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La magistratura di Agrigento libera Carola e smonta un bel pezzo del Decreto Sicurezza bis

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Ma come si libererà dal governo Salvini-Di Maio e dal popolaccio fascistoide il popolo solidale?

 Le decisioni della gip (giudice per le indagini preliminari) Alessandra Vella sul conflitto tra la Sea Watch 3 e il governo italiano hanno un’importanza cruciale e conseguenze altrettanto rilevanti. E non solo ovviamente per aver restituito la libertà a Carola Rackete ma ancor più per aver smontato l’intero castello accusatorio messo in piedi da Salvini e per aver depotenziato significativamente il corpo principale del Decreto sicurezza bis riguardante i migranti, riaprendo la possibilità di intervento alle navi di soccorso nel Mediterraneo, demolendo la bufala dei “porti chiusi” e della “criminalità” delle Ong che operano tra la Libia e l’Italia. Il provvedimento della giudice Vella, oltre a giustificare ampiamente la manovra della comandante Carola al momento dell’attracco nel porto di Lampedusa, stabilisce alcuni principi basilari per tutti gli interventi umanitari delle Ong (o altri) che operano nel Mediterraneo, depotenziando radicalmente buona parte del Decreto Salvini bis sull’argomento. Fermo restando che, nei fatti, la bufala dei “porti chiusi” era stata ampiamente smentita proprio nel periodo del blocco alla Sea Watch 3 dagli sbarchi di più di trecento migranti sulle coste italiane (di cui più della metà proprio a Lampedusa), la giudice Vella ha stabilito che “le direttive ministeriali sui porti chiusi e il divieto di ingresso in acque territoriali” previste nel Decreto sicurezza bis sono inapplicabili, perché le navi di soccorso non intaccano minimamente la sicurezza nazionale e i/le loro comandanti sono obbligati/e dalle regole internazionali sulla navigazione a portare in salvo le persone in difficoltà e soccorse in mare. E’ questo il punto cruciale dell’ordinanza, la cosiddetta “scriminante” che libera da ogni accusa Carola Rackete, di cui, sottolinea la gip, non andava neanche effettuato l’arresto cautelare: “L’attracco al porto di Lampedusa appare conforme al testo unico sull’immigrazione nella parte in cui fa obbligo al capitano e alle autorità nazionali indistintamente di prestare soccorso e prima assistenza allo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera”.

E c’è parecchio altro ancora nell’ordinanza, e sono tutti rilievi che smontano l’intera vulgata salviniana. C’è per la prima volta in un provvedimento giudiziario la conferma di un dato politico indiscutibile: e cioè che è perfettamente legittimo, per chi soccorre migranti in difficoltà nel Mediterraneo, dirigersi verso l’Italia, indipendentemente dalle distanze, perché “in Libia e in Tunisia non ci sono porti sicuri”, ed è obbligo del/della comandante non solo soccorrere dei naufraghi ma anche sbarcarli in un porto sicuro e dove siano garantiti i loro diritti e in primis quello di asilo, garanzie che né la Libia né la Tunisia sono in grado di dare. Ma la gip Vella contesta e annulla anche la teoria delle “navi da guerra” relativa alle motovedette della Guardia di Finanza, e le relative punizioni per chi non ottempera a loro ordini. Così scrive in proposito: “Le unità navali della Guardia di Finanza sono da considerarsi navi da guerra solo quando operano al di fuori delle acque territoriali italiane, ovvero in porti esteri ove non vi sia autorità consolare”. E infine l’ultimo colpo alla propaganda salviniana viene sul presunto “speronamento” della motovedetta dei finanzieri, sostenendo l’assoluta non volontarietà da parte della capitana della nave per il contatto tra le due imbarcazioni: “Da quanto emerge dal video, deve essere molto ridimensionato (n.d.s. il contatto tra le due navi) nella sua portata offensiva rispetto alla prospettazione accusatoria fondata solo sulle rilevazioni della polizia giudiziaria”.

