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Come da previsioni, nelle elezioni europee: trionfa la Lega, tracollano i Cinque Stelle, il PD respira

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Fenomenologia del “popolaccio” salviniano

 

Una premessa sull’Europa. Mi  sa che aveva visto giusto Altan con la sua vignetta “L’Europa è come la mamma”: può essere cattiva, severa, ingrata, ingiusta, anaffettiva, ma si può sempre sperare che migliori, che ci tratti un po’ meglio ed in ogni caso è peggio non averla o essere orfani. E cioè, fuor di metafora: nonostante il malcontento e le critiche forti nei confronti della politica dell’Unione Europea, alla resa dei conti i partiti nazional-populisti e/o fascistoidi, che predicano la disgregazione della UE, non hanno sfondato né cambiato significativamente gli equilibri parlamentari europei perché la larga maggioranza dei cittadini/e, andati al voto molto più che in precedenza (tranne che in Italia, un paio di punti in meno), ha detto che vuole una Europa più democratica, giusta, solidale ed egualitaria ma non tornare alle sovranità nazionali, con il ripristino delle frontiere, delle cento monete, dei separatismi e dei conflitti – fino alle grandi tragedie belliche – tra Stati modellati come nell’Ottocento o nel Novecento. E in questo neanche la Francia e l’Italia costituiscono delle vere eccezioni: in Francia Le Pen ha dismesso il tema “uscire dall’Europa” da tempo e ha propagandato un nazionalismo à la carte che peraltro non è stato poi così premiato, perché il suo 23% è inferiore di due punti rispetto alle precedenti Europee ed è più giusto dire che ha perso Macron  (al 22%) più che ha vinto lei. E neanche la Lega ha più battuto il tasto dell’uscita dalla UE e dall’euro che per la verità la maggioranza dei suoi elettori/trici (cosa che del resto vale per la maggioranza abbondante degli italiani/e) non desidera affatto.

Però, l’Italia costituisce davvero un caso eclatante, rispetto agli altri paesi dell’Europa occidentale, per la misura del trionfo della Lega – che dall’arrivo al governo ha accentuato sempre più i caratteri reazionari – che, addizionato al successo dei Fratelli d’Italia di Meloni, porta da noi la destra estrema al 41%, mentre ad esempio in Spagna Vox si ferma al 6% e l’Afd in Germania all’11%. E per giunta lo fa al termine di una campagna elettorale che ha stuzzicato tutti gli stilemi delle culture e delle ideologie simil-fasciste e riportato a galla, potenziato, ingigantito e compattato un popolaccio che affonda le sue radici in plurisecolari, negative pulsioni italiche, più forti che altrove, già emerse con evidenza durante il Ventennio mussoliniano. Certo, lo avevamo detto e messo per iscritto fin dal giugno 2018, subito dopo la formazione del governo Salvini-Di Maio (anche se faticammo non poco all’inizio a far capire la natura massimamente reazionaria e senza precedenti di questo governo), che i Cinque Stelle avrebbero portato verso il trionfo la Lega e ne sarebbero stati dissanguati. L’ignoranza, la spocchia e l’arroganza del gruppo fondatore – che ha costruito i propri successi sulle tesi del “non siamo né di destra né di sinistra, ma oltre” o del “non siamo antifascisti perché il fascismo è scomparso”, nonché sull’odio verso i politici tout court in nome di una autoproclamata purezza antropologica e millantata onestà-tà-tà – ha impedito loro, tanto più in presenza di una gestione padronale e di un infimo tasso di democrazia interna, di evitare la disfatta, arrivata peraltro in tempi asai brevi.

