attivismo disinteressato, così come un impegno sociale, sindacale e politico, lungo mezzo secolo, che non sfoci nella politica istituzionale o nel sindacalismo di professione. Come ha sottolineato Sansonetti, al tempo direttore de Il Garantista:

«Oggi la politica è essenzialmente trasformismo. Rapidità nel ricollocamento, nel mescolamento tra sinistra e destra. Piero Bernocchi è l’esatto opposto del trasformismo. In mezzo secolo non si è spostato mai, nemmeno di un centimetro. È uguale ad allora persino di aspetto, sfiora i settanta anni ma sembra un ragazzino. Bernocchi ha perso sempre, però molto spesso aveva ragione. Forse aveva ragione quasi sempre»17.

Forse è proprio la tenacia nell’opposizione ad una società fondata sulla mercificazione globale, lo stare sempre “dentro la lotta da una parte sola” – come ha titolato Maria Rosa Calderoni una recensione di uno dei suoi libri – e il rifiuto delle tante offerte di un posto in Parlamento e della politique policienne, a rendere Bernocchi poco comprensibile al mainstream politico e massmediatico:

«Contesta a tutto campo il leader Cobas, e sempre in modo diretto, senza politichese, attaccato ai fatti. Senza arroganza, senza indulgere alla tentazione di impartire lezioni. Piuttosto, abbondano la passione, l’incazzatura e la lucidità di chi è sempre stato dentro le lotte e sempre da una parte sola…Uno che si è fatto tutti i Forum Sociali mondiali, che da 37 anni, alle offerte di un posto in Parlamento, risponde: “no grazie, preferisco stare con i movimenti”. Uno che dopo quaranta anni di “carriera”, vanta un reddito mensile di 1700 euro. Non sarà “pazzo”?»18.

La continuità politica e morale e l’evoluzione teorica e ideologica di Piero Bernocchi

È piuttosto singolare come ci sia uniformità di giudizio, sia tra gli estimatori di Bernocchi sia tra i suoi critici, sul fatto che il leader dei Cobas e di tanti movimenti, in mezzo secolo, non si sia “spostato mai nemmeno di un centimetro19 o addirittura, come in questa enfatica valutazione di Gianpiero Mughini, egli sia “l’unico essere umano al mondo che sia rimasto completamente immutato in questi ultimi quarant’anni20. Tra coloro che hanno sottolineato l’estrema coerenza del percorso di Bernocchi vi è ad esempio la ex-giornalista di Liberazione Maria Rosa Calderoni:

«Bernocchi ha la miracolosa facoltà di non invecchiare e nemmeno di “ravvedersi”, neanche un pochino. Abbiamo letto tutti i 78 articoli che compongono il suo ultimo libro “In movimento” alla ansiosa ricerca di un momento di stanchezza , di una defaillance, di un pentimento, anche piccolo, di un’ombra di quel “nuovismo” oggi tanto di moda. Niente, zero. Onore al merito e soprattutto alla coerenza, merce così rara»21.

Più recentemente, in un articolo del marzo 2015, dello stesso avviso sull’immutabilità del pensiero bernocchiano si è dichiarato un suo vecchio compagno di lotta nel ’68, Lanfranco Pace, da molti anni collaboratore di Giuliano Ferrara, pur traendone conclusioni opposte a quelle di Calderoni, seccamente critiche sulla “fissità” di Bernocchi. Nell’articolo, Pace polemizzava nei confronti di Salvini e Meloni, in quanto leader privi di passato politico significativo; e nei confronti di personaggi carichi di un passato così ingombrante da “fissarli” ad esso (Bernocchi ed Erri De Luca), prendendo spunto dal loro incrociarsi nelle strade di Roma a causa di un corteo di protesta contro la Lega di Salvini.

