La Russia ha in media 30 mila vittime al mese, l’Ucraina colpisce anche a Mosca e Leningrado: chi sta perdendo la guerra? La lettera di Zelensky a Putin

La settimana scorsa Volodymyr Zelensky ha scritto una lettera a Putin, da questi giudicata “aggressiva”. In realtà, oltre ad essere attraversata da un compiaciuto sarcasmo nei confronti di Putin, ma anche di tutti coloro che consideravano senza speranza l’eroica resistenza del popolo ucraino, la lettera è soprattutto una lampante testimonianza della piena consapevolezza del governo ucraino sugli enormi passi in avanti compiuti nei confronti della criminale invasione russa, dopo quasi cinque anni da quell'”operazione speciale” che, nella valutazione diffusa nel mondo e in Italia, considerava addirittura inutile, a partire da gran parte della “sinistra antagonista” nostrana, ogni tentativo di fermare l’esercito invasore, invitando, in nome di un irenico “pacifismo ad una dimensione”, Zelensky a deporre le armi e ad accettare la consegna dell’Ucraina al dispotismo russo.

E invece il popolo ucraino, ivi compresa quella parte che non ama Zelensky ma che ha a cuore soprattutto la propria indipendenza e libertà nazionale, ha compiuto in questi anni miracoli imprevisti. Ha modificato i rapporti di forza, inventandosi un armamentario bellico originale, innovativo e a basso costo (con droni a lunga gittata che costano meno di una bicicletta da corsa) che consente – anche senza l’aiuto del solipsista presidente Usa, sempre alla ricerca dell’intesa con il neo-Zar russo e da questo ripetutamente sbeffeggiato – di difendere non solo il proprio territorio, seppur al prezzo di tante perdite umane e di distruzioni immani, ma addirittura di colpire nella profondità del paese russo, fino a Mosca e Lenigrado, gettando nel panico Putin persino il giorno della annuale parata militare, oltre a fornire assistenza bellica finanche agli Stati arabi del Golfo, oramai assai diffidenti nei confronti dello storico alleato USA.

Questo l’incipit della lettera di Zelensky: “Hai trascorso quasi metà di tuoi 26 anni al potere in Russia a fare la guerra all’Ucraina…Ma ora i russi stanno diventando finalmente assai meno a proprio agio con una guerra che porta conseguenze sempre più negative alla Russia. Non gradiscono i nostri droni e i nostri missili, nè la carenza di benzina e i prezzi in continua crescita, le restrizioni costanti, le tue intenzioni di espandere la guerra in Ucraina e in altri paesi confinanti con la Russia, non gradiscono che alla tua guerra non si veda alcuna fine. Non avrai abbastanza denaro nè capitale politico per continuare a comprare la lealtà dei russi come hai fatto negli ultimi 26 anni…Ho un rapporto sulle perdite del tuo esercito nel mese di maggio. Ancora una volta, il numero ha superato i 30 mila soldati uccisi o gravenente feriti: abbiamo la conferma video di ognuna delle tue perdite. Nel ventunesimo secolo nessun esercito può permettersi un simile rapporto. E la quota di caduti continuerà a crescere“. 

Ovviamente Zelensky è perfettamente consapevole degli enormi sacrifici richiesti al proprio popolo, le sofferenze immani e la quantità intollerabile di vittime di parte ucraina (pur se sottolinea come “il rapporto tra le perdite ucraine e quelle russe sia di uno a sei“). E in tal senso va l’appello alla pace subito e alla trattativa qui ed ora, faccia a faccia, che rivolge senza mediazioni diplomatiche, a Putin: “Non vogliamo una guerra permanente. Sappiamo bene che la vita senza guerra è infinitamente migliore, e vogliamo raggiungerla. Sono convinto che anche la grande maggioranza dei russi reagirebbe positivamente a questo…L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra attraverso un confronto diretto tra noi e te, ed è pronta ad un cessate il fuoco totale per tutta la durata del negoziato“. Ma, a latere e ad ulteriore testimonianza della accresciuta consapevolezza della propria forza, della crescente debolezza dell’avversario e della raggiunta indipendenza nei confronti dell’imperialismo USA – che veniva considerato addirittura l'”istigatore” della guerra, rovesciando i ruoli tra aggressori e aggrediti, e che invece si è rivelato il miglior alleato “occidentale” di Putin – ce ne è anche per il megalomane, sciaguratamente velleitario e avventurista presidente USA. “Abbiamo sentito dire che ti è stata promessa ad Anchorage la risoluzione di alcune questioni  riguardanti l’Ucraina e l’Europa. Ma hai potuto vedere tu stesso che le questioni ucraine ed europee non si decidono ad Anchorage“.