Scrivemmo alcuni mesi fa, parafrasando i dialoghi dei western di Sergio Leone, che “quando un partito senza ideologia ne incontra uno che invece ne ha tanta, il primo fa una pessima fine“. E la Casaleggio Associati e Giggino Di Maio avevano sottovalutato il profondo cambio di pelle della Lega salviniana, il cui lungo e certosino lavoro negli ultimi anni ha mirato non già a rappresentare il vecchio indipendentismo della Lega dei Bossi e dei Maroni, bensì a costruire un blocco sociale ideologico e culturale (sub-cultura, si dirà, però funzionale) prima ancora che economico e strutturale, forgiando quel popolaccio salviniano, del tutto interclassista e trasversale, di cui in conclusione proverò a tratteggiare i caratteri patologici. I Cinque Stelle hanno impiegato quasi un anno a capire che le armi usate a piene mani dalla Lega (razzismo, xenofobia, ossessione identitaria, paranoia securitaria, odio verso l’ultimo arrivato, verso i diversi, i più deboli, l’ostentazione dell’omofobia, del machismo e della misoginia, la religiosità bigotta, il culto del Capo e dell’Uomo Forte da seguire e venerare ecc.) non solo erano più potenti ma costavano assai meno (anzi, praticamente niente) rispetto agli obiettivi propagandistici dei Cinque Stelle. I quali, con il sedicente reddito di cittadinanza, pensavano di rieditare una sorta di assistenzialismo neodemocristiano, che però, in assenza delle risorse economiche della DC e della sua capillare presenza territoriale, aveva funzionato solo nella campagna elettorale del 2018, e per giunta solo al Sud in maniera clamorosa, ma aveva rivelato il bluff e la cialtroneria conseguente una volta avviato il progetto con scarse risorse, competenza miserrima e assenza di quella diffusione reale nel territorio in grado di aggregare e consolidare le clientele.

Però, la Lega aveva un punto debole micidiale: era stata già al governo ben tre volte e non aveva realizzato nessuna delle promesse riproposte in campagna elettorale, presentava un ceto politico di lunghissimo corso (la Lega è il più vecchio partito presente in Parlamento), con Salvini stesso che in vita sua non ha mai fatto altro che il politico (in consiglio comunale già a 21 anni come leader dei “comunisti padani”), e non avrebbe mai potuto risultare credibile come “il governo del Cambiamento” tornando a gestire il potere con Berlusconi, Meloni e tutta la vecchia compagnia di giro, già crollata ben tre volte alla prova del governo. La Lega abbisognava di un paravento, di qualcuno che cancellasse con la sua presenza i tanti anni governativi della Lega, che la ridipingesse come nuova con la sua compartecipazione; e i Cinque Stelle, con un cretinismo parlamentare e una sete di potere da parvenu, si sono offerti come cavallo di Troia per l’ingresso nella “fortezza” governativa: solo che. a differenza della mitica guerra narrata da Omero, qui ed ora il legno del “cavallo” è stato bruciato dai leghisti per riscaldare e potenziare la propria avanzata.

Appare non facile spiegare tale sciagurata incapacità di leggere quello che stava accadendo, così come la subitanea resipiscenza arrivata solo nelle ultime settimane elettorali: che ha provocato però un tale rovesciamento nei rapporti tra Lega e Cinque Stelle da convincere milioni di persone che le responsabilità nei fallimenti governativi andassero addebitate in toto al M5S e non alla Lega, che andava premiata perché potesse assumere il pieno comando governativo o sbarazzarsi del tutto dei Five Stars. Nelle ultime settimane, Di Maio è apparso una falena impazzita che continuava a sbattere inutilmente contro la “lampada” imperforabile di Salvini, virando la campagna elettorale sulla aggressione all’alleato e sul tentativo di dimostrarne l’incapacità e la pericolosità, ma finendo per picconare e squalificare il proprio governo e il proprio ruolo in esso. Di Maio ha strombazzato urbi et orbi che Salvini, e di conseguenza il governo, non aveva fatto nulla sui rimpatri, che i porti  erano apertissimi, che il decreto-sicurezza bis era incostituzionale e impresentabile, che l’economia peggiorava perché, con le sue dichiarazioni, Salvini aveva fatto alzare lo spread, che Boccia, capo della Confindustria, aveva ragione nel dire che per sistemate l’economia il governo doveva buttare nel cestino il “contratto” costitutivo; e, per giunta, che Salvini aizzava la piazza, provocava scontri, stava riportando il clima degli anni ’70, doveva piantarsela di strumentalizzare la polizia, di usare i nazifascisti di Casa Pound e Forza Nuova (a proposito: malgrado tutta la pubblicità diretta e indiretta ricevuta in questi mesi, le due formazioni nazi-fasciste hanno raccattato lo 0.6% la prima e lo 0.3% la seconda), di riproporre l’armamentario verbale mussoliniano e disprezzare il 25 Aprile, i partigiani e la Resistenza.