«A coordinare la manifestazione, Piero Bernocchi, antagonista in servizio permanente, leader dei Cobas. Con il vecchio Piero feci la prima occupazione di facoltà (a Ingegneria) e la prima manifestazione di piazza 47 anni or sono. Come tutti quelli strutturalmente magri e fisicamente ben allenati, che sembrano sempre baciati dall’eterna giovinezza, è uguale a quello di un tempo, il corpo da cultore di arti marziali. Non ha mai avuto dubbi, è sempre stato dalla parte degli umiliati ed offesi…una traiettoria lineare, un’autostrada senza caselli di uscita. Però prendersi un pezzo di città per manifestare contro la libertà degli altri ha un che di autoritario: già all’epoca si potevano immaginare Bernocchi e De Luca come ministri dell’Interno più intolleranti e repressivi dei democristiani…In politica, refrattario è chi trasforma la coazione a ripetere in coerenza personale: così non si rigenera, non cambia, in una parola non vive, e si riduce a testimone di un passato che non ha presente»23.

Entrambe le letture delle posizioni di Bernocchi appaiono fuorvianti, in quanto confondono la stabile collocazione politico-sindacale dalla parte delle classi e ceti subalterni con una presunta fissità di pensiero, ben distante dalla realtà. Infatti, se si osserva l’excursus della elaborazione teorica, culturale e filosofica di Bernocchi, i suoi libri, saggi e articoli, risalta invece l’evoluzione del pensiero bernocchiano, da un marxismo e leninismo “scolastici” fino al netto distacco (in particolare nell’ultimo quindicennio, a contatto con i movimenti altermondialisti) dal comunismo novecentesco, dal “socialismo reale” della “dittatura del proletariato”, del partito-Stato dominante, della statalizzazione integrale dell’economia, della mitologizzazione della classe operaia. Nel Bernocchi “sessantottino” convivevano un movimentismo di stampo quasi anarchico con un leninismo con venature trotzkiste, in una singolare miscela che produceva un empirismo di fondo, utile per “navigare” all’interno di movimenti sociali complessi, originali e tumultuosi quali quelli del “decennio rosso” (1968-1977). Ma dopo una deviazione dal suo percorso storico con l’esperienza di Avanguardia Comunista (di cui fu segretario nazionale e che poi avrebbe giudicato “l’unico imperdonabile errore della mia storia politica”), a partire dal protagonismo nel movimento del ’77, si realizzava già all’inizio degli anni ’80 il completo distacco ideologico di Bernocchi dall’intera esperienza del “socialismo reale” novecentesco.

Le testimonianze di tale distacco si ritrovano nei tre libri dedicati a paesi-chiave del “socialismo” dell’Est europeo, l’Urss (con Le riforme in Urss, del 1977), la Polonia della rivolta guidata da Solidarnosc (con Capire Danzica, del 1980) e la DDR (con Le ragioni della rivolta in Germania Est, dato alle stampe solo nel 1990, dopo la caduta del Muro, con il titolo Oltre il Muro di Berlino). Ma l’evoluzione del pensiero bernocchiano ha via via investito anche le mutazioni del capitalismo ad Occidente e le forme del suo possibile superamento; il rapporto tra partiti, sindacati, movimenti e istituzioni; il ruolo dello Stato e di quella classe dominante che Bernocchi definisce borghesia di stato e a cui assegna un ruolo cruciale nel capitalismo; la smitizzazione del ruolo della classe operaia; l’innovativa analisi sugli intellettuali-massa, sul lavoro mentale subordinato, sulla middle class. Sono fedele testimonianza di queste evoluzioni di pensiero sia Dal sindacato ai Cobas (1993), in cui, oltre ad elaborare un’organica teoria sull’originale esperienza Cobas, demoliva alcuni capisaldi del pensiero dominante nel comunismo novecentesco; sia i due successivi libri che hanno avviato anche una nuova teoria dei movimenti sociali, e cioè Dal ’77 in poi (1997) e Per una critica del ’68 (1998). Sono prodotti teorici che fuoriescono dal movimentismo dei primordi sessantottini, offrendo, nel quadro di una teoria della transizione incentrata sulle alleanze sociali, una via di sbocco assai più matura rispetto alle dinamiche basate sulla centralità del Partito e della classe operaia: teoria che verrà ulteriormente approfondita nei testi elaborati tra il 2001 e il 2008, a stretto contatto con il movimento antiliberista e altermondialista internazionale, in particolare con le componenti organizzate nei Forum Sociale mondiale ed europeo, di cui Bernocchi è stato a lungo tra i protagonisti.

