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Scritti teorici

I DISASTRI DELLA STATALIZZAZIONE TOTALE E IL BENICOMUNISMO

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I DISASTRI DELLA STATALIZZAZIONE TOTALE E IL BENICOMUNISMO

La dittatura degli “scienziati socialisti”. La repressione illimitata dello Stato onnipotente. La statalizzazione totale dell’economia. I frutti avvelenati della teoria marx-engelsiana della “dittatura proletaria”. Benicomunismo: la socializzazione dei Beni Comuni, delle produzioni strategiche e della ricchezza pubblica nazionale

(maggio 2012)

La dittatura degli “scienziati socialisti”

Da quanto ho scritto in Alcuni conti con Marx si può desumere quanto io ritenga congrui gli elementi comuni della parabola dei “socialismi di Stato” novecenteschi con l’impostazione teorica del marxismo idealista, cioè di quella parte prefigurante del pensiero di Marx ed Engels che si occupò – in contrasto con l’analisi materialista del capitalismo dell’epoca – della società post-capitalista possibile, del socialismo e del comunismo. Ma sulle responsabilità storiche del pensiero marxiano sugli sviluppi di tali società materializzatesi nel Novecento si possono avere opinioni del tutto difformi. Ciò che davvero conta è cosa di tali processi storici si pensi di voler replicare,, quanto sia insomma bambino da recuperare e quanto acqua sporca da buttare ( per citare il mio scritto sul tema, appunto, Il bambino e l’acqua sporca) il “socialismo reale” novecentesco in una odierna prospettiva postcapitalistica, e cosa si ritenga non solo non più riproducibile ma esiziale per ogni trasformazione dell’esistente verso società non più dominate dal profitto, dalla merce, dallo sfruttamento, dalla diseguaglianza sociale e politica.

Il punto-chiave dell’analisi in materia è a mio parere il seguente: la colossale esperienza degli Stati “socialisti” novecenteschi ha dimostrato che l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, di distribuzione e di commercializzazione non è affatto sufficiente per consentire la costruzione di una società egualitaria, priva di divisioni classiste, non gerarchica, realmente democratica ed autogovernata. Al contrario, se tale abolizione è condotta da un Partito-Stato che, in nome di un  astratto “proletariato”, si autonomizza distaccandosi dalle classi e dai ceti che afferma di rappresentare, essa partorisce nuove classi e nuove forme di proprietà che, in assenza delle più elementari libertà di organizzazione e di conflitto, risultano gerarchiche e oppressive, antidemocratiche e classiste quanto le precedenti. E non per il perdurare delle vecchie schiavitù ( avendo avuto ad esempio l’Unione Sovietica più di 70 anni per eliminarle) ma perché la statalizzazione totale e il trasferimento del possesso e del potere da mani private a mani solo formalmente pubbliche – ma in realtà appartenenti ad una casta-classe, autonoma e indiscutibile    forma in concreto una sorta di gigantesco trust industrial-finanziario che controlla monopolisticamente il capitale collettivo  nazionale, e domina e sottomette il lavoro vivo almeno quanto i regimi esautorati.

La secolare esperienza dei “socialismi”di Stato ha poi dimostrato anche la fallacia di un altro assioma marxiano, quello del Proletariato Unico, depositario, una volta liberatosi delle catene della proprietà privata capitalistica, degli interessi comuni dell’intera umanità dei senza potere e senza proprietà: interessi, dunque, rappresentabili e gestibili da un’unica forza politica, sindacale e sociale, che avrebbe dovuto, con il procedere dell’esperienza “socialista”, attenuare fino ad eliminare ogni forma di conflitto di classe o addirittura ogni tipo di conflitti sociali. Ritengo che l’assolutizzazione, l’omogeneizzazione forzata e l’idealizzazione (accostando al sostantivo “interessi” l’aggettivo “storici” per distinguere quelli ipotetici, partoriti dalla mente della casta-Partito, da quelli concreti e immediati non del Proletariato Unico ideale ma dei singoli proletari in carne ed ossa) degli interessi proletari sia stato l’altro vero cancro della teoria marxiana e del “socialismo reale”. Dalla cui oramai secolare esperienza è emerso chiaramente come  le differenze di interessi e i conflitti sociali – che pure negli ultimi anni di vita Marx aveva ben individuato, ad esempio nei rapporti conflittuali tra gli operai inglesi e quelli irlandesi – tra gruppi di lavoratori e nei settori non-proprietari della società permangano anche dopo l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. E proprio la negazione di tali conflitti e divergenze di interessi hanno reso distruttivo il monopolio politico della casta-neoclasse che, in nome di presunti interessi storici del Proletariato tutto, ha impedito alle varie componenti popolari delle società “socialiste” di organizzarsi liberamente in difesa dei propri interessi, stabilendo autocraticamente la volontà generale, cancellando il valido aforisma “Ognuno è il miglior giudice dei propri interessi”.

Presumere che i senza potere e senza proprietà, in seguito all’abolizione della proprietà individuale dei mezzi di produzione – sostituita dal possesso effettivo e monopolistico degli stessi da parte della neo-borghesia di Stato -, abbiano gli stessi interessi e per giunta definibili a priori e una volta per tutte, sul piano ideologico credo derivi dalla concezione idealistica marxiana del Proletariato Unico in grado di “liberare l’umanità liberando sé stesso dalle catene dello sfruttamento”. Ma, prosaicamente, è stata la mascheratura ideologica che una neo-classe si è data nel “socialismo” di Stato per avere la delega permanente a gestire non già tale interesse unico ma quelli propri, esercitando di fatto una vera e propria dittatura non già del proletariato ma sul proletariato. Gran parte dell’impalcatura ideologica e politica degli scienziati socialisti (come ironicamente li aveva definiti ante-litteram Bakunin) si è basata su questa ossessiva reductio ad unum degli interessi dei ceti popolari e delle classi proletarie, ascrivendo ogni opposizione o forma di conflitto non già a contraddizioni e divergenze di interessi in seno al popolo ma al permanere (o addirittura all’accentuarsi) della resistenza da parte delle vecchie classi espropriate.

Lo repressione illimitata dello Stato onnipotente

E’ perfettamente possibile, dopo aver rovesciato i capitalisti e i funzionari, sostituirli immediatamente dall’oggi al domani con gli operai armati, con tutto il popolo in armi…Registrazione e controllo: ecco l’essenziale, ciò che è necessario per l’avviamento e il funzionamento regolare della società comunista nella sua prima fase. Tutti i cittadini si trasformano qui in impiegati salariati dello Stato, costituito dagli operai armati. Tutti i cittadini diventano gli impiegati e gli operai di un solo ‘cartello’ di tutto il popolo dello Stato. Tutto sta nell’ottenere che essi lavorino nella stessa misura e ricevano nella stessa misura….Quando la maggioranza del popolo procederà ovunque alla registrazione e al controllo dei capitalisti, trasformati in impiegati, nessuno potrà in alcun modo sottrarvisi, non saprà dove cacciarsi per sfuggirvi. L’intera società sarà un grande ufficio e una grande fabbrica con eguaglianza di lavoro e eguaglianza di salario. Ma questa disciplina di fabbrica che il proletariato estenderà a tutta la società, non è il nostro ideale né la nostra meta finale, ma la tappa necessaria per ripulire radicalmente la società dalle brutture e ignominie dello sfruttamento capitalistico” 1.

In questo brano di Stato e rivoluzione, scritto da Lenin nell’immediata vigilia della Rivoluzione d’Ottobre2, colpisce proprio questa clamorosa esaltazione dell’uniformità assoluta di classi, ceti, masse di individui nel processo di trasformazione dal capitalismo al comunismo: esaltazione al momento solo teorizzata, ma che di là a poco sarebbe divenuta, per Lenin e per il gruppo dirigente bolscevico, concreta materia di sperimentazione. Gli “operai e il popolo in armi” appaiono un organismo unico e omogeneo nelle parole di Lenin, in grado non solo di sostituire capitalisti e funzionari, ma di statalizzare totalmente ogni struttura e attività economica, industria e agricoltura, uffici e scuole ma anche negozi e ristoranti, artigianato e piccolo lavoro autonomo. Tutti i cittadini l’evidenziazione nel testo è di Lenin dovranno trasformarsi in “impiegati salariati dello Stato”, “impiegati e operai di un solo cartello” del futuro Stato a cui verrà affidato il monopolio assoluto di ogni attività economica e commerciale, grande o microscopica che sia. “L’intera società sarà un grande ufficio e una grande fabbrica, la disciplina di fabbrica si estenderà a tutta la società”, scriveva, senza timore delle parole, Lenin, prefigurando un Leviatano3 totalizzante, costruito su altrettanto totalizzanti protagonisti, operai armati e proletari che, tutti, come un unico organismo monocellulare, dovranno lavorare e ricevere “nella stessa misura”, in una iper-idealizzata omologazione, di fatto al limite della robotizzazione o del formicaio.

Certo, Lenin precisava pure che la società-fabbrica e la statalizzazione totale non era la “meta finale”: ma, almeno nel 1917, sembrava non avere dubbi sul fatto che un percorso del genere fosse indispensabile e positivo; mentre, quattro anni dopo, di fronte ad una vasta parte della società che rifiutava l’omologazione forzata in una fabbrica globale sotto il comando e il controllo insindacabili del Partito-Stato, proverà a cambiare radicalmente rotta con la NEP4. Però, alla vigilia della Rivoluzione, Lenin, che evidentemente la sentiva possibile, rivisitò la parte più idealistica della visione di Marx (cfr. il mio Alcuni conti con Marx) sulle connessioni tra lo sviluppo del socialismo e l’estinzione dello Stato, riferendosi al testo più approfondito in materia, la Critica del programma di Gotha5. In particolare, Lenin volle confutare la tesi che Marx fosse “molto più statalista di Engels 6.

Marx parla del ‘futuro Stato della società comunista’, cioè sembra ammettere la necessità dello Stato anche in regime comunista. Ma un più attento esame mostra che le idee di Marx e di Engels sullo Stato e sulla sua estinzione coincidono perfettamente e che l’espressione di Marx citata si riferisce all’organizzazione statale in via di estinzione…Tutta la sua teoria è l’applicazione al capitalismo della teoria dell’evoluzione..Marx pone la questione del comunismo come un naturalista porrebbe, ad esempio, la questione dell’evoluzione di una nuova specie biologica, una volta conosciuta la sua origine e la sua tendenza di sviluppo 7.