Solo che tutto questo strepitare e aggredire (e Salvini da par suo ha replicato sottolineando la totale inconsistenza e cialtroneria della gestione economica dei Di Maio, Toninelli, Castelli e compagnia) si è rivelato un clamoroso autogol sia verso sinistra sia verso destra, come è dimostrato dalla discrasia tra i sondaggi di un paio di mesi fa (prima che iniziasse la conversione “antifascista” e antisalviniana dei 5 Stelle) che davano i Five Stars in calo ma comunque intorno al 23%, e i risultati elettorali che li schiacciano addirittura su un 17% che significa il dimezzamento rispetto alle politiche del marzo 2018. A sinistra, in senso general-generico, una buona percentuale di quelli da lì provenienti, che in qualche modo avevano assorbito la botta dell’alleanza con la Lega, di fronte allo squadernare tutte le bassezze dell’alleato leghista contraddetto dal ribadito “governeremo ancora con la Lega fino alla fine della legislatura”, hanno pensato più igienico tornare a votare un PD “derenzizzato”, o magari astenersi, piuttosto che ri-votare una tale banda di scappati di casa. E a destra, tanti di quelli che pencolavano tra le due forze di governo, hanno infine optato per la Lega o addirittura per Fratelli d’Italia, più credibili e coerenti nella loro politica reazionaria.

Da tale clamoroso posizionamento suicida della Casaleggio Associati e dei suoi subordinati, ha tratto vantaggio persino il PD. Zingaretti, colui che sembra non dire niente anche quando parla, ha dovuto fare ben poco per far tornare a casa quattro punti percentuali di voti nelle Europee e per ottenere alcuni non trascurabili exploit in alcune grandi città, dove risulta il primo partito, come il 43% di Firenze, il 40% di Bologna, il 36% di Milano, il 33% di Torino e il 30% di Roma, nonché altri successi nelle elezioni amministrative ove con il centrosinistra vince al primo turno in vari capoluoghi di provincia (Firenze, Bari, Bergamo, Pesaro, Modena, Lecce) e in altri (Reggio Emilia, Cesena, Foggia e Livorno) va al ballottaggio come prima forza. Tutto ciò, malgrado il PD non abbia presentato programmi veri né obiettivi e proposte stringenti e fattuali ma solo un elenco di generici propositi di vecchio stampo socialdemocratico, o social- liberista “temperato” come sarebbe più corretto dire, vista comunque la grande disponibilità alle Grandi opere e verso l’imprenditoria, il rispetto delle regole del gioco europeo, la “moderazione” salariale ecc. E’ bastato mettere in ombra Renzi, recuperare i transfughi dalemian-bersaniani e un po’ di intellettualità pentita, fare dichiarazioni buoniste, solidali e “francescane” (nel senso di papa Francesco), condire di generiche promesse di “ritorno in mezzo al popolo” (vedi riapertura sede di Casalbruciato et similia) e, pur gravato da un eloquio che manco ai banchetti di matrimonio lo prenderebbero, Zingaretti sta facendo credere a parecchi commentatori che quel corpaccione del PD, che fino a ieri sembrava uno zombie irrecuperabile, si è rianimato e almeno respira regolarmente.