Il benicomunismo di Bernocchi

Ma il più significativo salto di qualità nell’elaborazione teorica, filosofica ed antropologica di Bernocchi è avvenuta con gli ultimi due suoi volumi, ponderosi e complessi: e cioè Benicomunismo (2012) e Oltre il capitalismo (2015), titoli accompagnati dagli esplicativi sottotitoli: Fuori dal capitalismo e dal “comunismo” del Novecento, il primo, e Discutendo di benicomunismo, per un’altra società, il secondo. Così, nei due libri, Bernocchi spiega le principali ragioni che lo hanno indotto a produrre due opere così impegnative.

1) La profonda crisi strutturale, economica, ambientale ed energetica del capitalismo occidentale è esplosa quando, dopo il crollo del “socialismo reale”, esso avrebbe dovuto portare la ricchezza ovunque, come da agiografia. Tale crisi è anche opportunità per gli anticapitalisti: e dunque diventa cruciale ragionare su quale società potrebbe sostituire quella attuale. 2) Tali considerazioni sono supportate dalle esperienze internazionali degli ultimi anni, ove milioni di persone – nella versione antiliberista varata a Seattle e poi nei Forum mondiali, nelle esperienze, pur contraddittorie, dei governi popolari dell’America Latina e dei grandi movimenti indigeni, contadini e ambientalisti, e poi tra gli “indignati” delle “primavere” europee e statunitensi – hanno prodotto abbondante materiale per gestire diversamente l’ambiente e la produzione, il territorio e i Beni comuni, l’amministrazione cittadina e nazionale: una “fioritura” nettamente superiore all’alternatività prodotta dai movimenti degli anni’60 e ’70.

Quindi, c’è urgente necessità, secondo Bernocchi, di rivedere le teorie della transizione, separando nettamente l’idea di nuova società dalla parabola del “socialismo realizzato”. Non è desiderabile una società tutta statalizzata, con lo Stato in mano ad un partito unico e ad una borghesia di Stato altrettanto oligarchica di quella privata; è un inganno la presunta “dittatura del proletariato” e serve piuttosto la massima democrazia; è controproducente abolire ogni forma di proprietà privata anche per produzioni non strategiche. In tale opera di chiarificazione, Bernocchi prende di petto direttamente il Marx (ed Engels) politico, distinguendolo dal Marx analista del capitalismo. Tanto rigoroso il secondo, tanto idealista, contraddittorio e dannoso il Marx della dittatura del proletariato, della fine della lotta di classe, della statalizzazione completa. Soprattutto in Oltre il capitalismo il leader dei Cobas punta a dimostrare la profonda influenza di queste impostazioni politiche erronee sulla storia della socialdemocrazia e del bolscevismo, utilizzando anche i giudizi di Bakunin e dell’anarchismo sull’autoritarismo insito nel marxismo politico.