Sembrano passati decenni (e invece accadde solo 16 mesi fa) da quando Trump e il suo sciagurato sodale Vance, fanaticamente “risvegliato” evangelico e ottusamente anti-europeo, in spregio ai milioni di ucraini/e, morti/e, feriti/e, emigrati/e o sofferenti a causa dell’aggressione russa, tendevano vigliaccamente un agguato a Zelensky alla Casa Bianca, lo insultavano e umiliavano scientificamente in diretta televisiva davanti al mondo intero, e con lui tutta l’Ucraina e i suoi cittadini/e, resistenti e combattenti. Zelensky allora incassò con grande dignità: ed oggi si può prendere la migliore delle rivincite, sottolineando non solo la propria indipendenza dall’infido ex-alleato USA ma anche l’impotenza e il velleitarismo di chi si era vantato infantilmente di poter “porre fine alla guerra in 24 ore” e di meritare di conseguenza addirittura il Nobel della pace. Mentre oggi Trump è finito impantanato in Iran, dopo un’aggressione improvvisata e distruttiva quanto cialtronesca, che, lungi dall’eliminarlo, ha ridato forza all’orrido regime teocratico e annullato gli eroici sforzi di liberazione del popolo iraniano, toccando il minimo storico di consenso in patria e vedendo in arrivo una possibile débacle alle elezioni autunnali di mid-term.

Ma Zelensky ci tiene anche a rivendicare la propria sempre più avanzata indipendenza anche da altri sostegni militari, europei in primo luogo, quasi volendo segnalare quanto oramai sia più l’Unione europea ad aver bisogno dell’Ucraina, piuttosto che il contrario, per fermare le velleità imperiali del neo-Zar: e quanto, anzi, siano i russi ad aver avuto necessità estrema dell’intervento militare ed economico dei propri alleati, a cui appaiono sempre più subordinati. Scrive infatti: “In molti non credevano che l’Ucraina sarebbe riuscita a resistere così a lungo. Tu e chi ti consigliava non ci credevate. Non ti aspettavi una resistenza così su larga scala. Eppure, eccoci tutti qui al quinto anno di guerra: l’Ucraina ha preservato la propria indipendenza e la preserverà, nonostante tutte le previsioni contrarie. Abbiamo unito molti nel mondo al nostro fianco e contro di te. Abbiamo trovato le armi e i finanziamenti. Noi riceviamo sostegno, tu ricevi sanzioni…Abbiamo resistito ad inverni durissimi, mentre cercavi di distruggere il nostro sistema energetico. Abbiamo tenuto anche nell’oscurità, la nostra tenacia è rimasta intatta. Abbiamo portato la guerra nel tuo territorio, e tu non saresti riuscito a gestirla senza l’aiuto della Corea del Nord. Sei il primo leader della Russia a rivolgersi a Pyongyang per ricevere assistenza. E oggi sei completamente dipendente dalla Cina: anche questo è una prima volta nella storia della Russia”. 