In aggiunta a questa formidabile bastonatura delle tesi salviniane e governative sulla vicenda, è arrivata un’altra bordata giudiziaria, quasi nelle stesse ore dell’ordinanza della gip Vella, da parte del Procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, a cui i maggiori organi di informazione non hanno dato analogo rilievo, lasciando anzi filtrare solo una considerazione, che sembrava a favore del governo, sul fatto che sulla Sea Watch 3 non era in atto un’emergenza tale da richiedere quel tipo di approdo deciso poi da Carola Rackete. In realtà, a scorrere il testo dell’audizione di Patronaggio di fronte alla Commissione Affari costituzionali e Giustizia della Camera sul tema del Decreto Sicurezza bis, c’è materiale sufficiente, quanto nell’ordinanza di Vella, per colpire al cuore il Decreto, almeno per quel che riguarda la materia immigrazione. In circa venti minuti Patronaggio ha segnalato quanto la realtà dei migranti sia lontana dalla propaganda mediatica governativa, spiegando innanzitutto come non esista nessuna emergenza migranti che giustifichi un’ulteriore stretta repressiva nei loro confronti, così come prevista dal decreto e ricordando che ”nel solo distretto di Agrigento (n.d.s. che include Lampedusa) nel 2017 ci sono stati 231 sbarchi con 11.159 immigrati, nel 2018 218 sbarchi con 3900 immigrati e nel primo semestre 2019 gli sbarchi sono stati solo 49 con 1084 immigrati arrivati”, aggiungendo anche, nota altrettanto rilevante, che “di questi sbarchi quelli relativi alle Ong costituiscono una porzione statisticamente insignificante”.

Dunque, Patronaggio non si limita a dire che l’urgenza del Decreto Sicurezza bis non è giustificabile, considerato il numero pressoché irrilevante degli sbarchi dell’ultimo semestre; ma che non ha alcun senso neanche “l’introduzione dell’illecito amministrativo per fronteggiare l’attività di salvataggio delle Ong”. Infatti, sostiene il Procuratore di Agrigento, cercare di impedire l’attività di recupero dei migranti nel Mediterraneo da parte delle Ong non è una strategia sostenibile per almeno tre buone ragioni. In primo luogo, “l’attività delle Ong potrebbe essere considerata illecita solo nel caso di un rapporto tra trafficanti e Ong, ma la cosa finora non è stata mai provata”. In secondo luogo, e qui Patronaggio é perfettamente concorde con quanto scritto dalla gip Vella, “i porti libici non sono da considerare porti sicuri” e dunque, conseguentemente all’art.33 della Convinzione di Ginevra, “ad un rifugiato non può essere impedito l’ingresso sul territorio né può essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate”. Infine, “in virtù degli articoli 10 e 117 della Costituzione, una norma di rango primario non può essere in contrasto con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia…e anche per gli illeciti amministrativi valgono i principi scriminanti dell’adempimento del dovere dello stato di necessità e della legittima difesa indicati all’articolo 4 della legge 689 del 1981 (n.d.s. “chi ha commesso il fatto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità o di legittima difesa)”. Preciso che gli “obblighi internazionali”, segnalati da Patronaggio, sono quelli fissati, per far rispettare le regole universali del diritto del mare, dalla Convenzione per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS, firmata a Londra nel 1974), dalla Convenzione sulla ricerca e il salvataggio marino (SAR, firmata ad Amburgo nel 1979) e dalla Convenzione dell’ONU sul diritto del mare (UNCLOS, firmata a Montego Bay nel 1982): negare l’attracco di una nave che ha salvato in mare vite umane è una violazione di queste tre Convenzioni. Insomma, operando in tandem più o meno volontario, Vella e Patronaggio hanno colpito con grande impatto la strategia di “navigazione” di Salvini e del governo, e in particolare il corpo fondante del Decreto Sicurezza bis per quel che riguarda l’immigrazione. Ma possiamo dire che abbiano affondato quella e questo? Ha davvero perso di brutto Salvini e il governo di cui oramai si considera signore e padrone incontrastato?