La proposta alternativa al modello del “socialismo reale” è, secondo Bernocchi, il benicomunismo. Il termine intende recuperare l’anelito trasformativo del termine “comunismo” mixandolo con la centralità dei Beni comuni. Per non creare equivoci sul senso da lui dato al termine, in Oltre il capitalismo Bernocchi ha sottoposto ad una critica serrata altre teorie “benicomuniste” (Negri-Hardt, Mattei, Rodotà ecc.), considerando i Beni comuni un’entità storica, non immutabile, facenti parte di quei beni che una società considera indispensabili per tutti/e e non privatizzabili. Qui ed ora essi non riguardano solo l’istruzione, la sanità, l’energia, l’ambiente, l’acqua e la terra ma anche la finanza pubblica, i soldi che lo Stato preleva ai cittadini e le industrie strategiche. Questi beni vanno sottratti ai privati ma socializzati e non semplicemente statalizzati, visto che la vorace borghesia di Stato – così Bernocchi definisce l’insieme di ceti politici e amministrativi che gestiscono le strutture pubbliche – può utilizzarli per fini privati anche senza possederli individualmente. Fondamentale è la teoria delle alleanze sociali per la gestione del benicomunismo. In luogo della ideologia del Partito che gestisce l’esistente interpretando apparentemente gli interessi collettivi ma in realtà quelli di casta/classe propri, Bernocchi ritiene che le alleanze politiche vadano realizzate nell’incontro tra gli strati sociali interessati al cambiamento, che non devono delegare ad altri i propri interessi. Oltre ad una analisi dell’attuale frantumazione del lavoro operaio e dipendente, nei servizi e nel pubblico impiego, particolarmente innovativa è l’analisi del lavoro autonomo e della piccola imprenditoria che Bernocchi si rifiuta di chiamare – come nella tradizione marxista e comunista: e sul tema c’è pure un’asperrima critica al Gramsci dell’Ordine Nuovo – “piccola borghesia”, definizione ritenuta fuorviante ed inutile. La scissione tra lavoro dipendente e piccolo lavoro autonomo, prodotta dal potere politico ed economico e dai sindacati statalizzati, è considerata da Bernocchi uno dei più grossi ostacoli alla trasformazione. Le alleanze paritarie sono elemento fondante della teoria benicomunista, che valuta il conflitto capitale-lavoro rilevante come quello tra capitale e ambiente, o quello di genere o tra imperialismi e popoli sottomessi.

Nei due libri, profondi interrogativi si addensano sulle possibilità di realizzare una vera socializzazione dei Beni comuni. Bernocchi enuncia varie proposte per rendere più agevole tale socializzazione, mettendo però in guardia dal ritenere a portata di mano l’eliminazione del professionismo politico e della privatizzazione di fatto dei Beni comuni in mano a ceti neoproprietari: e rifacendosi pure all’esperienza Cobas, che ha verificato notevoli difficoltà nel rifiuto della delega e del professionismo politico-sindacale. L’analisi delle possibilità di socializzazione dei Beni comuni ha spinto Bernocchi ad affrontare il complesso problema della natura umana, l’epocale interrogativo su quanto essa sia prodotto culturale o biologico; e ad elaborare una specifica teoria, quella dell’egoismo altruista, cioè della necessità – polemizzando con il comunismo novecentesco secondo il quale altruismo e cooperazione disinteressata e collettivismo sarebbero caratteristiche innate negli umani – di conciliare la difesa dell’Ego con la indispensabilità degli Altri. Non condividendo di per sé la positività naturale del comportamento umano, Bernocchi mette in evidenza, con un approfondimento psicologico e filosofico, le difficoltà di conciliare Io e Noi e della pratica sociale dell’egoismo altruista.

Valutazioni e giudizi su Benicomunismo

Cosa ha significato Benicomunismo per chi lo ha analizzato e giudicato nel corso di una quarantina di presentazioni del volume che Bernocchi ha effettuato nelle principali città italiane durante un “tour” di dieci mesi, tra la fine del 2012 e l’autunno del 2013? Una ventina di esponenti politici, di movimenti e associazioni, che hanno avuto un ruolo significativo nei conflitti sociali dell’ultimo ventennio, hanno scritto saggi su Benicomunismo, pubblicati in Oltre il capitalismo. Quello che segue è un collage delle loro valutazioni principali.

