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Illusioni consolatorie, a proposito di chi si astiene alle elezioni

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Illusioni consolatorie, a proposito di chi si astiene alle elezioni

 

Credo che la contrapposizione tra voti assoluti e voti in percentuale – cioè, “depurati” da astensioni e voti annullati – nasconda, quando alcuni/e di noi vi ricorrono come sta succedendo in questi giorni, tre vecchie (ne sento parlare da mezzo secolo) illusioni consolatorie.

1) La prima, potente illusione è che chi si astiene, o la gran maggioranza di essi/e, lo faccia perché disgustato dall’offerta politica-elettorale a disposizione, e che, conseguentemente e/o almeno potenzialmente, possa essere dei “nostri/e”. E’ un argomento che ho sempre sentito usare da un certo antagonismo/anticapitalismo italico ma quasi mai in altri paesi. Esempi? Negli Stati Uniti Trump è stato eletto con una partecipazione al voto del 55%. E sì che sono state le elezioni più combattute della storia statunitense, quelle che hanno infiammato lo scontro come non mai, seguitissime dai media di tutto il mondo. Ebbene, nessuno/a  ha pensato che quel voto venisse sminuito dal fatto che Trump avesse preso solo il 46% di quel 55%, cioè avesse un consenso dichiarato ed esplicito intorno al 25%. E pour cause: un mega-campione del 55-60% (di circa 130 milioni di persone nel caso statunitense e di circa 200 milioni nelle elezioni europei del 26 maggio) è ultra-sufficiente per valutare quale è l’orientamento della popolazione. Tra chi di solito non va a votare, qui da noi, c’è una minoranza, credo piuttosto ridotta, che lo fa perché non sposa le posizioni di nessun partito e dunque non fa distinzioni tra europee, nazionali o comunali. Io sono tra questi/e, ma sono in minoranza persino nel quadro più militante degli attivisti Cobas, ove l’abbondante maggioranza anche in questi anni è andata a votare; e lo ha fatto pure stavolta per le Europee. In generale, però, la larga maggioranza degli astenuti/e nelle varie elezioni è fatta di gente che non si sente in particolare contrapposizione con il panorama politico esistente ma che, non essendo  legata a nessun partito o semplicemente fregandosene della politica tout court indipendentemente da chi sia al governo, può, di volta in volta, astenersi o andare a votare in base al fatto che abbia o meno un interesse immediato forte, un impulso pressante che può anche non essere di carattere materiale in senso stretto: insomma, non si tratta di astensionisti per principio e per “programma”, da cui di per sé si possa ricavare un “materiale” oppositivo.

Esempi?  Guardiamo il voto del Sud e delle isole a queste Europee. Alle politiche c’era il miraggio del reddito garantito per milioni di persone; e ne è scaturito un voto di massa per i Cinque Stelle. Stavolta il miraggio era svanito e molti/e non si sono scomodati fottendosene dell’Europa. Oppure guardiamo il voto (ne ho segnalati alcuni tra i più eclatanti nel mio precedente commento ai risultati elettorali cfr “Come da previsioni alle elezioni europee” www.pierobernocchi.it) nelle zone dove l’avversione per i migranti e i rom è stata maggiormente stuzzicata, e dove sono andati a votare soggetti che magari fino a 5 anni fa non ci andavano quasi mai, motivati stavolta solo dall’avversione per gli ultimi della terra. Tanto più questo avviene per le elezioni locali, laddove ci sia un interesse ravvicinato a sostenere questo o quello per ricavarne individualmente qualcosa. Molto probabilmente se il 100% degli italiani/e venisse portato a forza al seggio e dovesse votare pena forti sanzioni pecuniarie o peggio, il voto finale non sarebbe poi molto lontano da quello che abbiamo visto. E cioè, più o meno il 40% degli italiani/e avrebbe comunque optato per la destra “radicale” o “estrema”, perché considerata un po’ meglio degli altri e non per amore o passione convinta, e un 20-25% per il PD, mentre la sinistra “radicale” forse avrebbe superato la soglia del 2% ma non molto di più.