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 La gran parte dei commentatori e degli analisti politici ha in effetti parlato di clamorosa sconfessione dell’intera strategia salviniana anti-migranti e anti-Ong. Ed in effetti, stando ai fatti, così dovrebbe essere. Solo che è oramai chiaro quale divario si sia creato nella consapevolezza di massa tra realtà fattuale e virtuale, tra le cose che succedono e come esse vengono raccontate, diffuse e credute. Ebbene, il cosiddetto populismo nazionalista, o sovranismo, dilagante in alcuni paesi, cresce e vanta successi non in base ai risultati effettivamente ottenuti ma a quanto lascia credere sulle proprie intenzioni di modificare l’esistente a favore del popolo sovrano. In altri termini, per Salvini ciò che davvero conta è che milioni di persone si identifichino con il suo odio ostentato (e programmato a tavolino) verso i migranti, i nomadi, i diversi di ogni tipo, con la sua ostilità (recitata ben più che reale) verso la cosiddetta Grande Finanza, l’Europa dei banchieri, le multinazionali predatrici; con le aggressioni verso i magistrati che fanno politica (ovviamente quelli che sono accusati di farla contro di lui e i suoi), contro le Ong che “rompono i coglioni”, i radical chic, le “zecche” dei centri sociali, gli occupanti di case ecc. Odio che si accompagna invece con l’ amore (anche questo molto recitato) per qualsiasi reparto delle forze militari, poliziesche, di repressione, per l’autorità unica, il culto dell’Uomo forte e del grande Capo che comanda da solo, per l’ordine e la sicurezza a colpi di delinquenti freddati in proprio dal balcone di casa, per il più plateale beghinismo pseudo-religioso. E in particolare l’odio viene sdoganato e amplificato all’interno di quel popolaccio, già infarcito di questa melma ideologica e culturale, che si sente autorizzato sul molo di Lampedusa a trattare da “puttana da penetrare a quattro a quattro dai negroni che ti piacciono tanto” o a minacciare di morte con migliaia di messaggi sui social la gip Vella o qualsiasi magistrato o politico che intralci la strada del Grande Capo.

In questa prospettiva, l’odio esibito, l’eversività dei comportamenti e la violenza verbale maschilista e trucida di Salvini hanno fatto un ulteriore salto di qualità nell’attacco alla Sea Watch 3 e alla sua comandante anche rispetto al caso già ignobile del sequestro della Diciotti. Carola è stata trattata da “criminale”, da nemica bellica che aggredisce militarmente la nazione; alla magistrata Vella è stato fortemente consigliato l’abbandono della magistratura e dei tribunali; gli inni alle Forze armate e di polizia hanno raggiunte vette inaudite: e il tutto gestito non in veste di capo politico di un partito, seppur di governo, ma sempre utilizzando la poltrona di ministro degli Interni, senza che alcuna altra autorità dello Stato si sia davvero esposta per fermare questo comportamento sempre più smaccatamente eversivo. Anche la sottomissione dei 5 Stelle e del suo capo formale ha raggiunto livelli di prostituzione politica che, a mio avviso, non hanno precedenti nella storia della Repubblica italiana. Pur di conservare la poltrona, Di Maio ha attaccato Carola e la Sea Watch 3 con la stessa carica aggressiva di Salvini, seppur con qualche trivialità in meno; ed ha addirittura inseguito la sciagurata Meloni, che ogni giorno se ne deve inventare una per essere più a destra di Salvini, invitando il governo a procedere al sequestro (non ha parlato, come Meloni, di affondamento, ma l’effetto sarebbe lo stesso) delle imbarcazioni delle Ong che danno soccorso ai migranti, con la consegna delle navi alle Forze armate italiane.

Insomma, se guardiamo ai risultati in termini di consenso maggioritario, per Salvini alla fin fine non è decisivo che i migranti siano sbarcati o no, che Carola sia libera o no, se nel frattempo si è potuto consentire di continuare a recitare la parte del signore e padrone del governo, che non riesce davvero a ributtare a mare tutti i migranti, a rompere con l’Europa, a espellere dalla magistratura e dai mas-media chi non lo omaggia e l’asseconda, solo perché ci sono gli altri partner di governo, perché c’è Mattarella che lo frena, Conte e Tria che non lo seguono come dovrebbero ecc. Perché Salvini non fa cadere il governo e non va alle elezioni dove potrebbe addirittura avere la maggioranza assoluta e governare indisturbato, se non perché a quel punto finirebbero gli alibi e dovrebbe essere giudicato non più dai selfie ossessivi, dalle onnipresenti dirette Facebook, dalle dichiarazioni incendiarie, bensì dai fatti concreti, i cui prevedibili risultati negativi non potrebbero più essere addebitati all’intralcio altrui? Comunque, il punto cruciale è in verità un altro, al cui proposito nei giorni scorsi Guido Viale ha scritto: “Carola Rackete è una donna coraggiosa e solidale che sfida l’arresto per restituire la vita ai naufraghi che è andata a salvare. Matteo Salvini è un uomo vigliacco e cinico, che si è sottratto al processo che lo vedeva imputato, per continuare a destinare a morte e tortura i profughi sulla cui dannazione ha costruito la sua carriera. Ai piedi di Salvini si è radunato un esercito, in parte organizzato, in parte spontaneo, di persone con un linguaggio violento, maschilista e volgare – come si evince dalla sua onnipresenza sul web – sembra ritenere che il proprio futuro dipenda dall’abbandono, dall’annegamento, dalla tortura e dallo stupro di migliaia di altri esseri umani”.