C’è da aggiungere però che – pur di fronte ad una destra estrema, Lega più Fratelli d’Italia, al 41% (e al 42% se ci aggiungiamo le frattaglie di casa Pound e Forza Nuova) che, con l’aggiunta di Forza Italia, arriverebbe al 50% – il gruppo dirigente del PD pensa, e non senza alcune ragioni, di poter contare sullo sfaldamento, o su un brusco cambio di direzione, dei Cinque Stelle, verso una possibile futura alleanza (non a caso le ultime dichiarazioni sono state: “non ci alleeremo mai con il M5S di Di Maio”; ma con un altro leader?). A favore di questa prospettiva, gioca anche la penosa situazione che deve ora fronteggiare la Casaleggio Associati. Per rimanere al governo, caduto il quale la gran parte del personale politico raccogliticcio dei Cinque Stelle dovrebbe tornare a casa senza possibilità di ritorno ai fasti istituzionali, Di Maio e soci dovrebbero accettare apertamente la condizioni di personale di servizio a disposizione di Salvini. Che ha già descritto le prossime, micidiali forche caudine politiche: accelerazione delle Grandi opere, a partire dalla TAV (tanto più dopo la vittoria leghista in Piemonte); approvazione rapida della “autonomia differenziata”, cioè della regionalizzazione spinta, la “secessione dei ricchi”; lancio della flat tax nella prossima Legge di bilancio; chiusura dei porti e respingimento dei migranti, da far sottoscrivere anche al Parlamento europeo. Come i Five Stars possano accettare di rimanere al governo in una posizione apertamente servile appare difficile immaginare, visto il rischio di rapida estinzione, pur se anche una ravvicinata prospettiva elettorale, che taglierebbe fuori quasi tutto l’attuale gruppo dirigente, sembta non meno raggelante per la attuale leadership.

D’altra parte il PD può cantare vittoria anche per il pesante (oltre le più pessimistiche previsioni dei promotori/trici) fallimento della lista La Sinistra, malgrado i sondaggi non sfavorevoli e alcune sponsorizzazioni “di grido”. L’1,7% raccolto è davvero poca cosa, appena un po’ meglio del precedente 1,1% alle Politiche di Potere al Popolo, creatura soffocata nella culla, malgrado i salti mortali del buon Cremaschi, da stalinoidi vecchi e nuovi. Ancora una volta Rifondazione Comunista ha ripetuto l’autolesionistico rituale praticato dal fallimento del secondo governo Prodi in poi. Dopo aver strenuamente rivendicato nell’attività quotidiana consueta il proprio “essere comunista”, con tanto di attrezzatura novecentesca di falci e martelli e pur senza aver spiegato, dopo quasi trenta anni dalla nascita, che relazione ci sia con il comunismo novecentesco del “socialismo reale”, al momento dell’appuntamento elettorale ha riproposto per la quarta volta consecutiva, a partire dalla catastrofica Lista Arcobaleno, la sua mimetizzazione dietro un presunto salvatore della patria o “federatore”. L’altro ieri si trattò di Ingroia, ieri di Tsipras, oggi sarebbe dovuto essere il vanesio De Magistris, passato da magistrato manettaro simil-Di Pietro ad una sorta di Napoleone de’Forcella, generale però senza esercito che immaginava la candidatura alle Europee come primo passo per arrivare addirittura alla Presidenza del Consiglio, come aveva confidato, in una delirante intervista all’Espresso, alla giornalista Stefania Rossini, basandosi sulla certezza di “piacere molto non solo alle donne ma anche a tanti uomini”.