Se poi  ci spostiamo sul piano europeo, hanno votato più di 200 milioni di persone, circa 70 milioni in più di quanti lo fecero per il presidente Usa nel 2016 (in percentuale il 60% circa contro il 55% statunitense). Se si tiene conto dell’enorme differenza tra il peso di un presidente Usa e quello del Consiglio europeo, non si può non concludere che alla maggioranza degli europei l’Unione europea (certo, da cambiare, e radicalmente) interessa eccome. E visto che il voto (a parte l’Italia; perché  Le Pen ha preso solo il 23% e i partiti filo-europei anche in Francia hanno la maggioranza; e pure nel Regno Unito sono oramai più quelli contro la Brexit che quelli a favore; e in quanto a Polonia e Ungheria sono sovranisti del piffero, perché gran parte delle loro fortune dipendono dai soldi europei e mentre i migranti non li vogliono, i soldi europei non intendono mollarli) se ne conclude che, astenuti/e o meno, la larga maggioranza degli europei non ha alcuna intenzione di ritornare agli statarelli di stampo novecentesco – fermo restando le giuste autonomie decisionali – con le loro cinquanta monete, con altrettanti passaporti e frontiere e confini chiusi ecc. D’altra parte è quello che decine di sondaggi avevano detto in questi ultimi tempi. E se i sondaggi coinvolgono al massimo decine di migliaia di persone e vengono generalmente presi per buoni, volete che non venga preso sul serio un iper-sondaggio che coinvolge 200 milioni di persone?

2) La seconda grande illusione è quella che venne bollata da Pietro Nenni, durante le elezioni del 1948, con il lapidario commento “Piazze piene, urne vuote“. Esagerava, perché le urne per il Fronte Popolare non furono proprio vuote, ma la sconfitta fu netta: 31% circa per il FP e 48% per la DC. Nenni però voleva segnalare lo scarto enorme che ci fu tra la partecipazione popolare in piazza (i comizi e le manifestazioni di comunisti e socialisti ebbero una presenza abissalmente superiore a quella delle iniziative DC, sovente con un rapporto dieci ad uno in tante città), che aveva fatto balenare ai leader del FP il miraggio di una netta vittoria, e il voto effettivo. Di questo miraggio politico – e cioè confondere la mobilitazione di piazza con il consenso diffuso – fu clamorosamente vittima anche il “decennio rosso” 1968-77, perché tutti i tentativi elettorali fatti in quel periodo raccolsero poco più dei voti di coloro che andavano in piazza (e anzi, sovente neanche quelli), fino al disastroso risultato di Democrazia Proletaria (che raggruppava tutte le principali forze della sinistra extraparlamentare dell’epoca) nelle elezioni del 1976: un misero 1,5%, mentre il PCI superava il 34%, record assoluto per una elezione nazionale, che chiuse la parabola dei gruppi della sinistra “rivoluzionaria” del decennio. Mi pare che lo stesso errore prospettico lo fanno oggi coloro che si domandano dove sono andati a finire i voti dei partecipanti alle manifestazioni anti-Salvini, quelli dei/delle protagonisti/e delle “lenzuolate”, della protesta in favore di Rosa Maria Dell’Aria (l’insegnante sospesa per “lesa maestà” di Salvini), dei cortei degli Indivisibili, degli ambientalisti, del movimento femminista ecc. Ma di quanta gente stiamo parlando? Decine di migliaia? Mettiamo anche centinaia di migliaia? Quand’anche avessero votato tutti/e, poniamo, per la Sinistra, fossero anche 300 mila persone, in termini elettorali avrebbero prodotto un 1%. E poi quelli degli striscioni o i solidali con Rosa Maria magari hanno votato assai più per il PD, ritenendo dispersi i voti dati alla Sinistra (la trappola del “voto utile”). Insomma, confondere le iniziative di piazza con gli orientamenti di massa è un suicidio teorico e pratico.

Due incisi, infine, a proposito del rapporto tra le piazze e i voti, uno su un fenomeno di grandi dimensioni riguardante la Francia e uno ben più modesto per l’Italia. Visto che è stato il movimento europeo più citato degli ultimi anni, interesserà sapere, appunto a proposito di piazze piene e urne vuote, come è finito l’impegno elettorale dei Gilet Gialli. Delle cinque liste che volevano presentarsi alle Europee. tre non hanno trovato le firme o si sono ritirate; due sono arrivate al traguardo. Ma “Alleanza gialla” ha preso lo 0.5%, mentre “Evoluzione cittadina” dello sciagurato Chalençon – quello che si incontrò con Di Maio e Di Battista, che ci si volevano alleare, e che poi farneticò di colpo di Stato contro Macron – ha preso lo 0,01 per cento; i sondaggi dicono che circa il 45% dei militanti “gialli” avrebbe votato per Le Pen. Mentre, si parva licet, qui da noi tanto rumore per nulla verrebbe da dire a proposito delle due organizzazioni nazifasciste Casa Pound e Forza Nuova, che tanto si sono agitate per comparire in piazza e così farsi misurare (pur se in genere con numeri ridicoli, abissalmente lontani da quelli delle piazze di sinistra) e lucrare elettoralmente, ma hanno finito per raccogliere alle Europee un miserabile 0,3% la prima (la metà di quanto raccolto dal Partito Animalista) e un ancor più ridicolo 0,15% la seconda.

