LOADING

Type to search

Articoli

Lo chiamavano Immunità: niente processo per il Truce Salvini

Share

Pur di conservare il potere, i 5Stelle rinnegano i loro algoritmi sociali (altro che princìpi!)

 

 

Infine è successo. Anche l’ultimo baluardo del pensiero a 5 Stelle – l’uno vale uno di fronte alla legge, e i politici devono sottostare, come ogni cittadino/a, alle leggi senza alcun privilegio – è crollato miseramente: il Truce Salvini non verrà processato, avrà la sua immunità o, più precisamente, la sua impunità giuridica, visto che nessuno crede seriamente che il sequestro dei migranti sia avvenuto per “ragion di Stato” e non come episodio eclatante della spietata operazione di guerra aperta ai migranti. La quale, insieme ad una politica “securitaria” di stampo fascistoide, ha garantito alla Lega, nel giro di pochi mesi, un vasto consenso popolare e il raddoppio nei sondaggi delle preferenze di voto.  Ho scritto nei giorni scorsi – a commento del tracollo elettorale in Abruzzo  e del clamoroso calo nei sondaggi dei 5 Stelle (ieri segnalati da Swg, per il TGLa7, al 22%, di contro al 32,5% elettorale di marzo) – che fummo facili profeti come COBAS quando pronosticammo che il partito della Casaleggio Associati sarebbe stato il “cavallo di Troia” della Lega la quale, una volta portata in carrozza al governo, avrebbe dominato la scena e vampirizzato i 5 Stelle, sottraendogli mese dopo mese voti e consensi. E di mio aggiungevo, attualizzando un aforisma tratto dai film di Sergio Leone, che quando un politico armato di un’ideologia (Salvini) affronta un politico senza ideologia (Di Maio) il secondo fa sempre una brutta fine. Solo che, in un certo senso, offrivo alla leadership del M5S ancora un appiglio perché, pur convinto dell’assenza  di un loro preciso orientamento ideologico, teorico e culturale – e dunque di un programma politico basato su una organica lettura della società, delle classi, dei ceti e dei settori economici e produttivi – lasciavo aperta la possibilità che la “creatura” della Casaleggio Associati avesse comunque un pacchetto di idee e di proposte che, seppur in modo confuso, fossero tenuti a difendere.

Invece, le scelte dell’ultimo mese dimostrano inconfutabilmente che non c’è alcun principio, alcuna tesi, alcun elemento programmatico che – al di là delle illusioni, delle speranze e delle attese suscitate in milioni di persone che li hanno votati, per lo più prendendo ingenuamente sul serio le loro mirabolanti promesse – il gruppo dirigente a 5 Stelle non sia disposto a rinnegare. E non solo per la tenace volontà di conservare un potere insperato che ha consentito loro di occupare ogni posto rilevante, ma ancor più perché tutto il successo sbalorditivo raggiunto non era basato su princìpi irrinunciabili e radicati ma su una miriade di algoritmi sociali, analizzati dalla luciferina macchina telematica e mediatica (simile a quella della Scientology di Ron Hubbard, tecniche social a parte) costruita da Casaleggio senior, e diffusi dal Grande Imbonitore Beppe Grillo sul palcoscenico televisivo e di piazza e dai micidiali social nella società diffusa e dispersa. In altri termini, per anni la Casaleggio Associati, incrociando dati e producendo specifici algoritmi, ha testato giorno dopo giorno gli umori della “gente” ed ha amplificato e ingigantito, e diffuso ovunque, i temi e i bersagli da aggredire, che scaturivano appunto analizzando in Rete la rabbia, l’ostilità e i malumori verso il quadro politico, economico e sociale dominante, e l’avversione e i luoghi comuni contro la politica politicante, miscelando cose persino opposte pur di raccogliere il consenso a 360 gradi. I vitalizi e le auto blù, gli stipendi dei parlamentari e la corruzione diffusa, i migranti “irregolari” e i nomadi, il conflitto di interessi di Berlusconi e il suo malaffare, le leggi di Renzi e la criminalità di strada, l’Europa delle banche e e i banchieri strozzini, le lobbies ebraiche e i complotti delle multinazionali, i vaccini che provocano l’autismo e l’inquinamento, le Grandi opere e l’ambiente, i sindacati corrotti e le scie chimiche, la Mafia che non sta in Sicilia ma a Roma in Parlamento e le ONG che organizzano i “taxi del mare” in combutta con le mafie nordafricane: non c’è stato tema che raggiungesse, nell’universo della Rete e dei social media, i livelli di trending topic, che non sia stato usato, mixato con tutti gli altri e ri-offerto al “consumo” popolare, spesso difendendo contemporaneamente posizioni opposte. E il tutto sintetizzato in quel “non siamo né di destra né di sinistra, ma oltre”, o nel “non siamo antifascisti perché il fascismo è morto”.