Dal che si potrebbe attribuire a Marx, oltre all’idealismo neo-hegeliano nel prefigurare la società del futuro, anche un evoluzionismo meccanicista e determinista, valido per le società in transizione come per le mutazioni di una specie biologica. Ma, per la verità, al Lenin del 1917 non credo interessasse davvero la diatriba sullo statalismo di Marx e Engels, quanto piuttosto liberare la teoria e la pratica del partito bolscevico e del possibile processo rivoluzionario alle porte in Russia dai vincoli idealistici posti dalla teoria marxiana sullo Stato e sulla transizione al comunismo.

Tra la società capitalista e la società comunista, vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato 8.

E nel testo, Lenin sottoscrive l’assioma marxiano sulla inevitabilità di una dittatura esercitata direttamente dal proletariato, considerato un unico blocco monolitico in armi.

L’evoluzione verso il comunismo avviene passando per la dittatura del proletariato, e non può essere altrimenti, perché non c’è nessuna altra classe e nessun altro mezzo che possa spezzare la resistenza dei capitalisti sfruttatori…Ora, la dittatura del proletariato non può limitarsi ad un puro e semplice allargamento della democrazia. Insieme ad un grandissimo ampliamento di essa, divenuta per la prima volta una democrazia per i poveri, per il popolo, e non una democrazia per i ricchi, la dittatura del proletariato apporta una serie di restrizioni alla libertà degli oppressori, degli sfruttatori, dei capitalisti. Costoro noi li dobbiamo reprimere, per liberare l’umanità dalla schiavitù salariata; si deve spezzare con la forza la loro resistenza, ed è chiaro che dove c’è repressione e violenza, non c’è libertà né democrazia..Democrazia per l’immensa maggioranza del popolo e repressione con la forza, cioè esclusione dalla democrazia, per gli sfruttatori, gli oppressori del popolo: tale è la trasformazione che subisce la democrazia nella transizione dal capitalismo al comunismo. Solo nella società comunista, quando i capitalisti sono scomparsi e non

esistono più classi, solo allora lo Stato cessa di esistere e diventa possibile parlare di libertà 9.

Dunque, sembra lampante che per Lenin il quadro fosse questo: la dittatura del proletariato, indispensabile per impedire la riscossa dei capitalisti espropriati, porterà “un grandissimo ampliamento della democrazia” per i proletari e tutti i settori popolari, mentre negherà ogni forma democratica alla minoranza dei capitalisti. Non si intravede in questa impostazione alcuna ipotesi di possibili contraddizioni “in seno al popolo”, né emerge un ragionamento sulla articolazione di tale dittatura e sull’esercizio della democrazia “per l’immensa maggioranza” nella società di transizione. Ogni ostilità a queste regole draconiane sembrerebbe dover venire solo dagli ex-capitalisti, mentre pare che non ci si attendano contrasti o conflitti dentro il monolite proletario.

A distanza di pochi mesi, però, la realtà sarà ben diversa. I Soviet, tanto esaltati nella pubblicistica comunista, esaleranno rapidamente l’ultimo respiro, dopo una vita brevissima e travagliata. La democrazia, che doveva valere nelle parole di Lenin per l’”immensa maggioranza del popolo” verrà negata non solo ai capitalisti ma a vasti settori persino di coloro che la rivoluzione l’avevano auspicata, sostenuta e fatta, mentre le masse contadine, la cosiddetta “piccola borghesia” cittadina e il lavoro autonomo saranno catalogati tra i settori a rischio di collusione con la controrivoluzione: e su tutto, si ergerà il dominio non già di un ipotetico e compatto proletariato ma di un ben identificabile Partito Unico “proletario”, che non estenderà per nessuno né la democrazia formale né quella sostanziale ma, con la motivazione dell’assedio da parte delle potenze capitalistiche, in concreto la negherà sul piano politico, sindacale e sociale a chiunque non totalmente allineato.

Ma davvero tutto questo fu solo un clamoroso scarto obbligato tra la pratica e la teoria? Dovuto ai profondi sconvolgimenti della guerra e alle minacce di restaurazione, effettivamente in atto ad opera delle grandi potenze occidentali? E’ lecito dubitarne. Perché nello scritto leniniano del 1917 si trovano conferme di quanto Lenin e i dirigenti bolscevichi fossero lontani da quell’idealismo marxiano che ipotizzava un proletariato compatto, in grado non solo di trascinare con sé masse popolari e classi intermedie, ma anche di gestire la nuova società con organi altrettanto nuovi (la Comune? i Soviet? altro?) di democrazia diretta. D’altro canto non è lo stesso Lenin che plaudiva alle seguenti frasi di Kautsky, non ancora divenuto “il rinnegato Kautsky”?

“ Parecchi dei nostri critici immaginano che Marx abbia affermato che lo sviluppo economico e la lotta di classe non solo creano le condizioni della produzione socialista ma generano anche direttamente la coscienza della sua necessità. La coscienza socialista, per conseguenza, sarebbe il risultato necessario e diretto della lotta di classe proletaria. Ma ciò è completamente falso. Il socialismo ha evidentemente le sue radici nei rapporti economici contemporanei, al pari della lotta di classe del proletariato, e deriva, al pari di quest’ultima, dalla lotta contro la miseria e dall’impoverimento delle masse generato dal capitalismo. Ma socialismo e lotta di classe nascono l’uno accanto all’altra e non l’uno dall’altra: essi sorgono da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche. Infatti la scienza economica contemporanea è una condizione della produzione socialista e il proletariato, per quanto lo desideri, non può creare né l’una né l’altra. Il detentore della scienza non è il proletariato ma gli intellettuali borghesi [sottolineato da Kautsky]: il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto ed è stato da essi comunicato ai proletari più intellettualmente dotati, i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. La coscienza socialista è quindi qualcosa portato nella lotta di classe

del proletariato dall’esterno e non qualcosa che ne sorge spontaneamente” 10.

Lenin riportò nel Che fare? le parole di Kautsky perché le considerava “profondamente giuste e importanti”. E rincarò la dose, distinguendo nettamente tra la teoria socialista, appannaggio dell’intellettualità borghese (o, più che altro, “piccolo-borghese”), e la lotta di classe del proletariato, votata di per sé ad un sindacalismo anche radicale ma alla fine destinato a subordinarsi alle ideologie borghesi.

Gli scioperi degli anni Novanta in Russia erano una lotta tradeunionistica, ma non ancora socialdemocratica11, annunciavano il risveglio dell’antagonismo tra operai e padroni , ma gli operai non avevano e non potevano ancora avere la coscienza del contrasto irriconciliabile tra i loro interessi e tutto l’ordinamento politico e sociale contemporaneo, cioè la coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che con le sue sole forze la classe operaia è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradeunionistica, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di cercare di ottenere dal governo leggi necessarie agli operai. La dottrina del socialismo, invece, è cresciuta dalle teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali. Per la loro posizione sociale gli stessi fondatori del socialismo scientifico, Marx ed Engels, appartenevano all’intellettualità borghese. Anche in Russia la dottrina della socialdemocrazia sorse del tutto indipendentemente dalla crescita spontanea del movimento operaio, come risultato naturale e inevitabile dello sviluppo del pensiero negli intellettuali socialisti rivoluzionari, conquistando verso la metà degli anni Novanta la maggioranza della gioventù rivoluzionaria che, armata della teoria socialdemocratica, era impaziente di avvicinarsi agli operai” 12.

Difficile essere più brutalmente chiari: secondo Lenin, in totale sintonia con Kautsky, la classe operaia e il proletariato in genere13 di per sé non vanno oltre la lotta economico-sindacale per migliorare la propria condizione momentanea, restando però sempre all’interno della società capitalistica. Solo gli intellettuali borghesi (o “piccolo-borghesi”, come quella gioventù rivoluzionaria per lo più studentesca, “impaziente di avvicinarsi agli operai”, che ci ricorda quella sessantottina europea e italiana), produttori della teoria rivoluzionaria, possono attaccare davvero il capitalismo e cambiare il mondo, ponendosi alla testa – questo Lenin non lo diceva esplicitamente, come neanche Marx e gli altri “scienziati del socialismo”, ma lo lasciava trasparire in scritti e discorsi, e lo avrebbe poi messo in pratica dopo la vittoria della Rivoluzione russa – della classe operaia e guidandola verso un obiettivo ben oltre il “naturale” spontaneismo della classe14.

Con tale impostazione non sorprende che nel bolscevismo e nel comunismo del primo Novecento dittatura del proletariato e dittatura del Partito “proletario” – esercitata per lo più dall’intellighenzia comunista in nome dei proletari in carne ed ossa – siano stati sinonimi naturali. Come avrebbe potuto una classe incapace di guardare al di là dei propri immediati interessi economici – si disse la nomenclatura comunista – gestire addirittura uno Stato e la transizione al comunismo? D’altra parte anche nello scritto del 1917, Lenin faceva intravedere come credesse ben poco in uno Stato davvero proletario, gestito da proletari, operai e gente del popolo, uniti e omogenei in base alle eguali condizioni sociali. Innanzitutto non era possibile, né per Marx né per Lenin, che questa eguaglianza fosse reale, perché nella prima fase della transizione, definita socialismo o prima fase del comunismo, non ci sarebbe stato alcun “regno dell’eguaglianza”.

Un eguale diritto – dice Marx – qui effettivamente l’abbiamo, ma è ancora il diritto borghese, che come ogni diritto presuppone la diseguaglianza. Ogni diritto consiste nell’applicazione di un’unica norma a persone diverse che non sono in realtà né identiche né eguali. L’eguale diritto equivale quindi ad una violazione dell’eguaglianza e della giustizia. Infatti per una parte eguale di lavoro sociale fornito, ognuno riceve una eguale parte della produzione sociale. Gli individui però non sono eguali. La prima fase del comunismo non può dunque ancora realizzare la giustizia e l’eguaglianza: rimarranno differenze di ricchezze e differenze ingiuste, ma non sarà più possibile lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo” 15.