Per Simone Oggionni, all’epoca responsabile dei Giovani Comunisti PRC, si tratta di «un’opera classica nella migliore tradizione del marxismo: analisi dialettica, coerente, robusta impalcatura filosofica…In più il lavoro di Bernocchi è “classico” perché aggredisce il nodo per antonomasia della cultura comunista: il tema del potere» 24. Opera nella quale, annota Andrea Bagni, direttore della rivista Ecole, «è sorprendente nel clima culturale “minimalista” di oggi il lavoro di aggiornamento e riflessione critica sulla teoria politica marxista, a partire dal pensiero di Marx e non dalle sue versioni più discutibili. Terreno stratosferico rispetto alla discussione politica odierna e importante contributo ad una teoria della trasformazione anti-autoritaria»25. Alfio Nicotra, uno dei portavoce del Social Forum di Genova nel 2001 e tra i protagonisti del movimento pacifista, considera il libro “spietato” nei confronti di Marx, ma ne valuta «la lettura utile proprio a chi, marxista non pentito, reputa non necessario fare sconti alla propria storia per rifondare un nuovo pensiero della liberazione»26. Mentre Roberto Morea, leader della Rete internazionale Transform, segnala come «la teoria del benicomunismo si pone all’interno di una lettura non dogmatica del marxismo, come costruzione di un pensiero che va oltre lo stesso Marx»27.

Alfonso Gianni – più volte parlamentare di formazioni della sinistra – non condivide la “severità” della critica di Bernocchi, ma riconosce al libro «un grande coraggio intellettuale e soprattutto la capacità di riaprire, in termini spesso innovativi e stimolanti, discussioni che da tempo languivano nella sinistra»28. Per Ivan Scarcelli, docente di Sociologia all’Università di Bari, «il benicomunismo di Bernocchi presenta tesi originali, avendo ben pochi punti di contatto con la nostalgia di improbabili comunità “originarie” in perfetta armonia. I beni comuni non sono il grimaldello concettuale col quale scardinare la modernità per ritrovare perdute “comunità naturali”…Il ruolo che attribuisce ai beni comuni si collega all’analisi dei movimenti di lotta contro il capitalismo. E la differenza rispetto alle teorie più estrose e fantasiose è evidente»29; mentre per Giorgio Cremaschi, ex-segretario Fiom, Benicomunismo è anche «un manuale di storia del pensiero anticapitalistico e una ricostruzione delle lotte della nostra generazione»30.

A parere di Gianluigi Deiana, docente di Filosofia impegnato nei movimenti antiliberisti, il testo è «una complessa e articolata ragnatela che presenta un centro – il concetto di benicomunismo – determinato in modo radicalmente diverso rispetto al paradigma del comunismo storico, che da Marx ad oggi ha innervato il pensiero e la pratica della sinistra anticapitalista»31. Franco Russo, nel ’68 leader del Movimento studentesco, poi parlamentare e partecipe dei movimenti altermondialisti, ha apprezzato il fatto che «Bernocchi, pur polemizzando con i testi classici del marxismo, non se ne serve per incasellare la realtà storica…in uno sforzo di non interpretare alla luce della Bibbia marxista gli avvenimenti del XX e XXI secolo ma utilizzandoli per ri-definire l’orizzonte della trasformazione della società, abbattendo il mito della Grande Narrazione: una visione atea, di contro ad un certo comunismo “religioso”»32. Analogo apprezzamento da parte di Raffaella Bolini – responsabile internazionale dell’ARCI e membro, come Bernocchi, del Consiglio Internazionale del Forum Sociale mondiale – tanto più che «il pensiero politico italiano ormai considera un valore assoluto il vivere solo in un presente sempre più fugace, così ci si sottrae alla responsabilità di indicare un progetto per i tempi a venire»; e che, di conseguenza, «abbiamo bisogno di una visione di società e di una strategia per arrivarci…Questo libro mette in moto il cervello, discuterne è utile in questi tempi in cui dobbiamo ragionare molto, e non limitarci solo a correre dietro alle cose»33.