Solo che questo gigantesco cocktail delle più svariate sostanze poteva funzionare fin quando i 5 Stelle erano all’opposizione: si sta rivelando invece, come era prevedibile, catastrofico una volta che, andati al governo, i dirigenti a 5 Stelle devono decidere giorno dopo giorno e scegliere. Per giunta gravati da un’incompetenza enorme che non riguarda solo il funzionamento dell’apparato statale e della società reale (ben diversa da quella virtuale della Rete) ma evidenziata anche nelle quotidiane gaffes dei politici più in vista e aggravata dall’incalzare permanente di Salvini che da ogni debolezza del M5S trae ulteriore forza e consenso. Dunque, non deve meravigliare il continuo rinnegamento di precedenti posizioni, programmi o tesi elettorali, proprio perché basati non su profondi convincimenti ma su un inseguimento e amplificazione del senso comune, a sua volta però mutevole e cangiante: ad un punto tale che mi è difficile persino usare il termine “tradimento” per segnalare i continui cambi di direzione e di percorso della Casaleggio Associati e della sua rappresentanza parlamentare. Basterebbe guardare con attenzione anche solo le scelte dell’ultimo mese, senza dover rivangare le decisioni sull’Ilva, sulla Tap, sul Terzo valico ecc., per convincersi che il verbo “tradire” si può usare per profonde e radicate convinzioni o collocazioni politico-sociali, come ad esempio è avvenuto per il drastico cambio di campo della grande maggioranza delle sinistre comuniste e socialiste europee nell’ultimo trentennio, ma appare verbo sprecato di fronte a gente che ha usato tesi, teorie o programmi solo come “taxi” per arrivare a Palazzo, e che è disposta a rinnovare totalmente i propri mezzi di “viaggio” pur di restarci. Eccovi almeno tre cristallini esempi di questa assoluta “mobilità” ideologica, politica e morale.

1) Non si è parlato abbastanza dei demenziali argomenti introdotti nella perizia sui cosiddetti “costi e benefici” della TAV dal professor Ponti (peraltro un bizzarro liberista che detesta il “pubblico” e che ama il traffico merci su gomma e privatizzato) per sostenere il sacrosanto blocco del TAV in Val Susa: argomenti sostenuti sciaguratamente dal ministro Toninelli e dalla leadership 5 Stelle al punto da dar vita ad un clamoroso autogol, vistosa conferma della totale assenza di punti fermi ideali, politici e culturali nell’azione della Casaleggio Associati. Come se non fosse sufficiente l’argomento-principe sostenuto dal movimento No-TAV, che non ha usato come argomento-chiave il rapporto costi e ricavi ma soprattutto la devastazione ambientale della Val Susa, il prof  Ponti, pur di aumentare i costi dell’impresa, ci ha follemente incluso 1,6 miliardi di mancati ricavi nelle casse statali delle accise sui carburanti dei TIR per il trasferimento delle merci dalla gomma al treno; e 2,9 miliardi in meno per altrettanto mancati ricavi nei pedaggi autostradali pagati dai TIR. In un colpo solo i 5 Stelle hanno cioè dato respiro alle tesi dei sostenitori del TAV sulla riduzione significativa del traffico via gomma e dell’inquinamento conseguente; nonché alla teoria iperliberista per cui più petrolio si usa e si consuma, più TIR passano ai caselli autostradali, più lo Stato e la collettività ci guadagnano. Oltretutto c’è un “dettaglio”, sfuggito a tutti/e e che accentua la cialtroneria e l’improvvisazione dei leader casaleggini. Per smontare l’opinione diffusa, secondo la quale i 5 Stelle sarebbero ostili alle Grandi opere in blocco, Di Battista (che, con il suo ritorno dalle vacanze centroamericane, ha contribuito non poco all’ulteriore sputtanamento della leadership del M5S) ha espresso il netto favore del suo partito a due Grandi opere TAV, che dovrebbero collegare Roma con Pescara e con Matera. Ebbene, pur non essendo io esperto in materia, sento da anni che gli ambientalisti abruzzesi, campani e lucani ritengono queste eventuali opere persino più distruttive per i rispettivi territori di quella in Val di Susa. Solo che non esistendo un qualche significativo dibattito in materia sulla Rete, e dunque non avendo la Casaleggio reperito sufficienti dati sul tema, Di Battista ha potuto parlare a vanvera, confermando l’inesistenza di un vero spirito ecologista e ambientalista nel gruppo dirigente a Cinque Stelle.