Ed una altrettanto evidente contraddizione per la presunta dittatura di un proletariato visto come  omogeneo – al punto da non aver bisogno di altri strumenti per far valere i propri bisogni e diritti, ancora differenziati nel post-capitalismo – Lenin, come Marx, la segnalava prevedendo cosa sarebbe accaduto allo Stato una volta eliminata la proprietà privata dei mezzi di produzione:

Nella sua prima fase il comunismo non può essere completamente libero dalle vestigia e dalle tradizioni del capitalismo. Di qui un fenomeno interessante come il mantenimento ‘dell’angusto orizzonte giuridico borghese’ nella prima fase del regime comunista. Certo, il diritto borghese, per quel che concerne la distribuzione dei beni di consumo, suppone pure necessariamente uno Stato borghese, poiché il diritto è nulla senza un apparato capace di costringere all’osservanza delle sue norme. Ne consegue che in regime comunista sussistono per un certo tempo non solo il diritto borghese ma anche lo Stato borghese, senza borghesia! Ciò può sembrare un paradosso o un gioco dialettico del pensiero: e questo rimprovero è stato spesso mosso al marxismo da gente che non si è mai data la minima pena di studiarne la sostanza. In realtà la vita ci mostra ad ogni passo, nella natura e nella società, che vestigia del passato sopravvivono nel presente” 16.

In effetti in questi passaggi Marx e Lenin sembrano proprio cimentarsi nei “giochi dialettici  criticati, inerpicandosi su specchi teorici con equilibrismi verbali che sembrano ventose  da Uomo Ragno: che però in Lenin, a differenza di Marx che scriveva con grande anticipo rispetto alla Rivoluzione russa, celano le reali intenzioni, di lì a poco messe in atto, di esercitare sì una dittatura ma del Partito “proletario” e non della classe in sé e per sé. Altrimenti, se si dà per certo che in una prima fase presumibilmente lunga del post-capitalismo, non ci possa essere effettiva eguaglianza sociale e che addirittura ci sarà diritto borghese e Stato borghese; se si pensa che la coscienza politica rivoluzionaria non provenga dalla lotta di classe ma sia un dono dell’intellettualità borghese o “piccolo-borghese” – che in effetti fino ad allora aveva diretto le Internazionali e i partiti socialdemocratici – non si capisce come si possa sostenere che la forma dello Stato, le sue regole, le libertà di organizzazione politica e sindacale possano essere occultati dalla formula magica della “dittatura del proletariato” che presumerebbe proprio quella classe consapevole di sé e del proprio ruolo dirigente nella società socialista che la teoria della coscienza esterna escludeva.

Altrettanto strumentale appare poi la previsione di un futuro socialista in cui ad opporsi alle decisioni dello Stato, diretto dal Partito “proletario”, potrebbero essere solo “gli oppressori, gli sfruttatori, i capitalisti..da reprimere spezzando con forza la loro resistenza”. Escludere a priori la possibilità di conflitti, a causa della politica del nuovo Stato “socialista”, da parte di settori proletari, di masse popolari o di quella vasta area sociale intermedia tra gli operai e i capitalisti (soprattutto in Russia ove la quota di operai presenti nella società era, al di fuori dei grandi centri, irrisoria), la dice  lunga sulle intenzioni di eliminare non la “democrazia per i ricchi” ma la democrazia politica e sindacale in assoluto, consegnandone il monopolio al Partito-Stato fin dall’inizio, e indipendentemente dagli interventi delle potenze capitalistiche contro il processo rivoluzionario. Peraltro la tesi leniniana (ma anche di Marx ed Engels) secondo la quale all’avanzare del processo rivoluzionario e della attuazione del socialismo sarebbe anche diminuita vistosamente la repressione e la sospensione delle libertà di organizzazione politica, sindacale e sociale per tutti, verrà clamorosamente contraddetta dalle parole e dai fatti dello stalinismo trionfante, dopo l’eliminazione della NEP e le “purghe” degli anni Trenta.

La lotta di classe si svolge per una parte nel quadro dell’URSS, mentre per un’altra parte si estende entro i confini degli Stati borghesi che ci circondano. I residui delle classi distrutte non possono non saperlo. E appunto perché lo sanno, essi continueranno anche nell’avvenire i loro tentativi disperati..E’ necessario demolire e buttare a mare la putrida teoria secondo la quale, ad ogni passo in avanti che facciamo, la lotta di classe da noi dovrebbe affievolirsi sempre più e, nella misura in cui otteniamo dei successi, il nemico di classe diventerebbe sempre più mansueto. Al contrario, quanto più andremo avanti, quanti più successi avremo, tanto più rapidamente essi ricorreranno a forme di lotta più acute 17.

Stalin, in questo brano del rapporto al CC del PCUS del marzo 1937, rovesciò tutta l’impostazione teorica (addirittura definita “putrida teoria”) di Marx, Engels e Lenin, in base alla quale la repressione e l’assenza di democrazia avrebbero dovuto riguardare – nella prima fase del comunismo – solo la classe residuale dei capitalisti, e “affievolirsi” con i passi in avanti e i successi del socialismo. Stalin giustificò questa piroetta teorica a 180 gradi così:

Non si può esigere dai classici del marxismo, separati dai nostri giorni da un periodo di 45-55 anni, che prevedessero per un lontano avvenire tutti i casi possibili di zig-zag della storia in ogni

paese. Sarebbe ridicolo esigere che i classici del marxismo avessero elaborato per noi delle soluzioni pronte per tutte le questioni teoriche immaginabili che sarebbero potute sorgere, 50 o 100 anni dopo, in ogni paese, affinché noi, discendenti dei classici del marxismo, avessimo la possibilità di rimanere tranquillamente coricati e rimasticare soluzioni belle e pronte” 18.

L’inconsistenza di queste argomentazioni è lampante. L’aggiustamento grossolano delle teorie dei “classici del marxismo” (da cui Stalin escludeva giocoforza Lenin che, come visto in precedenza, aveva ribadito la tesi della progressiva estinzione dello Stato e delle durezze dittatoriali con l’avanzare delle trasformazioni socialiste) ridicolizzava:

la nozione di lotta di classe, che per il marxismo ha pregnanza scientifica solo in quanto riferita a classi sociali definite nella loro anatomia economica, applicandola ad una situazione in cui la lotta si sarebbe svolta non tra classi vere e proprie ma tra i residui delle classi distrutte e l’organismo sano della nuova società. Riusciva assai difficile concepire una tale lotta in una prospettiva che, invece di prevedere un rapido esaurimento anche per il carattere drastico dei mezzi impiegati, postulava invece una progressiva esasperazione secondo il criterio del ‘quanto più..tanto più’” 19.

L’assurda tesi secondo cui quanto più il socialismo avanzava, tanto più diveniva forte la reazione ad esso e di conseguenza la necessità della repressione, fu nella realtà la mascheratura ideologica del terrore poliziesco scatenato dallo stalinismo tra il 1937 e il 1939 in tutta la società sovietica, tra i vecchi leader bolscevichi come all’interno della popolazione, con i grandi e pubblicizzati processi contro “i nemici del popolo, del genere di Trotzky, Zinoviev, Kamenev. Jakir, Tukhacevski, Rosengoltz, Bukharin e altri mostri20 e con violente repressioni di massa. Due anni dopo, passato il momento critico senza gravi conseguenze per il potere della neo-borghesia di Stato, Stalin avrebbe cancellato21 la tesi dell’intensificazione della repressione come conseguenza dell’avanzamento socialista. Nel Rapporto al XVIII Congresso del PCUS la tesi “tanto più socialismo, tanta più repressione” – sconcertante ma utile nella feroce resa dei conti con la parte “moderata” della vecchia nomenclatura del Partito – svaniva letteralmente e la società sovietica era descritta come di botto “libera da conflitti di classe”, mentre i “mostri e nemici di classe” elencati precedentemente non erano più l’espressione della resistenza capitalistica all’avanzare del socialismo ma retrocessi brutalmente al rango di criminali e spie al soldo dello straniero.

Davanti alle conquiste grandiose del socialismo, gli avversari della linea generale del nostro partito , le diverse tendenze cosiddette di ‘sinistra’ e di ‘destra’, tutti questi degenerati alla Trotzky e alla Rykov, sono stati costretti a nascondere le loro fruste piattaforme e a passare alla clandestinità. Non avendo il coraggio di sottomettersi alla volontà del popolo, essi hanno preferito fondersi coi menscevichi, coi socialisti rivoluzionari, coi fascisti, mettersi al servizio dello spionaggio straniero, vendersi come spie e impegnarsi ad aiutare i nemici dell’Unione Sovietica a smembrare il nostro paese e a restaurare in esso la schiavitù capitalistica. Tale è la fine ingloriosa degli avversari della linea del nostro partito, diventati poi nemici del popolo 22.   

Ma quando si sarebbero trasformati da oppositori politici (“avversari della linea del nostro partito”: ergo, di quella stalinista dominante) in spie e nemici del popolo? Al proposito, il presunto “rigore” teorico di Stalin, per decenni esaltato dai comunisti terzinternazionalisti, era totalmente assente, perché nel Rapporto al Congresso così si interrogava sul tema:

Non è forse sorprendente che dell’attività spionistica e dei complotti del gruppetto dirigente dei trotzkisti e dei bukhariniani siamo venuti a conoscenza solo in questi ultimi tempi, nel 1937-38, mentre, come attestano i documenti, questi signori erano agenti dei servizi di spionaggio stranieri e complottavano fin dai primi giorni della Rivoluzione d’Ottobre? 23.

Più che sorprendente, l’accusa appare demenziale. Non solo nei “primi giorni” ma nei primi anni della rivoluzione i suddetti “mostri” erano i produttori della linea del Partito, insieme a Lenin e altri. Se si diventa spie, secondo la grottesca tesi staliniana, dopo che la propria linea politica è stata battuta, i “nemici del popolo” del 1937-38 – scoperti dalla  efficientissima, onnipresente e onnipotente macchina della repressione staliniana con ben venti anni di ritardo – dal 1917 fino alla morte di Lenin avevano complottato contro sé stessi!! Ma in realtà l’assurdo di tale tesi dipende dal fatto che essa – come quella del biennio precedente secondo la quale più il socialismo avanzava più bisognava reprimere ed esercitare una ferrea dittatura – era puramente strumentale, servendo a dare una qualche giustificazione ad una feroce pratica di epurazioni permanenti che, dopo la presa del potere da parte del Partito bolscevico, colpì non solo (e neanche soprattutto) i capitalisti, i vecchi padroni e gli agenti dell’imperialismo occidentale ma pressoché tutti gli oppositori politici che pur avevano sostenuto la rivoluzione, dai menscevichi agli anarchici, dai social-rivoluzionari ai “soviettisti”, via via fino alle opposizioni interne dello stesso PCUS, nonché tutti quei settori sociali intermedi, popolari, contadini, di “piccola borghesia” cittadina, non disposti a rinunciare a difendere i propri interessi e gli strumenti di organizzazione politica e sindacale.