Già, perché il problema dei problemi (uno dei due, sul secondo dirò tra poco) che abbiamo di fronte è proprio quello che Viale chiama “l’esercito che si è radunato ai piedi di Salvini”, quel popolaccio che negli ultimi giorni – dimostrando quanto poco contino, almeno per ora, i risultati effettivi raggiunti dal governo e da Salvini, che sia il blocco dei migranti o la flat tax, gli schiaffi presi dall’Europa o la quota 100 – ha aumentato ulteriormente nei sondaggi i consensi a Salvini e alla Lega, passando dal 34% al 38% se non addirittura al 40%, che consentirebbe al Truce di governare da solo o con qualche “cespuglio” intorno. Se dovessi stabilire un premio per l’Ignobile o l’Infame del mese, infatti, non darei il titolo né a Salvini né a Di Maio (fermo restando che fin dal primo giorno di insediamento ho considerato questo governo il più reazionario e fascistoide della storia della Repubblica e Salvini il politico più disgustoso, pericoloso e distruttivo della convivenza civile che si sia mai affacciato nelle istituzioni repubblicane italiane) ma al popolaccio che si è vomitevolmente esibito sul molo di Lampedusa allo sbarco della Sea Watch 3. A proposito di tale popolaccio, ho smesso negli ultimi tempi di usare la metafora della “sindrome da Impero romano in decadenza” con patrizi, plebei e schiavi uniti contro i barbari invasori e finanche il tema “sportivo” dei penultimi contro gli ultimi Oramai, e con questi numeri, parlare di penultimi è divenuto fuorviante. Qui abbiamo in campo milioni di persone che, proseguendo con un parallelo sportivo, possiamo definire da metà classifica e anche, per un bel po’ di essi, gente che, seppur non vinca gli scudetti o non vada in Champions, si piazza comunque piuttosto su nella classifica sociale.

Anche la motivazione del “sono andati a destra perché la sinistra non ha fatto il suo dovere” non mi sembrano più sufficienti; e magari ci si dovrebbe interrogare sul come mai in Italia, a differenza di vari altri paesi con forte presenza storica della sinistra, milioni di persone hanno abbandonato, giustamente, la sinistra moderata e liberista ma per andare poi più a destra e non per ritrovare la “vera” sinistra. In verità, e almeno in buona parte, il popolaccio salviniano si sovrappone con il “cuore marcio” del Paese (copyright Saviano, non mi capita di citarlo mai, ma quanno ce’ vo, ce’ vo’), con il terreno dell’illegalità diffusa, grande e piccola, del familismo amorale, dello sversamento dei rifiuti, dell’inquinamento di massa, delle costruzioni abusive, dell’evasione fiscale, del lavoro nero a milionate, della ricchezza diffusa ma nascosta, del “chiagni e fotti”, della protesta simulata e preventiva perché nessuna autorità venga a mettere il naso nei propri affari. Certo, so bene che la base leghista storica in buona parte  non è così ma i milioni di nuovi arrivati, che sono saltati con entusiasmo sul nuovo Carroccio e si sono identificati con la sottocultura reazionaria, fascistoide, maschilista, razzista e xenofoba, omofoba e misogina, quelli che, come ha scritto Viale, sembrano ritenere “che il proprio futuro dipenda dall’abbandono e dall’annegamento di altri esseri umani” sono di questa pasta in netta prevalenza. E chi pensa che ‘sto popolaccio sia davvero animato dalla protesta contro la politica corrotta (a cui si è rivolto senza remore fino a ieri), dalla ricerca dell’onestà, dell’equità sociale e della giustizia vera nei Tribunali, è davvero molto, molto fuori strada.