2) Nella disperata ricerca di alleati per le prossime elezioni europee (per fare un gruppo parlamentare europeo, servono eletti/e di almeno 7 paesi), Di Maio e Di Battista si sono recati in Francia per incontrare esponenti dei “gilet gialli” con grande battage pubblicitario. Oltre all’assoluta improntitudine politico-ideologico, questo “vagabondaggio” elettorale ha dimostrato ancora una volta come l’azienda Casaleggio non fornisca al “capo politico” 5 Stelle e al suo “cerchio magico” manco le più elementari informazioni internazionali (sempre ai livelli di mister Ping, affibbiato al presidente cinese Xi Jinping, o del boia Pinochet collocato in Venezuela invece che in Cile). Come turisti della domenica, i Dioscuri a Cinque Stelle sono andati a incontrare un pazzoide e mitomane fascista, tal Christophe Chalençon, che da tempo richiede un intervento golpista dell’esercito francese per destituire Macron e creare un regime militare in Francia, minacciando un intervento diretto di presunti gruppi paramilitari al suo comando per arrestare Macron (o farlo fuori) e portare al governo i rappresentanti dei “gilet gialli”. Chiunque legga appena un po’ di stampa francese, avrebbe dovuto sapere che dal movimento rivoltoso – che fino a ieri affermava di non avere leader – sono spuntati una miriade di “piccoli Lenin” che si contendono il ruolo di “veri” interpreti della ribellione “gialla” (ne è uscito fuori anche un mattocchio italiano che ha convocato a Roma una manif nazionale dei “veri” gilet gialli alla quale si sono presentate solo altre due persone) e che puntano a gareggiare nelle prossime elezioni europee, inventandosi nuove sigle o cercando posto nelle vecchie. Che, incuranti di questa dispersione e non-rappresentatività generale, Di Maio e Di Battista si siano incontrati col più fuori di testa tra i “piccoli Lenin” locali, senza sapere cosa sostenesse, è l’ulteriore dimostrazione dell’assenza di princìpi, dell’improvvisazione più dilettantesca e dell’ignoranza sconfortante in cui vive e opera questo partito di “miracolati”.

Che poi è quanto è stato ri-confermato dalla presentazione, che Di Maio ha fatto pochi giorni dopo il ridicolo flop francese, dello schieramento elettorale europeo che i 5 Stelle stanno preparando. Nella conferenza stampa Di Maio aveva accanto 4 partner politici, di peso irrilevante ed operanti in paesi europei di secondo piano, peraltro per lo più orientati politicamente e ideologicamente agli antipodi. I quattro alleati sono lo Zivi Zid (“Barriera Umana”) della Croazia, guidato da Ivan Sincic, un convinto protezionista che vuole l’uscita dall’Unione Europea; il Kukiz 15 polacco, guidato dall’ex-cantante rock Pawel Kukiz, partito nazistoide e antiabortista; il Liike Nyt (“Movimento adesso”) finlandese, decisamente ultraliberista e antiprotezionista; e il greco Akkel (“Partito dell’Agricoltura e dell’Allevamento”), una sorta di sindacato politico degli allevatori. Oltre all’assoluta eterogeneità, con l’eccezione dei croati si tratta di partiti che, nei sondaggi nazionali, sono rilevati con percentuali inferiori al 4% e con nessuna possibilità di ottenere eletti. D’altra parte cosa ci si poteva aspettare da un partito che a livello europeo si è alleato prima con l’ultradestra inglese di Farage, poi ha tentato l’accordo con i Verdi tedeschi e infine con i Liberali europei, ricevendo rifiuti persino umilianti? Insomma, principi zero, opportunismo e improvvisazione permanente, in Europa come in Italia, e altrettante continue figuracce.