Michele Nobile, autore di importanti libri di analisi del moderno capitalismo, ritiene che di Benicomunismo ciò che soprattutto conta «è la prospettiva d’insieme: l’aspirazione a liberare l’anticapitalismo dal professionismo politico e dallo statalismo, in uno spirito che può dirsi libertario…e con l’asse unificante del rapporto tra etica e politica, che è poi il nodo decisivo per il futuro»34. In tal senso, molti dedicano parecchia attenzione alla parte antropologica, alla lettura della natura umana storicizzata che Bernocchi ha affrontato negli ultimi due libri, giudicando positivamente – come ad esempio Monica Di Sisto e Alberto Zoratti, leader ambientalisti e studiosi delle economie alternative – la critica «all’eccessiva fiducia della sinistra e dei marxisti nella natura umana, all’errore antropologico che ha attribuito alla sinistra una sorta di patente di superiorità morale. “Restiamo umani”, è il mantra che Bernocchi contesta: uno “specismo”, connotato da bontà e rispetto dei propri simili, che non sembra avere alcun fondamento»35. O, come sottolinea Roberto Musacchio, ex-parlamentare europeo, «completa l’approccio critico di “Benicomunismo” al cuore del marxismo lo sguardo antropologico a quell’“uomo nuovo” che nel socialismo reale risulterebbe dal venir meno della corruzione del sistema capitalistico, il quale da parte sua avrebbe già contribuito a depurare le sovrastrutture dell’antichità, le relazioni familiari, religiose, per disvelare il mero rapporto mercificato»36.

Tutte queste valutazioni messe insieme, ha commentato Bernocchi nella Premessa di “Oltre il capitalismo”, «disegnano un efficace mosaico dei vari aspetti del libro, il cui senso complessivo consiste nel rimettere al centro della discussione l’attualità della transizione ad un sistema sociale post-capitalistico, la possibilità concreta (oltre alla estrema necessità) di un’uscita dal dominio del profitto, della mercificazione globale e dell’oligarchia privata e di Stato, verso una società benicomunista, del tutto lontana e persino antitetica rispetto al precedente – grandioso quanto tragicamente fallimentare – tentativo di superamento del capitalismo tramite quel “socialismo” di Stato del modello staliniano che ha dominato la scena nel Novecento»37.

Opere

Ha scritto, oltre a numerosissimi saggi ed articoli, vari libri tra cui:

  • Le riforme in URSS (contenente anche saggi di Birman, Kantorovic, Leontev, Novozhilov, Omarov), La Salamandra, 1977
  • Movimento settantasette, storia di una lotta, [con E. Compagnoni, P. D’Aversa, R.Striano], Rosemberg & Sellier, 1979
  • Capire Danzica Edizioni Quotidiano dei Lavoratori, 1980
  • Oltre il muro di Berlino. Le ragioni della rivolta in Germania Est, Massari, 1990
  • Dal sindacato ai Cobas. Massari, 1993
  • Dal ’77 in poi, Massari, 1997
  • Per una critica del ’68. Massari, 1998
  • Scuola-azienda e istruzione-merce, AA.VV., Ed. Cesp-Cobas, 2000
  • Vecchi e nuovi saperi, AA.VV., Ed. Cesp-Cobas, 2001
  • Un altro mondo in costruzione” (con AA.VV.), Baldini &Castoldi, 2002
  • Nel cuore delle lotte Edizioni Colibrì, 2004.
  • In movimento (Scritti 2000-2008), Massari, 2008
  • Vogliamo un altro mondo. Datanews, 2008
  • Benicomunismo, Massari Editore, 2012
  • Oltre il capitalismo (Discutendo di benicomunismo per un’altra società), Massari editore, 2015

Note

  1.  http://www.cobas-scuola.it/Aree-Tematiche/PRECARIATO-Da-ott.-2009/LA-RIVOLTA-DEI-PRECARI-DELLA-SCUOLA