Salvo poi fare precipitosa marcia indietro in extremis, accortosi dell’inconsistenza delle proprie pretese e del proprio rilievo nazionale, lasciando in braghe di tela il PRC che non ha potuto fare altro che rimettersi insieme a quel Fratoianni che aveva guidato, come braccio destro di Vendola, la più vistosa tra le tante scissioni del travagliato partito, sollevato piuttosto in alto e poi fatto precipitare a terra da un altro grande vanesio con la erre moscia. E pur tenendo conto di questo percorso tortuoso e per nulla attraente, quell’1,7% appare comunque una miseria. Come per altri versi non sono neanche trascurabili i cali vistosi che le principali forze della “sinistra radicale” (o sinistre a sinistra del centrosinistra, se mi si passa lo scioglilingua) hanno registrato un po’ dappertutto, da Die Linke che in Germania è arretrata al 5%, alla France Insoumise di Melenchon che scende vertiginosamente al 6%, fino a Podemos in Spagna, attestatosi intorno ad un 10% che è meno di un terzo rispetto al trionfale 33% del socialista Sanchez, per non parlare delle liste sponsorizzate da Varoufakis in giro per l’Europa e annegate dappertutto nel calderone delle  “altre liste” che non superano manco la soglia dei prefissi telefonici. Il tutto, poi, mentre i Verdi si rilanciano alla grande quasi dappertutto, risultano il secondo partito in Germania, il terzo in Francia e superano il 10% in vari paesi e persino in Italia scavalcano il 2%, pur restando fuori della soglia del 4% che avrebbero raggiunto molto probabilmente se avessero accettato la proposta di apparentamento con la lista della Sinistra.

E le strutture di base? E le forze che, pur a volte esagerando, si definiscono movimenti? Le realtà più conflittuali, antagoniste, autorganizzate, senza tessera ma con precise identità e fisionomia politica e sociale? More solito, come è accaduto fin dal ’68 con pochissime eccezioni, anche stavolta di fronte a passaggi istituzionali pur molto rilevanti come questo, si estraniano, si fanno da parte. Per carità, non sottovalutiamo quello che anche noi come COBAS abbiamo fatto in questi mesi e di cui in molti casi siamo stati corretti co-protagonisti, le mobilitazioni antirazziste e contro le politiche reazionarie del governo messe in campo dagli Indivisibili, le manifestazioni ambientaliste e contro le Grandi opere, quelle del movimento femminista, le forti contestazioni a Verona ai reazionari familisti e a Salvini un po’ ovunque, le lenzuolate contro il ministro degli Interni, lo sciopero della scuola contro la regionalizzazione, la campagna di solidarietà per Rosa Maria Dell’Aria, sospesa dall’insegnamento per reato di “lesa maestà” nei confronti di Salvini e così via. Ottime iniziative nell’insieme, ma con sconnessione tra una mobilitazione e l’altra, senza alcun convinto tentativo di arrivare ad una intersezione, ad alleanze aperte e paritarie e che durino più dell’éspace d’un matin, in senso egualitario, solidale, antiliberista, in difesa dei diritti sociali e democratici, e che sappiano anche dire qualcosa di fronte ai passaggi istituzionali, come peraltro avvenuto in quasi tutti gli altri paesi d’Europa in questi anni.

Cosicché, tutto questo mondo conflittuale anche stavolta ha praticato un generale mutismo rispetto ad un passaggio elettorale comunque di dimensioni epocali per le sorti dell’Europa e dell’Unione Europea: e, peraltro, stavolta con un tasso di schizofrenia persino superiore al solito. Perché, di fronte all’imminente e annunciato trionfo delle ideologie fascistoidi salviniane, gli stessi che, come organizzazione, movimento, centro sociale o collettivo ambientalista, avevano evitato di prendere una qualche posizione, poi in gran parte – questo ho potuto ampiamente verificare di persona negli ultimi giorni – non si sono personalmente astenuti/e ma a livello individuale una scelta elettorale l’hanno fatta, dimostrando che alla fin fine non considerano tutti i partiti equidistanti da loro, anche se magari, con altrettanta scissione politica, sono passati in poco tempo dal voto ai Cinque Stelle a quello a La Sinistra o ai Verdi, se non addirittura, in qualche caso, al PD.