3) La terza illusione consolatoria è, forse, quella che funziona di più, e che ho letto stavolta in vari siti così come altre decine di volte dopo tutte le elezioni degli ultimi anni. Ed è duplice. a) La prima parte si concentra sul vecchio slogan “Non votare, lotta” (variante moderata e minimalista dell’altrettanto storico “Lo Stato si abbatte e non si cambia“). Ora, per quel che mi riguarda, sono circa 53 anni che di lotte ne ho fatte a migliaia e i movimenti (come ha testimoniato nei decenni anche l’informazione mainstream, almeno ai tempi, non così lontani, in cui noi anticapitalisti preoccupavamo ancora sul serio lor signori) me li sono fatti quasi tutti, e non da comparsa. Ma il fatto che i movimenti lottassero e certamente cambiassero anche cose importanti, ha sempre cozzato con l’afasia sul piano istituzionale, con una scissione radicale non riscontrabile in nessun altro paese europeo e manco oltre. Perché le lotte poi devono consolidare le vittorie e, se non sono in vista processi rivoluzionari, per ottenete tale obiettivo il terreno politico-istituzionale conta eccome. E pure stavolta, i movimenti, di fronte alle elezioni, si sono fatti da parte, almeno a livello collettivo. b) Poi, connessa a questa idea salvifica della lotta di movimento bastante a se stessa, c’è quella gemella per cui se la gente non va a votare a sinistra-sinistra è perché l’offerta non è mai abbastanza adatta. Non andava bene il Manifesto e Valpreda nel 1972, né Lotta Continua, AO, il Pdup e il Manifesto messi insieme nel 1976, e nemmeno Democrazia Proletaria negli anni successivi, e neppure Rifondazione Comunista nella versione cossuttiana o in quella bertinottiana (o meglio, quella andava bene fino a un certo punto, fino all’ingresso nel secondo governo, tant’è che un po’ di voti li prendeva), e men che meno l’Arcobaleno o l’Altra Europa per Tsipras, figuriamoci Potere al Popolo l’anno scorso e La Sinistra stavolta.

Oh, attenzione! Io per primo, da astensionista storico (referendum esclusi), ho sempre pensato così, e cioè che nessuno di questi fosse abbastanza conflittuale, o che non fosse davvero dalla parte delle trasformazioni sociali che mi stavano e mi stanno a cuore, o che non rispettasse i movimenti né regole davvero democratiche nella formazione delle alleanze, o che fossero infognati un po’ tutti nei magheggi concertativi a livello locale e sindacale ecc. Però, poi, guardando in Europa (ma anche in America Latina, ad esempio), ho dovuto notare che altrove i nostri “simili” non hanno cercato l’ideale, ma si sono accontentati del meno peggio (come, credo, fa la grande maggioranza dei cittadini/e), e ad esempio si fossero fatti bastare Die Linke in Germania, Corbyn nel Regno Unito,  Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, Sinn Fein in Irlanda, Melenchon in Francia, il Bloco de Esquerda o il PC in Portogallo, i Verdi qua e là, e negli Stati Uniti addirittura Sanders. E, per restare al qui ed ora di “casa mia”, so che la maggioranza dei militanti e attivisti COBAS che conosco ha fatto lo stesso individualmente (scindendo la scelta personale da quella collettiva dell’organizzazione, che non ha dato alcuna indicazione di voto, neanche generica) ed è andata a votare eccome e ha scelto quello che considerava il meno peggio e per lo più ha votato per La Sinistra, così come alle elezioni di marzo in non pochi/e avevano votato, sempre nella logica del meno peggio, per i Cinque Stelle.

Insomma, penso che nella sinistra antagonista, anticapitalistica o antiliberista, alternativa, conflittuale, di movimento, di base – o come diavolo la vogliamo chiamare – dovremmo riflettere profondamente su come superare queste vistose contraddizioni del nostro “mondo” nei confronti delle elezioni e delle istituzioni  – che forse sottendono sovente una logica tipo “la volpe e l’uva”, e cioè, visto che sappiamo di essere netta minoranza, perché farci contare alle elezioni? – piuttosto che  cullarci in consolatorie illusioni sul potere potenzialmente salvifico dell’astensione. E magari, se non ci piacciono i menu che altri hanno finora apparecchiato per noi, provare a ragionare su quello che, insieme, saremmo in grado di mettere in tavola noi.

 

Piero Bernocchi

 

30 maggio 2019

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