1 I Cobas della scuola (la definizione statutaria è: Cobas – Comitati di base della scuola) sono nati nel 1987 guidando il più poderoso movimento della scuola del dopoguerra. La Confederazione Cobas (nome statutario: Cobas – Confederazione dei Comitati di base) è nata nel 2000, grazie alla confluenza dei Cobas della scuola e del Coordinamento nazionale Cobas. Notizie dettagliate e aggiornate sui Cobas si possono trovare stabilmente sui siti www.cobas.it e www.cobas-scuola.it

2 Paolo Rossi, studente candidato dell’UGI (Unione goliardica italiana, organizzazione di sinistra) al Parlamentino universitario, venne ucciso il 27 aprile 1966 in un’aggressione di un gruppo di Primula Goliardica (di destra) mentre volantinava sulla scalinata della facoltà di Lettere, scagliato a terra dall’alto della scalinata stessa, con una caduta di circa quattro metri che gli provocò la frattura del cranio. L’uccisore non è stato mai identificato.

3 Sansonetti si riferisce ad Oscar Luigi Scalfaro e a Sergio Mattarella.

4 Piero Sansonetti, «Per fortuna c’è Bernocchi», editoriale de Il Garantista, 19 maggio 2015.

5 Il 9 giugno 2007 il presidente statunitense George Bush venne in visita ufficiale a Roma e contro la sua presenza si svolsero due manifestazioni di protesta, una – con un corteo da P. della Repubblica a P. Navona – promossa dai Cobas (con Piero Bernocchi particolarmente protagonista in piazza e nei massmedia) e da varie altre organizzazioni, reti e movimenti antimperialisti, e un’altra promossa dai partiti di sinistra (PRC, PdCI, Verdi) che sostenevano il governo Prodi. La prima manifestazione aveva parole d’ordine ostili all’imperialismo USA ma anche al governo Prodi, considerato stretto alleato degli Stati Uniti e sovrastò, come presenza popolare (almeno 50 mila persone, fino a 100 mila in alcuni commenti), la seconda che, dovendo protestare contro Bush ma sostenere al contempo il governo, pagò la contraddizione con una presenza irrisoria (non più di 500 persone) a P. del Popolo.

6 Marco Imarisio, «Ci saranno cani sciolti, non ne rispondo», ritratto politico di Piero Bernocchi in Corriere della Sera, 9 giugno 2007

7 Marcenaro si riferisce a due movimenti degli studenti universitari (in prevalenza), in alleanza con i lavoratori/trici della scuola, quello del 1990 (il nome derivava da una voce circolata con insistenza a Roma, proprio in coincidenza con la nascita del movimento all’inizio dell’anno, su una pantera che si sarebbe aggirata nelle campagne romane, probabilmente scappata da uno zoo privato) e l’altro del 2008 definito dagli studenti universitari “dell’Onda Anomala”.

8 Andrea Marcenaro, «Andrea’s version», ritratto di Piero Bernocchi come leader permanente dei movimenti degli ultimi quaranta anni, in Il Foglio, 29 ottobre 2008.

9 Fabrizio Roncone, «La lotta del contestatore fuori corso», Corriere della Sera, 18 maggio 2015.

10 Ghost, «Piero Bernocchi», in Io Donna, supplemento del Corriere della Sera, 23 giugno 2007.

11 Le piazze a cui si riferiva Fuccillo erano quelle di P. Navona e P. del Popolo, cfr. nota 5.

12 All’epoca, rispettivamente segretari nazionali del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) e del PdCI (Partito dei Comunisti italiani).

