Nel marzo 2022, poche settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la grande maggioranza dei putiniani d’Italia, una “etnia” più diffusa e dannosa della gramigna, sostenne seriamente che il movimento “pacifista” avrebbe dovuto invitare pubblicamente l’Ucraina ad arrendersi per risparmiarsi – dissero, falsi come una moneta da tre euro – “tragedie, distruzioni e lutti ulteriori”, visto che, secondo il parere di tali geni di geopolitica e di strategia bellica, l’Ucraina non sarebbe stata minimamente in grado di resistere alla forza militare degli invasori.
Oggi, a più di 4 anni di distanza, in occasione di quel 9 maggio che l’imperialismo russo celebra come Giorno della Vittoria, a salvarne l’annuale celebrazione è dovuto accorrere l’orrendo e psicopatico Trump che, pressato da un dittatore scopertosi negli ultimi mesi sempre più vulnerabile a casa propria oltre che “impantanato” nei territori occupati, ha pregato Zelensky di accettare tre giorni di tregua, sollevando così Putin dal terrore di vedersi attaccare la consueta e megalomane esibizione bellica sulla Piazza Rossa. Il giorno prima, 14 aereoporti nel sud della Russia erano andati in blocco a causa di un attacco di droni ucraini che avevano distrutto il centro di controllo a Rostov, mentre in contemporanea a Grozny, in Cecenia, i droni ucraini avevano attaccato e messo fuori uso il comando dell’FSB, i servizi di sicurezza ex-KGB: una giornata tra le tante in cui, oramai da mesi, gli ucraini dimostrano quotidianamente di poter colpire in profondità il territorio russo, mirando alle strutture logistiche, militari, energetiche ma risparmiando quasi sempre i civili.
In 4 anni l’incredibile ed esponenziale crescita della resistenza civile e militare ucraina ha reso realistica la possibilità che il 9 maggio centinaia di droni attaccassero a migliaia di chilometri di distanza l’esibizionismo militare putiniano. Il dittatore russo e il suo apparato guerresco non erano mai stati così vulnerabili e l’Ucraina mai così forte da poter minacciare seriamente di colpire al cuore il regime russo. Al punto da costituire l’incubo di un imperialismo che si sta rivelando tanto feroce quanto dai piedi d’argilla e di un presidente costretto ad esibirsi all’aperto in una piazza all’improvviso aggredibile anche da tali distanze, e obbligato a ridurre all’osso l’arsenale bellico esibito, portando in piazza con sè il minimo storico di alleati e complici nell’aggressione all’Ucraina e allontanando tutti i giornalisti stranieri.
Nel contempo, con ben altra tranquillità e fiducia gli ucraini hanno celebrato anch’essi il Giorno della Vittoria (per chi si è baloccato con la farlocca teoria dell’Ucraina “nazista” sarà il caso di ricordare che, per numero di soldati morti contro la Germania nazista, oltre un milione, e vittime civili, l’Ucraina si collocò al secondo posto dopo la Russia), pur anticipandolo all’8 maggio per non farlo coincidere con la tronfia esibizione russa sulla Piazza Rossa, scegliendo l’anniversario della firma, davanti agli Alleati, della resa incondizionata della Germania nazista. Celebrazione sostenuta dalla confortante consapevolezza che la paura con cui Putin è giunto quest’anno a commemorare il Giorno della Vittoria sulla Piazza Rossa, con il conseguente ricorso all’aiuto e alla complicità trumpiana per evitare un attacco catastrofico dell’Ucraina nel giorno di massima fragilità bellica russa, è la migliore dimostrazione dell’impossibilità dell’imperialismo russo di vincere questa guerra.
Dunque, sempre a fianco della resistenza ucraina, sperando che l’imperialismo russo putiniano sia costretto dalla realtà sul campo e dalla disastrosa situazione interna a rinunciare, dopo più di 4 anni di massacri e criminali distruzioni, ai suoi irrealizzabili sogni di sottomissione di un paese che ha dimostrato, con estremo coraggio, spirito di sacrificio e inventiva, e contando massimamente sulle proprie forze e capacità, di poter fare anche a meno dell’aiuto subdolo e di rapina degli Stati Uniti trumpiani.
Piero Bernocchi
9 maggio 2026
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In March 2022, a few weeks after Russia’s invasion of Ukraine, the vast majority of Putin’s supporters in Italy, an “ethnic group” more widespread and harmful than couch grass, seriously argued that the “peace” movement should publicly call on Ukraine to surrender in order to avoid—as falsely as a three-euro coin, they said—”tragedies, destruction, and further loss,” since, in the opinion of these geniuses of geopolitics and war strategy, Ukraine would be completely incapable of resisting the military might of the invaders.
Today, more than four years later, on the occasion of that May 9th that Russian imperialism celebrates as Victory Day, the hideous and psychopathic Trump had to step in to save the annual celebration. Pressured by a dictator who in recent months has revealed himself increasingly vulnerable at home as well as “bogged down” in the occupied territories, Trump begged Zelensky to accept a three-day truce, thus relieving Putin of the terror of seeing his usual megalomaniacal war display in Red Square attacked. The day before, 14 airports in southern Russia had been shut down due to a Ukrainian drone attack that destroyed the control center in Rostov, while at the same time in Grozny, Chechnya, Ukrainian drones had attacked and disabled the command center of the FSB, the former KGB security service. It was one of many days in which, for months now, the Ukrainians have demonstrated daily their ability to strike deep into Russian territory, targeting logistics, military, and energy facilities but almost always sparing civilians.
Over the past four years, the incredible and exponential growth of Ukrainian civil and military resistance has made it a realistic possibility that on May 9th, hundreds of drones would attack Putin’s military display from thousands of kilometers away. The Russian dictator and his military apparatus had never been so vulnerable, and Ukraine never so strong, to seriously threaten to strike at the heart of the Russian regime. To the point of constituting the nightmare of an imperialism that is proving to be both ferocious and clay-footed, and of a president forced to perform outdoors in a square suddenly vulnerable even from such distances, forced to reduce the war arsenal on display to the bare minimum, bringing with him an all-time low of allies and accomplices in the aggression against Ukraine and driving away all foreign journalists.
Meanwhile, with far greater tranquility and confidence, the Ukrainians also celebrated Victory Day (for those toying with the bogus theory of “Nazi” Ukraine, it’s worth remembering that, in terms of the number of soldiers killed against Nazi Germany—over a million—and civilian casualties, Ukraine ranked second only to Russia), although it was brought forward to May 8th so as not to coincide with the pompous Russian display in Red Square, choosing the anniversary of Nazi Germany’s signing, before the Allies, of its unconditional surrender. A celebration underpinned by the comforting knowledge that the fear with which Putin came to commemorate Victory Day in Red Square this year, and the resulting recourse to Trump’s aid and complicity to prevent a catastrophic attack on Ukraine on the day of Russia’s greatest military fragility, is the best demonstration of Russian imperialism’s inability to win this war.
Therefore, always standing alongside the Ukrainian resistance, hoping that Putin’s Russian imperialism will be forced by the reality on the ground and the disastrous internal situation to abandon, after more than four years of massacres and criminal destruction, its unrealizable dreams of subjugating a country that has demonstrated, with extreme courage, spirit of sacrifice, and inventiveness, and relying fully on its own strength and capabilities, that it can do without the subtle and predatory aid of Trump’s United States.
Piero Bernocchi
May 9th 2026





