I frutti avvelenati della teoria marx-engelsiana della “dittatura proletaria”

Sul piano del potere e della democrazia, resta l’interrogativo su quanto stalinismo – per dirla con un paradosso storico – sia insito nelle teorie di Marx, Engels e Lenin sulla società post-capitalistica e sul socialismo/comunismo. Al di là della spietatezza ed efferatezza del potere staliniano, a mio parere l’intera teoria della “dittatura proletaria” conteneva la realistica possibilità di tali estreme conseguenze. Quattro, in particolare, mi paiono i frutti avvelenati della teoria marx-engelsiana della “dittatura del proletariato”, ripresi da Lenin e dal PCUS anche prima del trionfo di Stalin.

1) La tesi del Proletariato Unico, e cioè di una comunanza totale di interessi tra i salariati (ridotti molto spesso ai soli operai) nel capitalismo e soprattutto nella possibile nuova società post-capitalista. Per la verità Marx negli ultimi anni di vita e produzione teorica, come ho già segnalato in numerosi miei scritti, si allontanò da questa tesi, mettendo in evidenza le differenze strutturali e inevitabili tra diverse componenti delle classi e ceti salariati e subordinati. Pur tuttavia, solo l’ipotesi di un Proletariato come corpo unico poteva dare credito ad una gestione statuale, sotto il manto di una presunta e spersonalizzata “dittatura del proletariato”, che annullava ogni pluralità politica e ogni diritto di organizzazione dei differenti settori delle masse popolari, del piccolo lavoro autonomo e delle classi intermedie soprattutto urbane.

2) La teoria della “fine del conflitto”, progressiva ma inevitabile, una volta abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione. Lo scontro politico tra le varie posizioni, in merito all’estinzione dello Stato nella nuova società post-capitalistica, si è svolto tutto all’interno di un elemento teorico comune: una volta completata la statalizzazione totale dell’economia, i conflitti potevano derivare solo dalla resistenza delle classi espropriate. Non veniva concepita la permanenza di conflitti “in seno al popolo” se non come residuo del primario conflitto tra Capitale e Lavoro, e dunque come sottomissione ideologica, se non spionistica, alle sempre incombenti potenze del Capitale.

3) Il carattere salvifico attribuito all’espropriazione dei capitalisti privati e l’assoluta sottovalutazione della possibilità, poi concretizzatasi, di un capitalismo senza capitalisti (che pure soprattutto Engels aveva ipotizzato nell’ultimo periodo di vita), cioè di una forma nuova e originale di pieno (perché in parte esso era pure operante, in coabitazione con quello privato, nelle società occidentali più sviluppate) capitalismo di Stato, gestito da una neo-borghesia di Stato dotata del pieno possesso del capitale collettivo, formalmente pubblico.

4) La convinzione (interessata) della funzione cruciale e centrale del Partito-Guida, del Partito Unico che si fa Stato. Tutto il leninismo del Che fare?, la coscienza che arriva al Proletariato non attraverso la lotta di classe e la ribellione all’esistente ma attraverso il pensiero marxiano degli scienziati del socialismo, ha rappresentato la motivazione ideologica dell’espropriazione del potere nascente da parte di strati sociali in prevalenza di middle class cittadina e intellettuale in grado di sistemarsi sulle spalle del “gigante proletario” per utilizzarlo e guidarlo al loro fine di neo-classe dominante, proprietaria di fatto della gestione statale.

Comunque, indipendentemente dai giudizi sulle responsabilità teoriche e politiche del marxismo e del leninismo nelle applicazioni concrete del “socialismo” staliniano, ritengo che – qui, ora e per il futuro – la prospettiva di una dittatura proletaria (o formule analoghe) che si attua in realtà come regime monocratico diretto da un Partito unico che possiede lo Stato ed esclude differenze e conflitti in seno alla popolazione, impedendo ad ogni settore sociale la libertà di organizzazione, vada rigettata in qualsiasi progetto o processo di trasformazione reale della società in senso anti-capitalistico: in linea peraltro con quanto le attuali esperienze di democratizzazione sociale e di ricerca di un socialismo del XXI secolo – da quelle dei governi più avanzati dell’America Latina fino ai movimenti altermondialisti dell’ultimo decennio – stanno teorizzando e/o cercando di praticare.

La palese falsità dell’assioma ’abolizione della proprietà privata = fine delle diseguaglianze sociali ed economiche’ e il ruolo precipuo del Partito-Stato come proprietario collettivo dei mezzi di produzione per niente socializzati, rende evidente che è impensabile prospettare per qualsiasi società post-capitalistica un sistema politico con meno democrazia formale ed istituzionale di quello delle società capitalistiche. Una volta che si è manifestato – sulla base dell’esperienza di alcune decine di paesi – come i salariati, i settori popolari, i senza potere e senza proprietà non possono avere improvvisamente, per il solo fatto dell’abolizione della proprietà privata, esattamente gli stessi interessi, definibili una volta per tutte, appare altrettanto evidente come tali interessi non possano essere delegati al Partito-Stato, autorizzato ad essere l’unico a rappresentarli. Anzi, una tale delega permanente mantiene/ricrea una vistosa piramide sociale, con a capo una casta politico-istituzionale, una borghesia di Stato che, non avendo contraddittorio da parte di altre strutture politico-sociali organizzate, costituisce una dittatura di fatto. Comunque si voglia definire il ‘socialismo del XXI secolo’, esso è antitetico al ‘socialismo’ monocratico del Partito-Stato. Risulta mortale per la ricchezza e pluralità sociale ogni monopolio della rappresentanza e ogni tentativo di forzosa ‘reductio ad unum’ degli interessi sociali delle classi e ceti popolari e salariati, che devono avere la piena libertà, riconosciuta giuridicamente, di potersi organizzare sul piano politico e sindacale anche dopo che i fondamentali mezzi di produzione siano trasferiti da mani private in proprietà e gestione collettiva. In termini generali, dunque, un socialismo del XXI secolo, una società postcapitalistica democratica, egualitaria e solidale deve garantire più democrazia formale e sostanziale di quanto faccia attualmente la meno autoritaria delle società liberiste” 24 .

Lo statalizzazione totale dell’economia

Oltre agli aspetti politici e di gestione del potere fin qui analizzati, una specifica riflessione la merita la statalizzazione totale dei mezzi di produzione e di distribuzione, fino ai più piccoli e irrilevanti di essi, attuata in gran parte delle esperienze novecentesche di tentato superamento del capitalismo. Il ruolo onnipotente dello Stato ha dimostrato nei “socialismi realizzati”25 di non avere un potere di liberazione del lavoro che ponesse fine allo sfruttamento dei salariati: ed anzi,  appropriandosi delle forza-lavoro in condizioni di monopolio e in assenza di libere organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori/trici, la gestione economica statuale ha, quasi ovunque, assunto caratteri estremi di dominazione sul lavoro. Inoltre, non limitandosi a gestire autocraticamente le principali attività economiche, produttive, finanziarie, distributive e commerciali ma intervenendo anche su ogni forma pur minimale di scambio privato, e per di più in mancanza di strutture popolari decisionali in grado di esprimere la gamma dei reali bisogni e richieste di massa su cosa, dove, come e per chi produrre e distribuire, lo Stato onnipresente ha generato per lo più inefficienza produttiva, colossali sprechi, caos organizzativo pratico e deficit notevoli sul piano del soddisfacimento dei bisogni di consumo di gran parte delle popolazioni coinvolte.

La massima centralizzazione produttiva e i Piani economici quinquennali hanno garantito decenti risultati per l’apparato militare, la grande industria meccanica, chimica, edile ed estrattiva (ma fino ad una certa epoca: perché anche in tali settori, a partire dagli anni ’70 ed in parallelo con l’enorme salto di qualità indotto ad Occidente dalla rivoluzione informatica, il deficit produttivo nei confronti delle società a capitalismo sviluppato si è palesato con crescente evidenza) e in genere per la produzione di “quantità”: ma ha dato pessimi risultati riguardo ai beni di consumo più elementari, ove l’incuria, l’inefficienza e la confusione produttiva e distributiva hanno finito, soprattutto a fronte dei balzi di qualità del Welfare e del consumo occidentale negli anni ’50 e ‘60, per esasperare i disagi quotidiani di larga parte della popolazione, ingigantendo nel contempo lo sviluppo di mercati “neri” e paralleli, forme diffuse di corruzione in tutti i settori della società, disaffezione al lavoro e creazione dilagante di secondi lavori occulti; e, su tutto, insopportabili privilegi nel sistema quotidiano di vita per la neo-borghesia di Stato.

Certamente da non sottovalutare è stato l’impegno statale centralizzato per ciò che riguarda lo sviluppo dell’istruzione di massa, della sanità e di vari e importanti servizi pubblici. Tale effettivo investimento generalizzato è stato anzi di pungolo e di esempio per il capitalismo occidentale, che ne ha tratto insegnamento (certo anche sull’onda delle lotte diffuse dei lavoratori ad Ovest) per un forte sviluppo del Welfare in funzione anti-ciclica che, oltre a consentire di tenere alto il livello medio di consumo e di occupazione – il trentennio degli anni ’50, ’60 e ’70 del Novecento, da questo punto di vista, è stato il più fertile di tutta la storia del Capitale – nei paesi europei a capitalismo avanzato, ha poi abbondantemente superato in qualità (Nord Europa, ma anche Gran Bretagna, Germania, Francia e la stessa Italia) e quantità il modello sovietico. Ma ad Ovest l’estensione del ruolo del capitalismo di Stato nella fase post-bellica – caratteristica che aveva visto negli anni Trenta l’Italia addirittura all’avanguardia – è avvenuta attraverso un mix, rivelatosi ben più efficace sul piano puramente produttivo, con il capitalismo privato e con il permanere di una forte presenza del mercato nonostante l’attività interventista statale, con una mediazione a largo raggio con i settori sociali intermedi e con la crescita costante della cosiddetta middle class: e credo che sia stato in particolare questo mix di keynesismo diffuso tra capitale “pubblico” nazionale e capitale privato, operante fino agli anni’80, a provocare in definitiva la vittoria del modello dell’Ovest su quello dell’Est.      

All’opposto, l’ostilità dichiarata da parte del Partito-Stato sovietico nei confronti delle classi e ceti intermedi tra i salariati/operai e il pre-esistente padronato ha imposto, fin dalla cancellazione in URSS della NEP, un lacerante processo di omologazione forzata al modello della società-fabbrica. Il vero e proprio terrore nei confronti della piccola proprietà privata e della piccola produzione artigianale, agricola, commerciale, distributiva, la convinzione che necessariamente esse riproducessero, a poco a poco, il dominio del grande Capitale sull’intera società26 sono state concause cruciali della militarizzazione forzata dell’intera economia e delle conseguenti, profondissime lacerazioni sociali, mai davvero digerite e ricomposte, che spiegano l’altrimenti incomprensibile tracollo del “socialismo di Stato” dopo più di settanta anni di dominio politico assoluto, avvenuto senza che alcun settore di massa si sia minimamente impegnato nella sua difesa, e anzi con un generale plauso popolare alla demolizione dell’intera impalcatura.

