Ho scritto parecchio nel recente passato per motivare perchè, a mio parere, almeno buona parte della sinistra conflittuale italiana dovrebbe provare ostilità e massima distanza da Hamas, dall’Iran, dalle dittature fascio-islamiste, corresponsabili con Israele delle sofferenze palestinesi, ma con scarso successo, al punto da farmi pensare all’inutilità di continuare a produrre materiali in materia. Trovo drammatico che in gran parte delle mobilitazioni di queste settimane, e non solo in Italia, Hamas e l’Iran vengano, seppur non sempre esplicitamente, cosiderati degli alleati dei palestinesi nella lotta contro gli orrendi massacri di Israele a Gaza, peraltro sorvolando sbalorditivamente sulle atrocità del 7 ottobre, presentate addirittura come “riscatto del popolo palestinese” e glorioso atto di “Resistenza” con la R maiuscola, nonchè sui quotidiani crimini contro il proprio popolo perpetrati dalla ultra-reazionaria dittatura islamo-integralista iraniana.

Ma nel contempo mi appare altamente preocupante pure il filo-islamismo che si diffonde, in concomitanza con la indispensabile mobilitazione a fianco dei palestinesi, nel mondo “occidentale” e che fa trovare accettabile (con il mantra “è la loro cultura, bisogna rispettarla“)  gli abomini nei confronti non solo dei dissidenti politici, ma delle donne, dei diversi orientamenti di genere e sessuali, messi in opera quotidianamente nei regimi fascistoidi dell’integralismo islamico, in primis l’Iran, e nelle organizzazioni collegate (Hamas, Hezbollah, Houthi ecc.), sotto il manto di una religiosità ripugnante e soffocante. E mi viene da pensare: ma come è possibile? Una sinistra che in Italia si è battuta per decenni contro il ruolo della chiesa cattolica (peraltro assai meno intollerante, qui ed ora, degli oppressivi culti islamisti), che ha lottato contro il crocefisso nei luoghi pubblici, che ancora negli anni’60 ha contribuito in maniera decisiva a cancellare il delitto d’onore, i matrimoni riparatori (anche quella era considerata  “cultura popolare”, no?). E che mo’ si beve un integralismo islamismo che in Europa punta a diventare una sorta di religione ufficiale e di Stato, con le sue feste nazionali riconosciute, che vuole imporre, nei territori che sta “colonizzando”, i suoi rituali ostili a più di mezza umanità (donne e “diversi”), con l’imposizione della Sharia islamica come regola di vita, incompatibile con la Costituzione, con il rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza di genere, mentre dove tale islamo-integralismo domina, ogni diversità politica, culturale, sociale, religiosa, di costumi e orientamenti sessuali viene ferocemente repressa.

Però, appunto, in questi mesi ho cercato di controllare le mie preoccupazioni, non riscontrandone per lo più di altrettanto forti nel mondo politico e sindacale in cui sono immerso: e, fino ad oggi, avevo persino smesso di scrivere su questo tema finanche nelle nostre liste interne COBAS. Poi, però, è accaduto qualcosa che mi ha aumentato ulteriormente lo sconcerto, trasformandolo in indignazione, al punto da impedirmi di tacere ulteriormente. E il “qualcosa” si è concretizzato in due eventi nel giro di un paio di giorni. Innanzitutto, giovedi scorso, Haniyeh, leader di Hamas, che se ne sta comodamente in lussuosi alberghi del Qatar con una buona parte dei suoi familiari, mentre migliaia di palestinesi – che Hamas utilizza da anni come scudi umani nella propria “guerra santa” contro ebrei, cristiani e Occidente – vengono massacrati dall’esercito israeliano, indifesi e senza colpa alcuna, riceve la notizia che tre dei suoi figli e quattro nipoti sono stati ammazzati in un raid israeliano. Ecco la sua reazione, propagandata da lui stesso e dai suoi sodali: “Ringrazio Allah per l’onore che mi ha concesso. I miei figli e nipoti sono morti come martiri sulla strada della liberazione di Gerusalemme…E adesso continuiamo la nostra visita e andiamo a lavorare“.