Neldettagliato articolo c’è però, a mio parere, una nota incongrua, un singolare scarto dalla realtà fattuale del conflitto, dalle sue ragioni e motivazioni. Questa “deviazione” dal corso di uno scritto, che per il resto fotografa adeguatamente gli attuali rapporti di forza e le prospettive della guerra, appare quando il presidente dell’Ucraina scrive: “Qualunque cosa tu possa dire sulla NATO, sulla geopolitica o sulla lingua russa, questa guerra è una tua scelta personale, una guerra senza una vera ragione. Così la ricorderà la storia“. Intendiamoci: Zelensky fa bene ad ironizzare sulle false motivazioni dell’aggressione russa, che Putin è riuscito a far circolare per anni non solo nel proprio paese ma in gran parte dell’Occidente e in particolare in Italia dove putiniani e “rossobruni” occupano molte posizioni di forte impatto politico e mediatico. A distruggere la tesi del “conflitto per procura” – ossia di una guerra che il popolo ucraino avrebbe deciso di combattere, accollandosi tutti i sacrifici, lutti e distruzioni, a nome degli Stati Uniti – ci ha pensato direttamente Trump, abbandonando anche il sostegno in armi e tifando apertamente per Putin, in un quadro di “spartizione armata” di zone del mondo e dell’Ucraina stessa. Anche la tesi secondo la quale sarebbe stato l’avvicinarsi della NATO ai confini russi, tramite il cambio di campo dell’Ucraina, la causa della guerra, appare oramai decisamente insostenibile. In un ‘epoca di missili intercontinentali che viaggiano a velocità iperbolica, la vicinanza fisica ai confini è secondaria, tanto più che: a) l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella NATO, che peraltro era in condizioni assai precarie prima dell’invasione; b) i confini della Russia sono giganteschi, trattandosi in sostanza di un continente enorme; c) tante altre nazioni sono entrate nella NATO, collocate ai confini, o a due passi dalla Russia senza che questo abbia provocato alcuna belligeranza russa; d) l’invasione dell’Ucraina è riuscita nell’impresa incredibile di convincere Svezia e Finlandia ad uscire dalla loro storica neutralità militare ed entrare nella NATO, temendo aggressioni russe nei loro confronti: e la Finlandia ha un confine comune con la Russia molto più esteso dell’Ucraina. “Se la NATO fosse davvero una minaccia per la Russia, sarebbe stato logico aspettarsi che almeno la metà dell’esercito russo impegnato in Ucraina venisse spostato a proteggere il confine con la Finlandia: non si è mosso neanche un uomo..Paesi come l’Ungheria, la Polonia e gli Stati baltici hanno trascorso anni a cercare l’adesione alla NATO perchè temevano aggressioni russe, senza alcuna protesta russa.Non è stata la NATO a spostarsi verso Est, sono stati gli ex-sudditi russi che si sono spostati verso Ovest (Serhii Plokhy, docente di Storia Ucraina all’Università di Harvard, dove è anche direttore dell’Istituto di ricerche ucraine)“. Altrettanto inconsistente l’altra motivazione bellica, analogamente dura a morire, dell’intervento in difesa delle popolazioni russofone.  La causale della presunta “oppressione” dei russofoni da parte dell’Ucraina era così radicata nella leadership putiniana da farle credere che l’intervento militare sarebbe stato spianato dallo schierarsi popolare dei russofoni a fianco dell’invasione: e invece è successo il contrario e quelle popolazioni, le prime ad essere martoriate, non hanno dato alcun supporto reale all’esercito russo. D’altra parte il grosso del governo ucraino ha sempre parlato sia il russo sia l’ucraino (tanto più con le ben limitate differenze tra le due lingue) e lo stesso Zelensky è cresciuto parlando russo.

Tolte di mezzo queste motivazioni oramai impresentabili, credo però che Zelensky sbagli a parlare di “una guerra senza ragione, come scelta personale” di Putin. Immagino che il senso di questa posizione possa essere quello di isolare lo stesso Putin, di trattare quindi la guerra come una sua “fissa”personale ossessiva, e dunque addirittura cancellabile una volta neutralizzato Putin. Pur tuttavia, penso che sarebbe stato preferibile, anche dal punto di vista dell’impatto propagandistico, sviscerare le vere ragioni della guerra, che certo prendono spunto dalla volontà di rilanciare l’imperialismo russo e il suo espansionismo, già verificato in vari altri scacchieri mondiali (dal Maghreb al Medio Oriente, dall’Africa all’America Latina) ma con una motivazione particolare e primaria per quel che riguarda l’Ucraina. Motivazione leggibile fin da quando, pochi giorni prima che l’esercito russo invadesse l’Ucraina, Putin in un discorso televisivo sostenne che l’Ucraina non aveva alcun diritto di essere considerata una nazione e un paese indipendente , in quanto “creazione artificiale di Vladimir Lenin”:testualmente, “l’Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi e può essere legittimamente chiamata l’Ucraina di Vladimir Lenin“. Secondo il già citato Plocky, “l’argomento di Putin su Lenin attinge ad un nazionalismo russo che precede il 1917, un nazionalismo che condannava Lenin per aver riconosciuto i diritti degli ucraini, dei georgiani e degli armeni all’interno della struttura sovietica.L’imperialismo russo è la lente attraverso la quale Putin guarda il mondo, come lo Zar Nicola II”