Ragionando per l’oggi, o meglio per una prospettiva di superamento del capitalismo, mi pare  rilevante notare come l’ostilità al capitalismo si sia sviluppata parecchio (e il movimento altermondialista/no-global ne è la più appariscente testimonianza) negli ultimi anni su un terreno poco praticato nelle lotte del Novecento: quello della mercificazione globale dell’esistenza e contro le sue conseguenze sempre più pesanti sull’intera vita del pianeta. La crisi energetica, il riscaldamento globale, le catastrofi ambientali, la diffusione delle guerre per depredare le ricchezze naturali di paesi deboli, e nell’ultimo quinquennio le conseguenze dell’uso senza scrupoli della estrema finanziarizzazione dell’economia per derubare centinaia di milioni di abitanti del globo, hanno posto masse crescenti di cittadini di ogni paese di fronte alla constatazione di quanta distruttività sia contenuta in un sistema economico-sociale che ha come bussola la ricerca del profitto individuale a qualsiasi costo e malgrado qualsiasi disastrosa conseguenza futura per la maggioranza dell’umanità. Gli avvenimenti dell’ultimo decennio hanno reso sempre più palese quanto sia suicida affidare le sorti del pianeta all’”anarchismo”27 di tale ricerca di profitto condotta da un capitalismo che come unico elemento previsionale ha la realizzazione, senza regole, limiti e controlli, dell’incremento del proprio capitale, in spietata competizione con gli altri capitali e in guerra contro tutto ciò (vincoli ambientali e climatici, condizione economica di intere popolazioni, sofferenze di massa ecc.) che ne ostacola la valorizzazione senza limiti.

Tale avversione crescente alla mercificazione irresponsabile e distruttiva della natura, dell’ambiente, del clima, della vita delle popolazioni e della loro salute, del loro status sociale ed economico, mi pare attualmente un elemento potenzialmente unificante, universale e incisivo almeno quanto è stata considerata l’inaccettabilità dello sfruttamento del lavoro salariato su scala planetaria. E se queste considerazioni hanno fondamento, ne dovrebbe conseguire una  mutazione di prospettiva per chi vuole eliminare il dominio della merce e del profitto e avviare su nuove basi la struttura  produttiva e la vita sociale nei singoli paesi e nell’intero globo. Perché a centinaia di milioni di abitanti del Pianeta appare oramai ragionevole, utile e necessario che spetti alla collettività organizzata la gestione delle principali risorse economiche e produttive, dei Beni comuni e della ricchezza pubblica. Ma questo non significa mettere qualsiasi cosa nelle mani di uno Stato onnivoro, di cui – non solo per le disastrose esperienze dei paesi del “socialismo reale” ma anche per le altrettanto negative gestioni delle caste/classi politiche che ad Ovest si sono impadronite oligarchicamente del capitale e delle ricchezze comuni tramite le strutture statuali – si diffida più o meno quanto degli alfieri del profitto e della mercificazione.

Dal che, la diffusa ostilità verso la statalizzazione totale ma anche nei confronti di una democrazia dimezzata, che affida ai politici di professione la gestione e il possesso dei Beni e dei capitali collettivi, ed il rifiuto della trasformazione dell’intera società in una sorta di grande fabbrica unificata nelle mani di uno Stato onnipotente e onnipresente. Ad esempio – ci si domanda tra coloro che pure vogliono il superamento dell’esistente, con le sue ingiustizie sociali, la sua democrazia fittizia, la sua irresponsabilità nei confronti delle sorti generali dell’umanità, della natura e dell’ambiente – per quale ragione dovremmo abolire ogni forma di proprietà privata di qualsiasi mezzo di produzione o di distribuzione, anche il più minuto e limitato? E perché dovrebbe essere statalizzata ogni forma di produzione, finanche di oggetti voluttuari o di consumo specifico o di nicchia o di importanza marginale? Dolciumi o abbigliamento, ristoranti o bar, alberghi o  artigianato, produzione agricola individuale o familiare, piccoli allevamenti, attrezzature turistiche, attività artistiche? E perché si dovrebbe creare una specie di immenso alveare in cui tutti diventino agenti irrilevanti di una gigantesca macchina statale-Leviatano, che fa da ape regina, unica fonte di orientamento e legittimazione? Come si può pensare di avere solo trasporti statali, prodotti statali, industrie statali, ristoranti statali, bar statali, stabilimenti balneari statali, alberghi statali, agricoltura statale? E soprattutto: perché lo si dovrebbe?

Benicomunismo: la socializzazione dei Beni Comuni, delle produzioni strategiche e della ricchezza pubblica nazionale

Il concetto di Bene Comune non è nuovo. Aristotele ne parlava nella sua ‘Politica’. La legge romana lo identificava come ‘res publica’. Tommaso D’Aquino lo riprendeva dai Greci ed è stato usato come base per la dottrina sociale delle chiese cristiane. Machiavelli ne ha fatto una categoria politica. Il liberalismo economico se ne è appropriato come strumento per favorire l’egemonia della classe borghese…L’illuminismo e l’intera dinamica della ‘modernità’, nella prospettiva di liberare l’essere umano dai vincoli delle strutture collettive oppressive, hanno generato un sistema economico basato sull’individualismo e sulla collocazione delle risorse del pianeta, considerate inesauribili, al servizio dello sfruttamento umano. La crisi attuale mostra quanto questo modello sia logoro, non sostenibile e come abbia esaurito la sua funzione storica. Dobbiamo pensare a delle alternative, ad un nuovo approccio per definire il Bene Comune dell’Umanità, in tutto il mondo. Il concetto stesso deve essere criticamente rivisitato. Il suo significato precedente non serve più, o perché è stato solo parzialmente applicato o perché è stato assunto da gruppi elitari che hanno confuso il benessere di tutti con quello di una particolare classe sociale…Durante l’Assemblea generale dell’ONU nel 2008-2009,  François Houtart ha avanzato la proposta di una Dichiarazione Universale del Bene Comune dell’Umanità. Miguel D’Escoto, il presidente dell’Assemblea, l’ha assunta nel suo discorso di chiusura…(Si tratta ora) di conciliare la lotta per particolari ‘beni comuni’ con la lotta per il Bene Comune dell’Umanità, per individuare un obiettivo comune per i movimenti sociali. Non è questione di ricostruire un nuovo ‘pensiero unico’ ma di contribuire all’elaborazione di un nuovo modo di esistere del genere umano” 28.

Ho riportato ampi stralci di questa introduzione alla Conferenza internazionale di Roma della Fondazione Luxemburg, dedicata alla necessità di passare dalla difesa dei Beni comuni alla lotta per il cosiddetto Bene Comune dell’Umanità, perché mi pare che vi siano sintetizzati elementi interessanti di trasformazione teorica del meno dogmatico comunismo novecentesco ma nello stesso tempo nuovi rischi di totalitarismo ideologico e programmatico. Queste caratteristiche mi consentiranno, per contrasto, di spiegare con sufficiente efficacia, spero, la particolarità del concetto di Beni comuni e di quello, da essi derivato, di Benicomunismo, che li rende molto diversi sia dalle vecchie ideologie dei Beni comuni, citate dai promotori della Conferenza, sia dall’impianto che sta dietro la loro proposta teorica e politica di definizione e pratica del “Bene Comune Universale dell’Umanità”. Certamente il concetto di Bene comune e l’uso del termine (o di sue varianti) sono ben datati e li si possono ritrovare più o meno in tutte le epoche di cui abbiamo tracce storiche. Ma altrettanto, se non ancor di più, si può dire dell’ideale Bene Comune Universale qui ventilato, anch’esso cucinato in varie salse a seconda del periodo e delle latitudini. Se è vero che il primo termine è stato sovente assunto da “gruppi elitari che hanno confuso il benessere di tutti con quello di una particolare classe”, ciò è avvenuto anche a proposito della pretesa di definire, in assoluto e per ognuno, un Bene Comune Universale. Vi si sono cimentati in moltissimi, re e imperatori, religioni temporali e mistici, filosofi e demagoghi, congreghe esoteriche e ideologie politiche.

E lo ha fatto anche Marx, il marxismo e il comunismo “scientifico”, di cui peraltro il citato François Houtart29 e i militanti della Fondazione Luxemburg si considerano, più o meno, eredi e continuatori. Non è forse stato l’obiettivo della realizzazione del socialismo, e poi del comunismo, l’agognato materializzarsi dell’ideale del Bene Comune Universale, che si presumeva di poter raggiungere una volta abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione e scomparsa la classe capitalistica? E non era il Proletariato Unico e omogeneo considerato l’esecutore di tale materializzazione, l’agente universale di un Bene Comune globale, definibile una volta per tutte e per giunta senza neanche più conflitti, una volta eliminate le classi sfruttatrici? Che anche la ricerca, da parte della Fondazione Luxemburg, di una definizione di Bene Comune Universale sia tutt’altro che originale ed innovativa sembra balenare, almeno come sospetto da fugare (excusatio non petita, accusatio manifesta?), agli autori dello scritto, spingendoli a precisare che non intendeno “ricostruire un nuovo Pensiero Unico” e che resta pur sempre la difficoltà “di conciliare la lotta per particolari ‘beni comuni’ con la lotta per il Bene Comune dell’Umanità, per individuare un obiettivo comune per i movimenti sociali”. Però, l’insistenza sulla reductio ad unum (un obiettivo comune per tutta l’umanità), una certa degnazione verso i singoli Beni comuni – che trapela da quel “particolari” che li precede e che li colloca tra virgolette e con le minuscole, in contrasto con le tre maiuscole del Bene Comune Universale – e in generale la netta prevalenza del singolare sui plurali lasciano il sospetto che ci si stia muovendo sempre nel solco delle impostazioni totalizzanti e forzosamente unificanti, pur senza fare stavolta ricorso ad oramai impopolari “dittature proletarie” e Partiti-guida, ma puntando ad un presunto Bene Unico per tutta l’umanità. Il che mi spinge a sottolineare, come fatto in tanti altri miei scritti, la pericolosità teorica e pratica di queste riduzioni ad uno, consistenti nel trasformare la complessità della realtà sociale, delle classi e ceti popolari reali (e non idealizzati in modelli astratti) – con le conseguenti contraddizioni e conflitti interni – in forzosa semplicità e omogeneità.