Andrà così anche nei prossimi tempi? Di fronte a questa schiacciante egemonia della destra più radicale e reazionaria, ognuno – movimento, rete sociale, collettivo territoriale, sindacato alternativo, partito “antagonista” – continuerà ad operare in una presunta autosufficienza e ad una distanza sdegnosa e siderale dagli appuntamenti politici istituzionali, contraddetta poi dal tacito voto individuale a questo o a quello, con la logica del “turarsi il naso”? Non ho risposte precise ma un’avvertenza, questa sì, da rivolgere alle aree e alle strutture conflittuali, antagoniste, alternative, antiliberiste o anticapitaliste. E cioè: non vi fate facili illusioni sulle caratteristiche del successo folgorante della Lega, del salvinismo e della destra fascistoide. Non crediate che dipenda solo dalle politiche liberiste della sinistra, dall’avere essa abbandonato il suo retroterra sociale storico, le  classi o ceti di riferimento.  Non sottovalutate il peso e la profondità del blocco sociale, culturale, ideologico, religioso e morale che ho chiamato il popolaccio di Salvini., definizione volutamente spregiativa che, arrivando alla conclusione, è mio dovere spiegare in modo esauriente.

Parto dal presupposto, su cui spero ci sia condivisione diffusa, che il popolo, in quanto entità unitaria, omogenea e a-storica, non esista, così come, contrariamente a quanto credevo nella mia gioventù marxista e leninista, la categoria di proletariato e finanche di classe operaia. Certo, esistono i popolani, i proletari e gli operai. Ma essi/e, intesi in senso puramente sociologico, possono collocarsi su posizioni politiche, ideologiche, culturali, religiose e morali assai diverse o anche diametralmente opposte. Ciò che dà compattezza, relativa unità e omogeneità a queste categorie, classi e ceti, almeno in certe circostanze e per periodi non eterni, è un insieme di fattori che travalicano la pura somiglianza di redditi, condizioni di lavoro e stato socio-economico. I fattori cosiddetti sovrastrutturali – una relativa visione del mondo e della vita, una ideologia, una cultura, alta o bassa che sia, una religiosità o meno, una morale, degli ideali e così via – determinano la formazione di uno schieramento politico-elettorale dotato di una qualche identità almeno quanto la collocazione economica e, soprattutto nei momenti di crisi o di grandi trasformazioni sociali, strutturali e di valori, persino con influenza superiore.

Ebbene, se osserviamo l’operazione culturale ed ideologica operata dalla Lega di Salvini per riunire, addensare e inquadrare il suo popolaccio, non è difficile notare che l’aspetto economico, l’identità di classe e di ceto, il reddito o le condizioni di lavoro non sono stati affatto gli elementi determinanti per provocare una fusione, certo relativo a questa fase e sempre transeunte, così rapida e potente. Lo zoccolo duro della Lega aveva un’identità di classe e di ceto abbastanza definita, era costituito dai protagonisti delle piccole e medie imprese del Nord, lavoratori autonomi o dipendenti che volevano svincolarsi dalla stretta soffocante dello Stato fiscale e di quella che consideravano la “zavorra” sudista e ministeriale, che vedevano corrotta e fondata sull’assistenzialismo e su un parassitismo burocratico e parastatale. Ma quella Lega non è mai arrivata alle due cifre elettorali e i suoi sogni, l’indipendentismo e la secessione, non sono mai andati oltre il livello di favole per adulti. Ben altra forza e diffusione ha assunto il progetto salviniano, un nazionalpopulismo che si è fondato su elementi trasversali che hanno messo insieme ricchi e poveri, nordisti e sudisti, ceti e classi e categorie assai lontane se esaminate con criteri economici e reddituali. I collanti che hanno consentito un blocco da 34% (pur se i votanti sono stati poco più del 56% degli aventi diritto) sono stati ben diversi da quelli dei proto leghisti: in generale, e innanzitutto, quella che ho chiamato sindrome da Impero romano in decadenza, allora l’alleanza dei patrizi e plebei contro i barbari che premevano alle porte, e oggi contro l’ondata migrante. E di conseguenza il razzismo e la xenofobia più manifesti e sfacciati, contro i migranti in generale ma con particolare accanimento nei riguardi dei neri e dei rom/sinti, l’ossessione identitaria anti islamica ma anche sottilmente antisemita, la paranoia securitaria contro un dilagare malavitoso pur smentito dai dati reali, l’esaltazione dei corpi armati con le varie divise ostentate da Salvini in un anno di governo, l’odio non solo verso l’ultimo arrivato, verso i diversi e i più deboli economicamente, ma anche il corollario di omofobia e machismo/misoginia, il culto del capo e dell’Uomo Forte. Fino poi alla religiosità più bigotta e superstiziosa, esaltata a poche ore dal voto in una sorta di apparente delirio mistico di Salvini che dal palco del Duomo ha invocato la protezione dei 6 santi patroni dell’Europa (peraltro ideologicamente agli antipodi del ducetto devoto) e si è appellato, rosario in mano sbaciucchiato ripetutamente, al “cuore immacolato di Maria” affinché sponsorizzasse la vittoria leghista, con lo sguardo e il dito rivolto al cielo e in aperto conflitto, quasi novello Lutero, con il papa dell’accoglienza ai migranti, fischiato entusiasticamente dalla piazza.