13 Mino Fuccillo, «Falso movimento», Giudizio Universale n.25, luglio-agosto 2007.

14 Il 14 novembre 2014 i Cobas, insieme a varie strutture di giovani precari, Centri sociali e organizzazioni studentesche hanno sperimentato con successo quello che hanno definito lo “sciopero sociale”, ossia uno sciopero che non ha coinvolto solo il “classico” lavoro dipendente stabile ma anche la variegata e poliforme area del lavoro precario delle piccole imprese, dei settori commerciali e del lavoro mentale subordinato, con manifestazioni e iniziative di protesta che hanno coperto in più di 60 città l’intera giornata, a partire dalla prima mattina fino a notte. Lo “sciopero sociale” ha avuto vasta eco nei massmedia, dalle prime pagine dei giornali alle notizie di apertura dei principali telegiornali. Buona parte del merito del successo è stata assegnata ai Cobas, che hanno fornito il tessuto connettivo dello sciopero a livello nazionale, interrompendo per 24 ore “il reticolo degli spostamenti”. Come ad esempio ha scritto sul Corriere della Sera Dario Di Vico il giorno dopo (15 novembre 2014): «Chi sa creare lessico è già a metà dell’opera. E indubbiamente la formula dello “sciopero sociale”, lanciata dai Cobas oer la giornata di ieri è mediaticamente accattivante…Ma, a parte le tecniche di comunicazione, cosa veramente c’è dietro la formula dello sciopero sociale? La risposta è semplice: chi da anni frequenta le piazze, come l’irrottamabile portavoce dei Cobas Piero Bernocchi, ha capito che sommando cortei e blocchi dei trasporti pubblici il risultato è garantito. Le città moderne sono un reticolo di micro spostamenti ed è sufficiente interromperli per generare scandalo politico».

15 Giancarlo Feliziani, «Piero Bernocchi, rivoluzionario di professione», in Bersaglio mobile, La 7, 14 novembre 2014.

16 ibidem

17 P. Sansonetti, «Per fortuna c’è Bernocchi», art.cit.

18 Maria Rosa Calderoni, «Dentro nella lotta e sempre da una parte sola», Liberazione, 21 maggio 2008.

19 P. Sansonetti, art. cit.

20 Gianpiero Mughini, «Noi, i ragazzi di Ecce Bombo», Dagospia.com, 11 dicembre 2006.

21 M.R. Calderoni, art.cit.

22 Lanfranco Pace, «La piazza di sabato ed un passato da cui non si può scappare», Il Foglio, 3 marzo 2015.

23 ibidem

24 Simone Oggionni, «Benicomunismo: un’opera classica», in: Piero Bernocchi, Oltre il capitalismo, Massari Editore, 2015. Anche tutti i successivi saggi e articoli, qui di seguito citati, sono contenuti nella seconda parte di Oltre il capitalismo, ove Bernocchi, dopo aver approfondito ed esteso le sue analisi sul benicomunismo, sul capitalismo contemporaneo e sulle possibilità di suo superamento, ha raccolto una ventina di saggi e articoli di valutazione su Benicomunismo, la sua precedente opera del 2012.

25 Andrea Bagni, «Benicomunismo: un processo di liberazione permanente».

26 Alfio Nicotra, «Benicomunismo: per un nuovo pensiero della liberazione».

27 Roberto Morea, «Una lettura del marxismo che va oltre Marx».

28 Alfonso Gianni, «Benicomunismo, ovvero il socialismo del XXI secolo».

29 Ivan Scarcelli, «Riflessioni su una concezione emancipativa dei beni comuni».

30 Giorgio Cremaschi, «Una storia del pensiero anticapitalistico e delle lotte di una generazione».

31 Gianluigi Deiana, «Il benicomunismo come antidogma e paradigma».

32 Franco Russo, «I fatti, poi le interpretazioni».

33 Raffaella Bolini, «Bambini e acque sporche, Penelopi e delfini».

34 Michele Nobile, «A proposito di benicomunismo».

35 Monica Di Sisto, Alberto Zoratti, «Laboratori locali di benicomunismo».

36 Roberto Musacchio, «Discutendo con Piero».

37 Piero Bernocchi, dalla Premessa a Oltre il capitalismo, op. cit. pag. 10.