3) Infine, l’ultima impresa, certo la più clamorosamente opposta ai proclami decennali di Casa leggio e Grillo: il rifiuto dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini. Non staremo qui ad elencare la lunga sequela di dichiarazioni e prese di posizione giustizialiste che in questi anni hanno gonfiato a dismisura i consensi grillo-casaleggini: essa è ben nota ai nostri lettori/trici e anche al più smemorato dei fan Cinque Stelle. Mi interessa di più sottolineare le modalità decisionali che stanno portando il M5S a tale scelta, perché esse mettono in ulteriore evidenza quali siano le concezioni della democrazia che la Casaleggio Associati ha imposto ai propri dipendenti e subordinati e vorrebbe imporre all’intero Paese. La leadership, su ordine della Casaleggio Associati, ha delegato strumentalmente la decisione alla mitica, ma tecnicamente ridicola, piattaforma Rousseau, dichiarando ufficialmente – Di Maio dixit che “decideranno i nostri iscritti che sono in grado di comprendere il quesito e votare secondo coscienza”. Inabilitati a decidere e ad assumersi le responsabilità delle proprie azioni, decine di senatori grillo-casaleggini hanno delegato apparentemente il potere decisionale, non prima di aver orientato in tutti i modi il voto, ad un pugno di iscritti/e che si sono pronunciati/e su una piattaforma gestita dalla Casaleggio e facilmente manipolabile. Di fronte a più di 10 milioni di italiani/e che li hanno delegati a rappresentarli in Parlamento, essi hanno rinunciato a decidere affidandosi a circa 30 mila iscritti/e (tale è la maggioranza del 59% dei circa 50 mila che si sarebbero pronunciati) che avrebbero optato per il salvataggio di Salvini, senza peraltro sapere nulla delle carte processuali e delle precise imputazioni a suo carico. Tali 30 mila voti, ammesso e non concesso che corrispondano davvero ad altrettante persone, sono poco meno dello 0.3% dei voti ricevuti dai Cinque Stelle nelle elezioni di marzo e avrebbero avuto il compito di rappresentarne tutte le volontà. E questa sarebbe la democrazia diretta di cui da un decennio blaterano Grillo, Casaleggio e i loro miracolati dipendenti! Al confronto, anche la più scalcinata delle democrazie parlamentari ci fa miglior figura! I Di Maio e i Di Battista, prontissimi ad esprimersi con la massima sicumera su qualsiasi tema dello scibile, hanno affermato di non potersi pronunciare su una cosa così trasparente come la sottrazione di Salvini alle sue responsabilità processuali perché – Di Battista dixit – “ci stanno delle dinamiche interne, non voglio pestare i piedi a chi sta leggendo le carte, si devono esprimere loro”; Ma quando i furboni della Casaleggio hanno finto di girare la decisione ad una “base” (ben sapendo di poterne comunque manipolare i risultati) che di sicuro le “carte” non le ha lette, nessuno dei leader ha aperto bocca per protestare o almeno per esprimere il suo voto. E, ultimo punto ma non certo in ordine di importanza: l’intero meccanismo di sedicente “democrazia diretta”, che dovrebbe in futuro sostituire la democrazia parlamentare, è gestito da un monarca assoluto, proprietario dell’intera baracca, non eletto né votato da nessuno e sulle cui decisioni né i parlamentari né tanto meno iscritti/e o elettori/trici hanno alcuna possibilità di intervenire.  E Il regno a Davide Casaleggio è stato trasmesso in eredità dal padre Gianroberto, il diabolico e geniale inventore di tale macchina di soldi e di potere che milioni di simpatizzanti ed elettori hanno accettato, mentre si beavano di “democrazia diretta” e di “uno vale uno”, che fosse proprietà assoluta, e senza possibilità di contestazione, di un imprenditore-monarca che continua a far soldi, con un prodotto oltretutto scadente come Rousseau, anche tassando i parlamentari – vedi la denuncia della senatrice M5S Elena Fattori – per “90 mila euro di soldi pubblici al mese e dunque più di un milione di euro l’anno, ma ad oggi non è dato di avere né una fattura o una ricevuta del versamento né un rendiconto di come sono stati impiegati i soldi per una piattaforma che dovrebbe funzionare come un orologio svizzero e invece non riesco neanche a connettermi”.

 

E in tutto questo potremmo anche chiamare d’ora in poi Salvini mister Immunità. Ma è evidente che l’uso del salvacondotto parlamentare non gli procurerà alcun danno politico, anche perché la Lega non ha mai fatto una campagna pluriannuale sul tema come il M5S. In verità il ministro in divisa avrebbe potuto fare la vittima sottoponendosi al processo. Ma ha preferito, alla vigilia delle elezioni europee, tenersi le mani libere dalle incombenze processuali, peraltro dai risvolti non tutti prevedibili, e mettere in ulteriore difficoltà i 5 Stelle che dovranno per l’ennesima volta giustificare l’abbandono di un loro fondamentale cavallo di battaglia. In questi giorni Salvini scorazza beatamente in Sardegna per raccogliere un altro vistoso successo come in Abruzzo, ricevendo anche in quella regione osanna, plauso, sostegno e incoraggiamenti e preparando un’ulteriore batosta per il M5S. Resta da domandarsi quando la Lega deciderà di riscuotere il “malloppo” accumulato in questi mesi, che le garantirebbe il raddoppio del gruppo parlamentare e la presidenza del Consiglio. Però, visto che una rottura del governo implicherebbe il ritorno all’alleanza con lo zombesco Berlusconi, pare che Salvini non abbia fretta. E finchè potrà, a meno del precipitare della situazione economica, credo che continuerà a praticare la politica andreottiana dei “due forni” succhiando ancor più voti e consensi sia al M5S sia alla oramai esausta Forza Italia, entrambi costretti dalle loro debolezze a sottostare al dominio della Lega sulla politica nazionale.

 

Piero Bernocchi

 

19 febbraio 2019