Ciò detto, e ragionando in positivo per arrivare a definire ciò che intendo per benicomunismo partirei da questa definizione – e anche distinzione analitica tra gruppi di essi – che dei Beni comuni ha dato qualche tempo fa Marco Bersani di Attac, uno dei maggiori protagonisti del Movimento in difesa dell’Acqua pubblica e della vittoriosa campagna referendaria del 2011.

“I beni comuni naturali sono necessari alla sopravvivenza di ciascuna persona e della stessa vita sul pianeta. Come tali devono essere gestiti garantendone l’accesso universale e la conservazione per le generazioni future. Sono riconducibili ai quattro elementi primordiali: aria, acqua, terra e fuoco; con linguaggio contemporaneo meglio traducibili in aria, acqua, territorio/mobilità ed energia. I beni comuni sociali sono il portato delle lotte popolari in favore dell’emancipazione e sono necessari alla dignità della vita delle persone e alla convivenza comunitaria e solidale. Come tali devono essere gestiti garantendo l’accesso universale agli stessi. Sono riconducibili alla salute, all’abitare, all’istruzione, alla previdenza e sicurezza sociale, alla comunicazione, alla conoscenza, alla cultura. Beni comuni naturali e sociali sono gli elementi che designano una comunità umana in quanto tale, sono il fulcro del contratto sociale fra le persone. Sono lhumus della res publica e l’elemento che permette ad un’aggregazione di persone di definirsi comunità e non semplice somma di individui. I servizi pubblici che ne garantiscono la fruizione universale hanno dunque finalità di interesse generale e vanno sottratti alla logica del mercato e della concorrenza” 30.

Definizioni e affermazioni sui Beni comuni perfettamente condivisibili, pure nella distinzione analitica tra quelli naturali e quelli sociali: anche se nel prosieguo non farò ricorso ad essa. Ritengo però che la categoria vada ulteriormente allargata per attribuire ad essa una dimensione ancor più ampia che la sottragga totalmente alle deformazioni e ai vincoli della società del profitto e della merce e che le consenta di essere l’architrave strutturale di una nuova società post-capitalistica. Credo che debba essere considerato Bene comune anche il patrimonio industriale strategico , cioè quell’apparato che una reale democrazia sociale riconosca come essenziale e ineliminabile per la produzione in quel paese e in quella particolare fase storica; e che altrettanto debba valere per il capitale collettivo pubblico, cioè quella ricchezza nazionale finanziaria che ognuno/a di noi consegna giornalmente con le tasse e i contributi allo Stato; e che dunque grandi aziende industriali – considerate fondamentali e strategiche per la vita di un popolo -, grandi banche, gruppi finanziari e assicurativi, debbano far parte di quei Beni comuni da sottrarre alla proprietà privata e su cui vadano fatti valere processi di decisionalità e di gestione pubblici e davvero socializzati, distinguendo chiaramente tra statalizzazione – con la consegna dei Beni comuni nelle mani dei funzionari e dei politicanti del capitalismo di Stato che ne continuerebbero a fare il pessimo uso fin qui realizzato – e loro effettiva socializzazione e democratizzazione gestionale.

“Definire la dimensione pubblica dei beni comuni può essere considerato necessario ma non  sufficiente. Perché se è vero che l’ideologia del pensiero unico del mercato ha potuto per almeno due decenni attecchire, ciò è stato possibile anche perché troppo spesso il ‘pubblico’ è stato distante dalle esigenze dei cittadini tanto quanto il privato. Cosicché quando la vulgata liberista ha cominciato a tessere le lodi del mercato e a porre l’imperativo della privatizzazione, una fascia estremamente minoritaria della popolazione ha percepito l’intensità dell’espropriazione che si stava materializzando. Ecco perché, mentre occorre mettere in gioco tutte le proprie energie e  intelligenze per combattere le privatizzazioni, occorre fin da subito cominciare a costruire un nuovo modello di pubblico, che deve fondarsi sulla partecipazione sociale. Sino a considerare i beni comuni anche giuridicamente qualcosa di ‘altro’ dalla proprietà statale o privata: perché essi sono più compiutamente beni di proprietà sociale, la cui gestione deve essere non solo necessariamente pubblica, bensì comportare la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori” 31.

E certamente di questo processo democratico dal basso, che non delega la gestione e le decisioni sui Beni comuni e sull’organizzazione della società ai professionisti della politica politicante e ai funzionari del capitale di Stato, il movimento in difesa dell’acqua pubblica è stato un esempio eclatante e vincente, con punti di forza e di novità ragguardevoli raggiunti dall’elemento catalizzatore di esso, il Forum italiano del Movimenti per l’Acqua.

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua si basa da una parte sulla diffusione e sul radicamento dei Comitati territoriali, e dall’altra su un esteso tessuto di associazioni e organizzazioni sociali di carattere nazionale…Questo intreccio è il primo punto di novità e di forza della nostra esperienza, che ci ha consentito di mettere in campo forze ed energie nuove, soprattutto tra le giovani generazioni, e di poter contare sull’apporto di associazioni e organizzazioni con una loro struttura consolidata…Il secondo (punto di forza) sta nell’essere contemporaneamente movimento territoriale e nazionale…protagonista di una vertenzialità diffusa e di un’iniziativa nazionale di mobilitazione per modificare il quadro legislativo in materia…cosa che ha giocato un ruolo molto importante nel delineare un modello poco gerarchizzato e orizzontale nei percorsi decisionali…Terzo tratto distintivo è quello di aver sempre lavorato sul binomio “ opposizione alle scelte di privatizzazione – costruzione di proposte alternative”. Sin dal 2006-2007 abbiamo elaborato una compiuta proposta di Legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell’acqua, così come, nel corso della campagna referendaria, non ci siamo limitati a chiedere un pronunciamento per abrogare il profitto garantito dei soggetti gestori, ma l’abbiamo accompagnato con una proposta precisa di finanziamento alternativo del servizio idrico…Infine, il quarto caposaldo è una reale autonomia rispetto agli schieramenti e alle forze politiche, basato proprio sull’ esercizio di una specifica capacità progettuale” 32.

E l’effetto generale sulla società italiana di questo movimento – finora il più rilevante e visibile di tutti quelli in difesa dei Beni comuni – e della vittoria referendaria così lo sintetizza Bersani.

“La vittoria referendaria sull’acqua è il più importante risultato ottenuto per la dimensione pubblica dei Beni comuni. Per come è nata dentro il lavoro carsico nei territori, per come si è estesa intrecciando un bisogno di protagonismo sociale e di partecipazione dal basso, per come è divenuta maggioranza culturale e politica nel voto del popolo italiano, essa rappresenta uno spartiacque che segnala l’inizio del declino di un ciclo…Il 12-13 giugno il popolo italiano ha votato contro il pensiero unico del mercato e per la ripubblicizzazione dell’acqua. Determinando, dopo decenni, la prima inequivocabile sconfitta dell’ideologia del ‘privato è bello’ ed evocando un nuovo ruolo del ‘pubblico’, fondato sulla partecipazione sociale. Sconfitta ancora più intensa perché mette a nudo il simulacro della democrazia cui sono ridotte le istituzioni della rappresentanza, con intere fasce di popolazione che si autoorganizzano nella società, ricostruendo lo spazio pubblico della socialità e del conflitto fuori da ogni intermediazione partitica e reclamando democrazia diretta e partecipazione collettiva. Naturalmente, la battaglia dell’acqua non è stata l’unica contro le politiche liberiste, e il suo successo raccoglie il portato sociale di molte altre lotte e conflittualità nel paese. Ma il valore aggiunto dei movimenti per l’acqua è quello di essere riusciti negli anni a parlare all’intera società, facendo diventare di massa la discussione intorno al tema ‘beni comuni vs mercato’ e modificando in profondità la cultura del paese” 33.

Cosicché, anche alla luce di queste considerazioni, descriverò qui per sommi capi, in una specie di decalogo essenziale, cosa intendo per benicomunismo, e perché abbia ritenuto necessario aggiungere un”ismo” per definire un possibile modello di società che fuoriesca dalla padella scottante del capitalismo senza cadere nella brace infuocata del “socialismo reale” del Novecento.

1) Il termine benicomunismo è un sostantivo collettivizzante che, come sarà già chiaro, faccio derivare da Beni comuni al plurale, cioè da realtà sociali, naturali ed economiche concrete, e non da un ipotetico e astratto Bene Comune Universale, al singolare. Comunque si vogliano definire i Beni comuni, essi fanno parte di una realtà plurale, variegata, “storica” e mutevole e non possono forzosamente essere ridotti all’unicità obbligata in un unico ente universale a-temporale.

2) In Italia, in epoca recente il termine Bene comune è stato usato dai Cobas (e da altri) nei primi anni di questo secolo per indicare come la scuola pubblica e l’istruzione fossero un bene generale e collettivo, la cui difesa e miglioramento non potevano essere compito esclusivo dei lavoratori/trici del settore (docenti ed Ata) ma impegno e interesse globale di studenti, genitori e cittadini ostili ai processi incombenti di privatizzazione, aziendalizzazione e mercificazione della scuola, dell’Università e dell’educazione pubblica. Ma il termine, applicato in particolare dai movimenti in difesa dell’Acqua pubblica, è arrivato ai più ampi settori della popolazione soprattutto negli ultimi anni, attraverso la fase preparatoria e ancor più mediante la vittoria nei referendum sulla ri-pubblicizzazione dell’acqua e dei servizi locali e contro l’uso del nucleare del giugno 2011.  Attualmente il termine sta diffondendosi più o meno in tutti i settori pubblici e beni collettivi; e anche la politica istituzionale se ne sta appropriando, ritenendolo una specie di formula magica dietro cui ci si può mascherare fingendo una disponibilità verso gli interessi comuni: e conseguentemente ponendo un po’ a tutti/e i sinceri difensori di essi il compito di definire più precisamente cosa si possa intendere per Beni comuni.