Al di là del trionfo generale, ci sono dettagli inequivocabili in tal senso, leggibili in tanti numeri del voto scorporato: a Roma la Lega raggiunge il 25% ma a Torre Maura, ove è esplosa la furia anti-rom, arriva al 37%; a Riace, fulcro dell’esperienza più celebre di accoglienza positiva dei migranti, la Lega è il primo partito con il 30%; e altrettanto a Macerata, dove il potenziale assassino Traini sparò a sei migranti per “vendicare” Pamela Mastropietro, e stavolta la Lega è andata ben oltre il già lusinghiero risultato delle Politiche con addirittura il 41%, esattamente come a Mirandola dove è avvenuto durante la campagna elettorale l’incendio, ad opera di un migrante (così pare), della sede della polizia locale;  a Lampedusa, centro permanente di sbarchi, la Lega è andata persino oltre, raggiungendo circa il 45%, seppur con un alto tasso di astensioni; e a Verona, città della contestazione ai bigotti e omofobi familisti, ha raccolto il 37%; e si potrebbe continuare a lungo.

Un tale impasto sciagurato sta avendo un certo successo anche altrove in Europa, ma non nella misura italiana, Ungheria a parte. E’ che l’Italia ha decine di storici precedenti, perché a tale modello ideologico e culturale si aggiunge il familismo amorale, lo scarsissimo senso civico diffuso tra ampi strati della popolazione, il farsi i cazzi propri come regola-chave di vita, l’egoismo proprietario, il camaleontismo, il saltare rapido sul carro del vincitore, il culto del Capo che decide e comanda per tutti e toglie a tutti/e la responsabilità sul proprio agire e sul proprio eventuale malaffare. E il suddetto impasto ha radici profonde in un’Italia priva, fino a un secolo e mezzo fa, di una struttura statuale unitaria che agevolasse il senso della collettività nazionale, con la presenza soffocante ed egemone di una Chiesa cattolica che ha usato la religione e il potere temporale durante una quindicina di secoli per dissuadere i cittadini dall’andare oltre l’interesse per la propria famiglia e per la pratica religiosa, disinteressandosi del bene comune sociale.