Certo, si potrebbe dire che di figli Haniyeh ne ha tredici e di nipoti alcune decine e che magari quelli che gli interessavano davvero se li è portati al sicuro in Qatar. Ma qui c’è qualcosa di più che ha a che fare con l’attuale islamismo estremista, sempre più egemone, grazie anche alla criminale strage israeliana a Gaza, pure tra i correligionari che vivono in Europa. Il fatto è che l’ideologia di Hamas e dei fascio-islamisti esalta sempre e comunque la morte per la jihad, per la “guerra santa”, per Allah, nonchè il martirio come fine massimo a cui orientare la vita dei fedeli fin da piccoli, con la conseguente grande gloria per i “martiri”. Nonchè collegando grottescamente tale “martirio” con quel “premio” che da solo dovrebbe far considerare questa religione la più barbara e risibile del pianeta: quella concessione ai “martiri” maschi, nel Paradiso islamista, di una falange di 72 (anche se sui numeri c’è da secoli una “seria” discussione tra i teologi dell’Islam) Uri vergini, per la cronaca coranica con “seni gonfi e vagine appetitose” mentre “l’erezione dei peni dei martiri sarà eterna” (invece, assai più parcamente, alle donne “martiri” spetterà un solo uomo, e se lo dovranno far bastare). Possibile che tutta queste mostruosità ideologiche, culturali, morali e pratiche non bastino per provare ripugnanza e massima distanza nei confronti di regimi e organizzazioni che usano barbaramente la religione per imporre orripilanti valori del genere, in nome dei quali mandano al massacro una moltidudine di persone dai pensieri così puerili da orientare la propria vita, e sovente sacrificarla, in base a questa schifezza culturale, ideologica, morale? Possibile che una sinistra conflittuale, vastamente intesa, che non ha mai fatto sconti all’integralismo cattolico, all’uso strumentale della religione con arma di dominio e di controllo dei popoli, che ha giustamente sollevato scandalo per ogni riduzione dei diritti delle donne e delle minoranze di genere e di orientamento sessuale, possa non solo non combattere frontalmente tutta questa barbarie proto-medioevale ma neanche aver nulla da ridire come ripulsa ideologica, politica e morale?


Poi, a distanza di un paio di giorni, e con un po’ di ritardo, ho visto le raggelanti immagini della “festa” islamista a Centocelle per la fine del Ramadan. In Piazza dei Mirti, piazza centrale del popolare quartiere romano, i maschi islamisti pregavano liberamente inginocchiati. Le donne invece erano confinate in un recinto, una vera e propria gabbia “animalesca”, chiusa da teli che impedivano loro persino di guardare i familiari in preghiera “libera”. Mi domando: ma ‘ste immagini nessuna femminista o “transfemminista” italiana o genericamente “donna de’ sinistra” le ha viste? Non suscitano indignazione, repulsione, voglia di protesta, soprattutto a sinistra? Lasciamo addirittura alla destra la protesta contro questo insulto alle donne, alla Costituzione italiana, alla democrazia, al rispetto dei diritti più elementari? Tale oppressione delle donne e loro umiliazione, che sappiamo bene avvenire quotidianamente nei regimi dittatoriali islamisti, e che qui da noi appare a me già insopportabile quando si svolge nelle case o nelle moschee, dovrebbe spingere alla più forte indignazione almeno quando si svolge in una pubblica piazza. O no? Mi si potrebbe rispondere: ma di cosa ti meravigli? Non è oramai evidente da tempo che gran parte della sinistra conflittuale e del “transfemminismo”, pronta a reagire duramente, e giustamente, a qualsiasi sopruso nei confronti delle donne e delle minoranze di genere e di orientamento sessuale, quando il vulnus è provocato dalla chiesa cattolica o cristiana o genericamente dall'”Occidente”, è singolarmente indulgente nei riguardi di imposizioni disgustose se ad agirle sono forze o paesi extra e anti-“occidentali”? Che così facendo – si sostiene – difenderebbero le loro “identità” e “costumi”, in nome di un preteso “multiculturalismo” che fa da alibi a qualsiasi orrore nei confronti soprattutto delle categorie citate? E non è lo stesso meccanismo che di fronte alla più entusiasmante e popolare rivolta di massa contro le dittature islamiste, quella che ha visto centinaia di migliaia di donne protagoniste contro gli orribili satrapi dell’Iran, sia le organizzazioni “transfemministe” sia tanta parte della sinistra conflittuale hanno palesato un assai tiepido sostegno (neanche un centesimo di quello messo in campo, giustamente, per il popolo palestinese), qualcosa che, in termini per noi consueti, mi fa dire che non è stato raggiunto neanche il “minimo sindacale”? E non è stato sconcertante anche il silenzio maggioritario, o la flebile “indignazione” – nel timore, immagino, che una ripulsa ben più forte e adeguata apparisse una sorta di sostegno a Israele – rispetto al mostruoso evento che ha aperto la strada alla feroce rappresaglia israeliana e allo sterminio a Gaza, cioè la barbarie del 7 ottobre, con centinaia di donne stuprate, mutilate, squartate, ammazzate e portate a Gaza come macabri trofei di guerra, e il massacro etnico che ha coinvolto bambini e anziani indifesi, inermi e senza alcuna responsabilità “militare”?