3) Direi in termini generali che i Beni comuni sono tutto ciò che la larga maggioranza della popolazione di un paese considera una ricchezza collettiva che esiga un controllo e una gestione pubblica e socializzata, in forme democratiche da stabilire ma di certo sottratta dal dominio del capitale privato e delle classi, ceti e caste più ricche e potenti. Il che, a mio avviso, dovrebbe valere attualmente almeno per la scuola e l’istruzione, la sanità e la salute, l’acqua e l’ambiente, la terra, i trasporti e l’energia, l’informazione e la comunicazione; ma anche, e mi pare cruciale, per le produzioni industriali strategiche e il capitale “pubblico” collettivo – quello che oggi si accumula nelle mani dello Stato grazie alla tassazione dei cittadini e tramite le rendite e i profitti derivati dalla produzione statale e dal patrimonio mobiliare e immobiliare “pubblico” – e dunque anche per le principali strutture bancarie, finanziarie, commerciali.

4) Se interpretiamo così la categoria dei Beni comuni, essa diviene ben più vasta che nella pubblicistica corrente; ma nel contempo ne dobbiamo sottolineare i caratteri ineliminabili di categoria mobile e mutevole, storicamente e geograficamente. In altri termini, ciò che ieri poteva essere considerato uno dei Beni comuni essenziali, oggi potrebbe non essere più valutato come degno di un’attenzione e di una gestione collettiva, e viceversa. Negli anni ’60 e ‘70 in Italia il problema di evitare la mercificazione della istruzione e della sanità, dell’acqua o dello smaltimento dei rifiuti poteva sembrare pura esercitazione teorica: oggi è oggetto di una battaglia campale tra i Signori del profitto e i difensori degli interessi collettivi. In questi anni il controllo dell’energia è  stata cruciale questione pubblica, comune e collettiva: ma se ieri il petrolio era il fulcro intorno a cui ruotava ogni questione energetica, oggi le forme alternative, non inquinanti e rinnovabili sono considerate i veri Beni comuni, con l’augurio che in tempi ragionevolmente brevi il petrolio rientri tra le materie naturali di scarso o nullo interesse pubblico. Cinquanta anni fa, forse il passaggio di un Treno ad Alta velocità in una valle incontaminata come quella di Susa o la costruzione del ponte di Messina sarebbero stati interpretati come fattore di progresso e interesse collettivo; oggi appaiono per le popolazioni locali una iattura e il bene comune è la conservazione dell’habitat naturale e non il nuovo treno o il faraonico e rischiosissimo Ponte, ieri magari letti come portatori di vantaggi materiali per le popolazioni toccate. E mezzo secolo fa ben pochi/e avrebbero considerato il cambio climatico una cruciale questione collettiva e la stabilità del clima un bene comune da salvaguardare come primario: oggi persino la grande industria cerca con la green economy di trarne profitto. Si potrebbe continuare: ma questi esempi dovrebbero essere sufficienti per chiarire come il concetto di Beni comuni, la loro mutevolezza ed evoluzione storica ne escludano la trasformazione in una grande Entità totalizzante, presentata come Bene Comune Universale.

5) Oltre ad essere cangianti nel tempo e nello spazio i Beni comuni non sono affatto realtà a-conflittuali e la loro differente valutazione a livello di massa può essere al contrario oggetto di aspri conflitti e divergenze, anche prescindendo da qualsiasi intervento invasivo del capitale individuale o di Stato, sia in una società capitalistica sia in una che non abbia più come criterio-guida di funzionamento il dominio del profitto e della merce. Chi ha seguito con una qualche attenzione le problematiche sociali di alcuni paesi latinoamericani – guidati in questo decennio da governi progressisti e, almeno sulla carta, paladini dell’estensione della capacità decisionale di vasti settori di diseredati – avrà potuto osservare una vasta gamma di conflitti tra settori popolari (in seno al popolo, appunto) proprio in merito a quali dovessero essere considerati Beni comuni, e dunque salvaguardati e incentivati dal potere statale centrale, e quali no. Ad esempio, gli strenui difensori dei diritti inalienabili della Pacha Mama (la Madre Terra di varie popolazioni indigene) hanno ripetutamente considerato un oltraggio a quello che per loro è il principale dei Beni comuni (la Madre Natura, cioè ogni porzione del territorio e dell’ambiente naturale) la deforestazione di intere aree o la deviazione del corso di fiumi per la costruzione di dighe e centrali idroelettriche. Di converso, però, altre popolazioni (o parti di esse) hanno a volte espresso pareri di segno opposto, valutando ad esempio come Bene comune l’usufrutto agricolo di zone disboscate, ove produrre colture e allevamenti; oppure, considerato bene altrettanto primario e collettivo l’uso di energia elettrica in aree altrimenti prive o comunque carenti in materia34. Conseguentemente, la definizione di cosa vada considerato Bene comune – e dunque difeso, salvaguardato o esteso per tutti/e – deve scaturire da un processo di ampia partecipazione democratica, che non esclude affatto, anzi prevede, la possibilità di contrasti e conflitti anche aspri e la necessità di mediazioni dialettiche ed efficaci che raccolgano il massimo del consenso generalizzato.

6) Quindi, all’interno della definizione dei Beni comuni, è negativa ogni riproposizione di miti ideologici come il Proletariato Unico, ma anche di un indistinto Popolo Unito e di ogni sorta di astratte Entità omogenee senza conflitti all’interno e per giunta in grado di rappresentare gli interessi generali in modo permanente. Questi ultimi – ora ma ancor più in una società post-capitalistica – non sono e non saranno altro che la mediazione e la sintesi al più alto livello democratico possibile degli interessi particolari dei vari strati sociali, anche dopo aver eliminato la centralità e il dominio del profitto e della mercificazione globale. Per questo trovo preoccupante, e da non incoraggiare, ogni tesi mirante a sciogliere forzatamente gli interessi specifici – e quindi anche i concreti Beni comuni – in un Interesse Generale, deciso da qualche “neo-scienziato” del socialismo del XXI secolo (o del Benecomunismo Universale) e definito una volta per tutte, e sovrastante gli obiettivi settoriali, costretti brutalmente all’eutanasia non in nome di trattative democratiche, mediazioni e sintesi accettate perché utili a tutti/e, ma in base, come già per il “socialismo reale”, ad un Progetto meta-storico che si pretenda di salvifica palingenesi in grado di mutare menti e corpi dell’umanità e di realizzare la a-conflittualità universale.

7) Pur tuttavia, il suffisso “ismo” attribuito al termine che uso per indicare una società fondata sull’estensione, qualificazione e gestione sociale dei Beni comuni – giudicati collettivamente tali attraverso nuove istituzioni di democrazia realmente partecipata – credo abbia un suo senso profondo e non totalizzante. Usando il termine benicomunismo,  intendo anche dire che tale società è incompatibile con il capitalismo, esattamente come da più di 160 anni è stato teorizzato per il comunismo “scientifico”, e non può essere realizzata tramite una coabitazione con esso. Togliere infatti dalla ricchezza comune, espropriata e saccheggiata dal profitto e dalla mercificazione, non solo i nuovi desiderati business capitalistici del XXI secolo – istruzione e salute, acqua e pensioni, ambiente e cultura – ma anche i principali beni industriali e finanziari di un paese, non può avvenire con mediazioni (tipo green economy) con i Signori del profitto e della merce. L’affermazione di un sistema così alternativo all’esistente – che lo si chiami benicomunismo o socialismo del XXI secolo – non può avvenire per naturale evoluzione della società attuale o per estenuazione del sistema dominante. Tale cambiamento profondo non può non mettere in conto un lacerante e drammatico conflitto, le cui caratteristiche sono al momento imprevedibili ma dovranno scontare la possibilità  di passaggi sull’orlo della barbarie e attraverso le vie strette e rischiose dell’uso della forza.

8) Le modalità di sottrazione al profitto e al potere delle classi dominanti, la socializzazione e la democratizzazione di quelli che verranno giudicati collettivamente (a seconda dei periodi e dei luoghi) Beni comuni – una sorta di grande e innovativo Welfare universale, associato a nuovi diritti sociali globali non possono e non devono realizzarsi attraverso la totale statalizzazione di essi. L’ampia e variegata esperienza del “socialismo di Stato” novecentesco ha dimostrato come tra proprietà statale e piena socializzazione e democratizzazione radicale di Beni comuni non ci sia affatto coincidenza. La struttura statuale può essere dominata da una neo-classe, o casta, in grado di espropriare i Beni comuni in forma non troppo dissimile da ciò che ha fatto il capitalismo privato. La neo-classe trae il proprio potere, una volta tolti di mano i Beni alla proprietà privata, dalla politica separata e autoreferenziale, dalla politica di mestiere, dal politicantismo istituzionale che, grazie alla possibilità di poter decidere in piena autonomia le sorti e gli usi dei mezzi di produzione, distribuzione e commercializzazione statalizzati, finisce per possederli di fatto, se non nominalmente: e dunque può stornarne la gestione e l’usufrutto a proprio vantaggio, alienandoli alla volontà popolare.

9) Comunque si realizzi l’esproprio dei Beni comuni dalle mani del capitale privato, non è affatto necessario, ed è anzi dannoso, che questa espropriazione si estenda a qualunque forma di proprietà produttiva, distributiva o commerciale. Una volta che tutti i principali e significativi Beni comuni, quelli che incidono sulla vita effettiva di tutti/e, siano a disposizione di scelte collettive fatte per il benessere generale, non può costituire un vero ostacolo o intralcio a tale sviluppo solidale e cooperativo il fatto che piccole proprietà agricole o industriali, di beni non determinanti e decisivi nello sviluppo sociale, attività di piccolo commercio e distribuzione, artistiche e culturali, sportive e ricreative, turistiche e ludiche, artigianato manuale e intellettuale, siano gestite da singoli cittadini/e o da gruppi associati, naturalmente rispettando i criteri ambientali, sociali, di igiene pubblica e rispetto collettivo, di diritti sindacali che le strutture democratiche decideranno in merito.

10) Il punto più delicato, la vera incognita di questa possibile evoluzione sociale, riguarda la forma di democrazia integrale, radicale e partecipata in grado di garantire effettivamente la socializzazione dei Beni comuni e la creazione di un Welfare universale, evitando una statalizzazione proprietaria e una nuova sottrazione dei Beni da parte di un potere statale autonomizzato e di nuove caste di inamovibili professionisti politici. Tema cruciale ma assai complesso, perché riguarda l’estensione del concetto e delle pratiche di democrazia da solo diritto a dovere collettivo, spettante ad ogni cittadino/a, per escludere, o limitare al massimo, l’esercizio di essa da parte di ceti o caste di professionisti della delega. Tema  che tratterò a fondo, e specificatamente, in un mio prossimo scritto.