Se uso il termine popolaccio per caratterizzare questo micidiale melting pot e se mi sento di definirla una vera e propria patologia sociale, morale e culturale, provocata e fomentata scientemente dall’alto, è perché vorrei sottolineare che sovente – e tanto più nelle fasi di grande crisi economica e di trasformazioni produttive, tecniche, sociali, spirituali, ideali e morali di dimensioni planetarie – tali fusioni avvengono utilizzando le parti peggiori dell’animo e del comportamento umano, sollecitando tutto ciò che provoca odio, conflitto, ricerca di capri espiatori, lotta a coltello tra ultimi e penultimi, rinuncia alla libertà in nome di una presunta maggior sicurezza, costruzione di identità fittizie e rassicuranti e così via. Il razzismo esisteva anche nel Nord Italia degli anni ’50 del secolo scorso e non era, potenzialmente, molto meno aggressivo di quello odierno: ma allora le principali forze politiche, sindacali, culturali e istituzionali lavoravano per sopprimere o perlomeno marginalizzare questi miasmi nefasti, avendo bisogno di tutti nell’opera di ricostruzione post-bellica; oggi succede l’esatto contrario, le pulsioni peggiori, antiegualitarie e antisolidali, vengono incoraggiate, fomentate e potenziate fino al livello di patologia morbosa, costituendo la base del nuovo potere reazionario.

Il termine spregiativo credo dunque sia utile, esattamente come lo rivolgerei al popolaccio di ricchi e poveri, potenti e senza potere, che ha eletto Bolsonaro in Brasile o Orban in Ungheria o a quello che costituì a suo tempo la base del potere hitleriano e mussoliniano. Ma al di là della terminologia e delle analisi, alle aree conflittuali e libertarie, sinceramente democratiche e antagoniste, solidali e accoglienti, vorrei dire: non illudiamoci che per cambiare di segno a questo tremendo andazzo basti trovare un obiettivo economico più efficace, un discorso più “di classe”  o radicale, tutte cose certo necessarie e inevitabili ma di per sé non sufficienti perché in realtà serve assai di più, bisogna ricostruire un pensiero globale, una visione del mondo e dell’organizzazione sociale in termini positivi, centrata su un “noi” solidale invece che su tanti “io” chiusi solo nella difesa, presunta o reale, dei propri piccoli o grandi averi.

Insomma, ci aspetta un lavoro complesso e di lunga lena, che si giocherà su molti piani, politici, sindacali, culturali, filosofici, morali e ideali, cercando di rifondare un pensiero (che ho definito benicomunista) egualitario, profondamente democratico, solidale, basato sulla giustizia sociale, economica, ambientale, sull’accoglienza paritaria, contro ogni discriminazione di carattere etnico o religioso o di orientamento sessuale. E in tale processo, dovremmo riannodare i fili delle varie componenti che in questo lavoro faticoso si stanno impegnando, per mettere in campo un’alleanza positivamente popolare, che al momento non appare maggioranza ma che può aggregare comunque una rilevante porzione della società in tempi ragionevoli, forse più ampia di quanto si possa pensare leggendo freddamente il voto di domenica.  Anche perché, mentre si svolgeva la sovente ignobile campagna elettorale, l’OCSE segnalava che nel 2019 in Italia caleranno i consumi, saliranno ancora debito pubblico e deficit; e l’ISTAT ha previsto una disoccupazione all’11%, un vistoso calo degli investimenti, mentre Conte ha ammesso che sarà molto difficile non aumentare l’Iva nella prossima Legge di Stabilità. Cosicché appare fantascienza l’impegno di Salvini a sforare ulteriormente il rapporto deficit/Pil, a aumentare ancora il debito pubblico e ad avviare una vera flat tax contando su una benevolenza della futura governance della UE e della Bce o sulla indulgenza di chi dovrebbe continuare a prestare soldi allo Stato italiano a tassi sostenibili. Dal che sembrano possibili due sviluppi: una clamorosa ritirata leghista, qualsiasi siano le sorti dell’attuale governo, o una crisi economica dirompente, di fronte ai quali scenari forse il collante del popolaccio salviniano potrebbe allentarsi in tempi più ravvicinati del previsto.

 

Piero Bernocchi

 

27 maggio 2019

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