Esiste però, a mio parere, una spiegazione e una lettura di questi comportamenti apparentemente schizofrenici. Gli è che in questi anni la sinistra conflittuale italiana (di cui il “transfemminismo” è filiazione), ha perso via via tutti i propri principali riferimenti ideologici e politici, la lotta di classe, la centralità operaia, la possibile rivoluzione in Occidente e finanche la basicità del conflitto Capitale-Lavoro; ed è andata cercando affannosamente altre “centralità”, con lo stesso schema unilaterale della “leva che solleverà il mondo”, della contraddizione dominante e decisiva, quella che metterà davvero in crisi il capitalismo: il lavoro mentale proletarizzato, e poi i migranti, e l’ambiente, e il clima, e le diversità di genere e di orientamento sessuale ecc. Ma almeno un punto fermo è rimasto: il super- nemico, l’unico e vero oppressore mondiale dell’umanità, dal ’68 ad oggi non è mai cambiato: l’imperialismo USA. Niente ha mutato questo assioma, nemmeno l’evidente considerazione che la Russia oggi è un imperialismo almeno altrettanto aggressivo degli Stati Uniti avendo a disposizione una sola arma, quella militare – a differenza degli statunitensi che hanno pur sempre la principale forza economica mondiale per mantenere la propria potenza planetaria -, e la usa in permanenza anche dopo il tracollo dell’Urss, dall’Afghanistan alla Cecenia, dalla Georgia al Nagorno Karabhak, dalla Siria ai vari scacchieri africani, dall’occupazione della Crimea fino alla spietata aggressione dell’Ucraina, le cui decine di migliaia di vittime sembrano non provocare  tra tanta compagneria neanche un pallido riflesso dell’indignazione riservata, giustamente, ai massacri a Gaza. Per non parlare del neocolonialismo cinese, che continua senza sosta la sua penetrazione soprattutto in Africa o del bellicismo iraniano che esporta aggressioni e terrorismi a livello mondiale. No, l’unico e solo nemico dell’umanità resta per gran parte della sinistra conflittuale solo l’America statunitense e l’Occidente suo retroterra e alleato: e allora si spiega, in base alla logica del “nemico del mio nemico che diventa il mio migliore amico” la massima tolleranza , o aperta simpatia, per Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran e compagnia, e l’appoggio, neanche tanto velato, al regime putiniano e ai suoi alleati nel mondo.

Certo, mi si potrebbe obiettare: non facevate così anche voi del ’68 e del Decennio rosso? La maggioranza di voi non esaltava l’orrido regime maoista in Cina, obiettivamente, almeno a posteriori lo possiamo dire, pure peggiore del putinismo attuale? E non è vero che persino la Corea del Nord, una delle dittature più orride dell’ultimo secolo, campeggiava nei vostri slogan principali (Cina, Corea, Cuba, Vietnam, era in effetti uno degli slogan da corteo più “gettonati” all’epoca)? E quante proteste provocò tra voi ad esempio l’invasione sovietica della Cecoslovacchia? E anche allora il motivo dominante non era proprio quello in base al quale il nemico del mio nemico (USA) diventava amico, al di là degli abomini perpetrati a casa propria? Tutto vero: ma proprio perchè stiamo assistendo alla ripetizione degli stessi meccanismi che tale rivisitazione del dejà vu fa, almeno a me, parecchio male. Pur se, in verità, essa dimostra ancora una volta come in effetti sia falso l’assioma che “la storia è maestra di vita“, dato che ogni generazione vuole fare o rifare gli errori che preferisce, quand’anche essi siano la riproposizione fedele di analoghe castronerie operate solo pochi anni prima dalle generazioni immediatamente precedenti.

Piero Bernocchi