NOTE

1  V.I.Lenin, Stato e rivoluzione,  Editori Riuniti, Roma, 1966, pp.177-178.

2  Lenin scrisse Stato e rivoluzione tra agosto e settembre del 1917.

3 Il Leviatano è un mostro biblico della mitologia fenicia che ricorre più volte nel testo ebraico della Bibbia. Ma la popolarità del termine nell’analisi politica, economica e sociale, deriva dall’uso  che ne fece Hobbes, ponendolo a titolo del suo famoso trattato sullo Stato assoluto per designare la “moltitudine di individui riuniti in un’unica persona che chiamiamo Stato, quel Leviatano, o piuttosto quel dio mortale, cui dobbiamo la nostra pace e la nostra sicurezza”. A causa della popolarità e dell’influenza di quel testo sulle teorie politiche, il termine è riferito quasi sempre ad ogni forma di potere assoluto dello Stato.

4 NEP è l’acronimo di Novaja Ekonomiceskaja Politika (Nuova Politica Economica), cioè l’insieme di provvedimenti di politica economica varati nel 1921 dal governo sovietico. La NEP prese l’avvio il 21 marzo di quell’anno con l’introduzione di un’imposta in natura sui raccolti agricoli che sostituiva e annullava le requisizioni forzate delle “eccedenze” di prodotti agricoli (che in realtà lasciavano spessissimo nell’indigenza tanti contadini) effettuate a partire dalla vittoria della Rivoluzione di Ottobre. La NEP liberalizzò il commercio privato di prodotti agricoli coinvolgendo anche il settore artigianale e parte di quello industriale, reintroducendo in parte delle aziende statalizzate forme di gestione privata in affitto o concessione. La NEP fu abbandonata nel 1928, aprendo la strada alla collettivizzazione forzata dell’agricoltura e del commercio.

5  Lettera a Bracke del 5 maggio 1875, pubblicata soltanto nel 1891 nella Neue Zeit; prima edizione italiana in Il Partito e l’Internazionale, Rinascita, Roma 1948.

6  V.I.Lenin,  Stato e rivoluzione, op.cit.pag.157. A proposito del differente grado di statalismo tra i due, Lenin si riferì per Marx alla Critica del programma di Gotha, e per Engels alla lettera a Bebel del 28 marzo 1875 in cui, sottolineò Lenin, “Engels invita Bebel a smetterla con le chiacchiere sullo Stato, a bandire completamente la parola ‘Stato’ e a sostituirla con la parola ‘Comune’; Engels dichiara persino che la Comune non era più uno Stato nel senso proprio della parola”. 

7  V.I.Lenin, op.cit. pag.158.

8  K.Marx,  op.cit. pag.240.

9  V.I.Lenin,  op.cit. pp.162-163.

10  Il brano – apparso nel n.3 1901-1902, XX, I della Die Neue Zeit, la più importante rivista della socialdemocrazia tedesca di cui Karl Kautsky era il direttore  – fu ripreso nel Che fare? di Lenin, scritto tra il 1901 e 1902 e considerato il testo-base del bolscevismo. All’epoca Kautsky polemizzava contro Bernstein sulla interpretazione delle teorie di Marx ed Engels. Ma prima, e tanto più all’esplodere, della Guerra mondiale si spostò verso posizioni assai moderate. Fu del tutto ostile alla Rivoluzione russa e Lenin si scontrò ripetutamente contro il “rinnegato Kautsky”, ricordando sovente nelle polemiche il periodo in cui egli “era ancora marxista”.

11 All’epoca il termine socialdemocrazia non aveva il significato moderato attuale. Essa era considerata fedele interprete del pensiero marxiano, seppur con varie componenti e contrasti, e  equivalente alle correnti comuniste novecentesche, oscillanti tra rivoluzione e riformismo radicale. Il termine tradunionismo deriva dalle Trade Unions, i sindacati inglesi a quel tempo di gran lunga i più forti, ed equivale al nostro attuale sindacalismo.

12 V.I.Lenin,  Che fare? , Einaudi editore, Torino, 1971, pp.39-40.

13 In Lenin, come già in Marx, Engels e nella quasi totalità dei comunisti ottocenteschi e della prima parte del Novecento, i due termini venivano usati spessissimo come sinonimi, malgrado la classe operaia sia sempre stata solo una parte del proletariato (inteso come quella classe di senza proprietà e senza potere che per vivere deve vendere la propria forza-lavoro in cambio di un salario), e peraltro in quasi tutti i paesi una parte decisamente minoritaria.

14  Che poi (cfr. al proposito il mio Alcuni conti con Marx) è proprio ciò che Bakunin aveva previsto    determinando su questo tema cruciale la prima lacerante spaccatura del movimento operaio e dell’Internazionale -, irridendo Marx e gli altri intellettuali comunisti dell’epoca, definiti appunto scienziati del socialismo che si candidavano a dirigere il proletariato e ad assumere in suo nome il potere in eventuali società post-capitalistiche.

15  V.I.Lenin, Stato e rivoluzione, op.cit. pp.167-8.

16  Ibidem,  pp.174-175.

17  Stalin,  Per la conquista del bolscevismo, Edizioni di cultura sociale, Parigi, 1937, pp.40-41.

18  Stalin, Questioni del leninismo, Editori Riuniti, Roma, 1952, pag.722.

19  V.Gerratana,  Introduzione a “Stato e rivoluzione”, op. cit. pp.9-10.

20 Stalin, Rapporto al XVIII Congresso, marzo 1939, in “Questioni del leninismo”, op.cit. pp.706-708

21  Il rapporto di Stalin al CC del PCUS del marzo 1937, che a suo tempo aveva avuto massima circolazione in tutti i partiti comunisti della III Internazionale, successivamente non fu più né stampato né ripreso in materiale teorico in circolazione.

22  Stalin, op.cit. pp.709-710.

23  Ibidem, pag.719.

24  P. Bernocchi, Vogliamo un altro mondo, Datanews, Roma 2008, pp.191-2.

25 Un discorso specifico lo meriterebbe l’attuale “socialismo” cinese. Esso è, a mio parere, l’esperienza più avanzata di capitalismo di Stato, strettamente intrecciato con le numerose multinazionali e capitali internazionali che operano attualmente in Cina. Nel complesso, è il Partito-Stato a controllare l’insieme della gestione economica e a poter intervenire anche sulle modalità di azione del capitale privato. Alle libertà concesse a quest’ultimo, però, non corrisponde affatto un’analoga libertà di organizzazione sindacale e politica per i salariati e i settori popolari, i quali negli ultimi anni si sono scontrati con la repressione governativa ogni volta che hanno dato vita a forme di lotta radicali per ottenere miglioramenti nelle proprie condizioni di vita e di lavoro. Pur tuttavia, si può dire che una certa forma di neo-keynesismo asiatico, con significativi interventi del capitale “pubblico” al fine di elevare il livello economico e di consumo di vaste masse popolari e soprattutto dei contadini e dei salariati delle zone a limitata concentrazione urbana, sia stata messa in atto dal Partito-Stato cinese, anche come arma di difesa rispetto all’acutizzarsi della crisi ad Occidente, svincolandosi da un’eccessiva dipendenza dalle esportazioni e dal consumo dei paesi capitalisti a più alto rischio di tracollo economico.

26  Ho seguito negli ultimi tempi, con sconcerto, il dibattito a Cuba sulla reintroduzione di libere attività private nell’artigianato, nella piccola produzione cittadina e agricola, nella ristorazione e gestione del turismo internazionale. La totale dipendenza dall’URSS per decenni, la monocoltura agricola conseguente, i successivi traumi per garantire all’isola un’efficace indipendenza alimentare ed energetica, il cedimento ad un turismo di Stato discriminante, arrogante e indisponente verso i cittadini cubani, sono stati passaggi motivati dalla dirigenza cubana come inevitabili e obbligati a causa del blocco economico USA. Ma se il Partito-Stato cinese si è potuto permettere di concedere significativi spazi non già al piccolo commercio o all’agricoltura di sussistenza ma ad alcune delle più potenti multinazionali del pianeta senza che per questo entrasse in crisi il potere della gestione statale, c’è da domandarsi per quale ragione a Cuba non sia stata permessa per decenni libertà di azione ai piccoli contadini, al piccolo commercio, ad un turismo organizzato dal basso e diffuso su tutta l’isola (invece del monopolio concesso a resort e grandi alberghi che discriminano i cubani), alla ristorazione e alle piccole attività artigianali e cittadine che avrebbero fatto da ammortizzatori sia rispetto all’abbandono sovietico dell’isola, sia allo stesso blocco economico (del resto almeno parzialmente aggirabile come dimostrano altre esperienze mondiali), evitandosi magari lo sconcio umiliante di ritrovarsi, dopo mezzo secolo di “socialismo”, con gli stessi scandalosi tassi di prostituzione dell’epoca di Batista.

27  Pur con il massimo rispetto per l’anarchia politica storica, per la sua teoria e pratica, uso il termine nel significato “volgare” che gli si assegna nel linguaggio comune, intendendo un procedere senza statualità né programmazione o previsionalità a lungo termine, senza governo stabile e regolamentato delle cose.

28  Rosa Luxemburg Foundation  Introduzione alla Conferenza “Dai Beni Comuni al Bene Comune dell’Umanità”, Roma, 27-29 aprile 2011.

29 François Houtart, nato a Bruxelles nel 1925, è un sociologo e teologo belga di fama internazionale. Teorico marxista e sacerdote cattolico, ha dato un importante contributo alla “teologia della liberazione” latinoamericana e alla formazione, all’Università di Lovanio (ove insegnava), di un’intera generazione di sociologi latinoamericani poi divenuti celebri come Paulo Freire, Giulio Girardi, Gustavo Gutierrez ed altri. Partecipa alle iniziative dei Forum sociali e dell’altermondialismo fin dal primo FSM di Porto Alegre nel 2001.

30  Marco Bersani, Acqua in movimento, Edizioni Alegre, 2009, pag.114.

31  Ibidem, pag. 116.

32  Corrado Oddi, Acqua bene comune, Alternative per il socialismo n.21, 2012, pp.63-64.

33  M. Bersani, Come abbiamo vinto il referendum, Edizioni Alegre, 2011, pag.90.

34 In vari casi del genere gli interessi prioritari erano quelli di grandi multinazionali agricole che volevano utilizzare il territorio per produzioni intensive di colture finalizzate allo sfruttamento energetico e non alimentare; oppure interessate a nuove dighe e a forniture elettriche massicce per la produzione industriale in larga scala. Pur tuttavia, valutazioni analoghe hanno riguardato anche settori popolari non legati alla ricerca del profitto o alla produzione inquinante ed estensiva.

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