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 Qui ed ora, però, il secondo problema dei problemi (e il primo in ordine d’importanza per me) è il seguente: come si libererà dal governo Salvini-Di Maio e dal popolaccio fascistoide il “popolo” della solidarietà, della giustizia sociale e ambientale, dell’antirazzismo, dei diritti civili e politici, della libertà di circolazione per tutti/e? E cosa possiamo fare noi, gente della sinistra di base, di movimento, antagonista e antiliberista (e per una parte anche anticapitalista), antirazzista  e solidale, a tal fine? Ne abbiamo discusso a fondo nell’ultima Assemblea del Forum Indivisibili e solidali, tenutasi a Roma il 30 giugno scorso, riesaminando anche alcune delle principali tappe percorse da questa coalizione – a cui i COBAS hanno partecipato e dato forte impulso fin dalla ideazione del progetto e dell’alleanza possibile – che ha esordito brillantemente il 10 novembre dello scorso anno con una manifestazione di oltre centomila persone, con la partecipazione di circa 500 associazioni, comitati, sindacati, reti e collettivi. La coalizione è nata dalla necessità di combattere la politica razzista e liberticida del governo Salvini-Di Maio, ma via via ha allargato le tematiche ed ha, con sempre maggior precisione, individuato come nemico altamente pericoloso e distruttivo di una sana convivenza civile il governo Lega-Cinque Stelle, il suo Decreto sicurezza, la legge sulle armi e in generale la politica xenofoba, razzista, fomentatrice di odio verso migranti, nomadi e “diversi” di ogni genere, ma anche liberticida e particolarmente repressiva nei confronti delle opposizioni sociali e politiche radicali. Nel corso di questo anno di attività, però, ci siamo più volte interrogati sulle difficoltà di creare un’amplissima coalizione sociale contro le politiche governative che offrisse un punto di riferimento e di condensazione a quell’ampio popolo solidale che, seppur in modo sparso, cerca salvezza e liberazione da politiche forcaiole, reazionarie e foriere di diffondere e potenziare l’odio sociale diffuso. Pur convinti della vastità di questo popolo disunito (e in quanto tale anche il termine “popolo” è magari improprio), non maggioritario nel Paese ma probabilmente oscillante intorno al 30% della popolazione, abbiamo dovuto verificare che alla diffusione di movimenti di base, reti e proteste ampie – da quelle della coalizione Indivisibili alle tante iniziative locali in difesa dei migranti, della Diciotti e della Sea Watch 3, dalle mobilitazioni ambientaliste al movimento femminista e a quello LGBTQ, dalle battaglie dei movimenti per l’abitare e a quelle contro le Grandi opere dannose fino alla lotta della scuola contro la regionalizzzazione – non ha corrisposto un intrecciarsi di questi conflitti che mettesse davvero in difficoltà il governo, osservando una sorta di perdurante autolimitazione nelle proprie tematiche e percorsi, quasi che non ci trovassimo di fronte il più reazionario e liberticida governo della Repubblica italiana ma un qualsiasi governicchio d’antan, modello democristiano.

Peraltro questa convergenza non si è ancora verificata non già – almeno questo è il nostro parere come COBAS – per divergenze sugli obiettivi, stante che il carattere reazionario e invasivo del governo Lega-5 Stelle è tale per cui un programma unitario ne deriva quasi spontaneamente, facendo da contraltare e da alternativa, opposta a 180 gradi, rispetto ai punti programmatici, culturali e morali del salvinismo imperante. In realtà quello che manca è un impulso forte che convinca della necessità di allargare i propri percorsi, di rinunciare magari ad un po’ di sovranità – non solo organizzativa ma anche “contenutistica” – e forse non c’è ancora effettiva convergenza nel giudizio sul grado di pericolosità e dannosità di questo governo, delle sue politiche e della sua orribile subcultura. In ogni caso come Forum Indivisibili e Solidali, oltre ad assumerci l’impegno di produrre una manifestazione a Roma a carattere nazionale contro il Decreto Sicurezza bis (che pur “azzoppato” dai magistrati di Agrigento non è però invalidato definitivamente, tanto meno per quel che riguarda la parte di politica repressiva “interna”) entro le date di discussione del decreto in Parlamento (il decreto arriverà in Aula il 15 luglio), abbiamo convenuto sulla necessità di partecipare durante l’estate a tutti i principali appuntamenti di movimento e/o delle coalizioni e delle reti conflittuali, al fine di tentare una convergenza su una mobilitazione, da programmare e decidere unitariamente e senza primogeniture, che eviti la dispersione autunnale delle tante manifestazioni nazionali in gara tra loro per la più visibile e partecipata, e arrivare invece ad un’unica e oceanica manifestazione contro il governo che condensi le varie opposizioni e permetta anche al “popolo” solidale sparso – che vuole liberarsi da questo ignobile governo ma anche contrastare e ridimensionare il più possibile il popolaccio salviniano – di trovare un valido punto di riferimento nazionale che la flebile e non credibile opposizione parlamentare non metterà mai a disposizione.

 Piero Bernocchi

4 luglio 2019

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