Nella vivace discussione interna alla mia organizazione in merito al referendum sulla riforma della giustizia, scrissi in particolare che trovavo profondamente sbagliato dare l’indicazione di votare NO per colpire il governo Meloni e farlo precipitare, nel caso di vittoria del NO, in una profonda crisi (se non addirittura provocandone la caduta) e non già per una reale opposizione teorica, politica e giuridica in merito della riforma stessa. Sostenevo che la vittoria del NO (che davo per scontata, sulla base di validi e forti argomenti, al punto di proporci sopra persino scommesse “monetarie”) non avrebbe affatto messo in crisi il governo, così come una vittoria del SI’ non ne avrebbe aumentato significativamente i consensi, finendo solo per ridimensionare il potere, che già ritenevo eccessivo, dei magistrati iper-politicizzati (e in gran parte di presunta “sinistra”), che era poi il vero obiettivo del governo.
Il mio argomeno fondamentale era che la vera forza del centrodestra riguardasse (e riguardi) soprattutto la linea “restrittiva”/repressiva sull’immigrazione e sulla sicurezza (che è poi ciò che sta determinando la primazia elettorale e politica nei rispettivi paesi dell’AFD in Germania, di Le Pen in Francia, di Farage in Inghilterra e in altri casi “minori”) , ma anche la posizione su temi sociali ed economici, sui quali emergeva ed emerge quotidianamente l’estrema debolezza e confusione del centrosinistra che, come già in passato quando messo alla prova, non dimostrava niente di meglio sul piano “classista”, cercando di delegare tale piano ad una Cgil tanto “CapitanFracassa” nelle enunciazioni demagogoche quanto incapace di far ottenere qualche risultato economico (e di diritti) significativo ai lavoratori dipendenti di ogni settore: con il risultato da spostare , oltre la Cisl, persino la Uil su posizioni filogovernative.
Ragion per cui – argomentavo – l’idea di mettere in crisi il governo su temi internazionali (appoggio a Israele, all’Ucraina e a Trump ) o sui diritti civili o sulla magistratura, era del tutto inconsistente, un “palazzetto” edificato sulla sabbia. Così come, d’altra parte, trovavo e trovo altrettanto priva di prospettive l’assoluta centratura nell’ultimo biennio su questi ultimi temi da parte della maggioranza della sinistra che si considera “antagonista”, e che ha abbandonato quasi totalmente la conflittualità “classista”, spostandosi sulla indignazione contro i bombardamenti, prima su Gaza poi sull’Iran, oltre che contro la guerra in genere e sul pacifismo “classico”, sul “ritorno del Ventennio fascista” con il governo Meloni, o addirittura schierandosi con quella magistratura “di sinistra” che in passato è stata anche la più incarognita proprio contro la conflittualità “antagonista”.
Ebbene, oggi la situazione appare questa. Dai sondaggi sul consenso nazionale ai partiti, FdI risulta sempre oscillante tra il 28 e il 29 per cento, esattamente come prima del referendum; il PD sempre bloccato tra il 21 e il 22% e i Cinque Stelle tra l’11 e il 12: l’unica modifica rilevante è Vannacci al 4%, dunque, casomai, uno spostamento verso l’estrema destra di 4 punti. Se poi prendiamo in considerazione il voto elettorale delle province di ieri, certo un test limitato ma niente affatto insignificante, vediamo che a Venezia (il test più probante), contrariamente alle previsioni di Schlein e soci, il centrosinistra ha preso una batosta per nulla annunciata, 51 a 39; idem a Reggio Calabria, dunque dall’estremo nord all’estremo sud, ove il centrodestra ha recuperato il comune con oltre il 65% dei voti. Mentre, ad esempio, le vittorie di De Luca a Salerno o di Crisafulli ad Enna sono avvenute malgrado l’ostilità aperta del PD e del centrosinistra che non volevano nessuno dei due, e che non li hanno votati o hanno votato per altri. Poi, certo, c’è la solita Toscana ( e nemmeno tutta, vedi Arezzo) o la Puglia, ma nell’insieme buon gioco ha avuto Meloni a sfottere chi ne aspettava il tracollo dopo la sconfitta referendaria. Che dunque, mi pare, ha avuto un solo effetto certo, aumentare ulteriormente il potere della casta dei magistrati politicizzati, che, come scrivo da tempo, credo abbia in Italia più potere dei politici.
Piero Bernocchi
p.s. non pochi commentatori sostengono che la sovraesposizione delle candidature islamiche, voluta e organizzata in pompa magna dal PD a Venezia, sia costata parecchio al centrosinistra. Ovviamente non ho elementi per valutare se questa scelta sia stata davvero rilevante nel contribuire a provocarne la sconfitta. Di certo, però, in vista delle politiche, dovrebbe far venire almeno qualche dubbio a chi, a sinistra, pensa di ricevere forze “fresche” e consistenti incrementi elettorali, attirando il voto islamico in generale e quello dell’islamismo politico “radicale” in particolare.





