Va ricordato che l’indipendenza ucraina si realizzò formalmente il 1 dicembre 1991, quando la separazione dall’URSS (che peraltro si sciolse una settimana dopo) venne approvata nelle urne con una maggioranza di oltre il 90% e una partecipazione al voto dell’84%, anche nelle regioni a prevalenza russofona. Ma il detonatore dello scontro frontale venne dopo e fu il Maidan del 2014, una rivolta popolare contro la corruzione ma anche contro il legame subordinato alla Russia che permaneva malgrado l’indipendenza, che il putinismo internazionale è riuscito a far passare come un “complotto NATO” e che dette il via alla penetrazione di unità russe “mascherate”in territorio ucraino,  nel tentativo di accendere o intensificare il malcontento dei settori russofoni, a cui si fece credere che avrebbero pagato il cambio di rotta verso Occidente. Ed è proprio questo che alla leadership russa è apparso e appare tuttora intollerabile: il fatto che una “non nazione”, “l’Ucraina di Lenin”, considerata il cuore della Russia storica, potesse e possa passare ad Occidente, recidere ogni legame con l’ex-“madrepatria” e fare da attrattiva micidiale per quella ampia parte del popolo russo che, fin dalla caduta dell’URSS, verso Occidente ci sarebbe andata molto volentieri.

In ultimo, verso la fine dell’articolo, Zelensky lancia un monito a Putin che può anche essere letto come un vaticinio minaccioso, scrivendo: “E’ giunto il momento di porre fine a questa guerra. L’Ucraina continuerà a combattere per la propria esistenza, ma anche tu dovrai lottare molto di più per la tua stessa esistenza, non quella della Russia ma la tua. E questa non è una minaccia, ma è un fatto della storia russa che tu conosci bene: quando la Russia si stanca, arriva il,cambiamento. Possiamo lavorare verso quella stanchezza“. In verità, più che una minaccia vera e propria, mi pare una sintesi storica di tanti passaggi politici e sociali della Russia, di prima, durante e dopo l’URSS. E, nella speranza di tale cambiamento, comunque lunga vita all’eroico popolo ucraino, pace, piena indipendenza nazionale, libertà e giustizia sociale per esso, esempio per tanti altri popoli europei, che purtroppo appaiono sempre più spesso esangui, passivizzati e persi in inutili, oppressivi e ipnotizzanti mondi virtuali tecnocratici, sempre più sovente incapaci di muovere un dito per difendere le proprie libertà minacciate e magari per conquistarne di nuove e migliori. 

Piero Bernocchi

14 giugno 2026

E qui di seguito il commento al mio scritto di Giovanbattista Marranchelli, che condivido totalmente.

È un’analisi dura, ma che tocca un nervo scopertissimo del dibattito politico attuale. Quello che descrivi è il vicolo cieco del cosiddetto “campismo” o dell’anti-occidentalismo a tutti i costi: la tendenza a dividere il mondo in due blocchi rigidi, dove “il nemico del mio nemico è mio amico”, a prescindere da quanto autoritario, retrogrado o violento sia quel nuovo “amico”. Ecco perché, secondo molti osservatori, questa narrazione si sta rivelando politicamente e culturalmente perdente.  Se l’unico criterio di giudizio diventa l’opposizione all’Occidente (o alla NATO, o al capitalismo occidentale), si finisce per giustificare o relativizzare le azioni di regimi teocratici, dittature imperialiste o oligarchie che della giustizia sociale e dei diritti civili — storici cavalli di battaglia della sinistra — calpestano ogni principio.​ È una lente che rimastica vecchi schemi della Guerra Fredda, incapace di leggere la complessità di un mondo multipolare. Invece di difendere i popoli oppressi, si finisce per difendere gli Stati (purché anti-occidentali), ignorando le lotte interne di cittadini che chiedono proprio quei diritti e quelle libertà considerati “borghesi” o “occidentali. Questo approccio allontana la sinistra antagonista dalla realtà e dal sentire comune delle persone, riducendola a una nicchia autoreferenziale che vive di slogan geometrici ma impermeabili ai fatti della storia recente. In breve: quando l’ideologia sostituisce l’analisi della realtà, la sconfitta — prima di tutto intellettuale — è inevitabile.

Giovanbattista Marranchelli