Sul bambino e l’acqua sporca

L’incipit di Benicomunismo1 è una sorta di simbolica parabola, in cui un ipotetico interlocutore, rimasto in qualche modo legato al socialismo di Stato di stampo staliniano, afferma: «Va bene, critichiamo pure il “socialismo reale” del Novecento. Ma non buttiamo il bambino con l’acqua sporca». E la mia risposta è: «No, non buttiamolo. Però è lui che ha sporcato l’acqua in mezzo mondo: e, ciò malgrado, non si è pulito».

Ho parafrasato la metafora classica – che faceva ricorso alla salvezza del bambino, da non confondere ed eliminare con l’acqua sporca delle pulizie – perché nel corso degli ultimi decenni è stata quella che mi sono sentito più ripetere ogni qualvolta, nei dibattiti, nelle riunioni o nei discorsi privati sulle caratteristiche di un’auspicabile società post-capitalista, insistevo sulla necessità di troncare i fili teorici e politici di collegamento tra questo obiettivo e quanto realizzato dai partiti comunisti e staliniani in Urss, nell’Est europeo ed altrove. Il leit-motiv delle risposte è stato quasi sempre lo stesso: la grande avventura del primo tentativo di instaurare il socialismo nel mondo è effettivamente finita male, molte cose di essa sono criticabili, ma il nucleo essenziale di tale percorso, cioè il bambino del nascente comunismo, manifestatosi comunque in tale pur travagliato cammino, va salvato, recuperato e rivendicato. Di fronte alla obiezione – argomentata dettagliatamente da me in libri, saggi ed articoli fin dalla seconda parte degli anni ’70 – che non ci fossero nuclei sani da salvare in tale storica esperienza e di fronte a mie stringenti domande su quale fosse davvero il patrimonio del “socialismo reale” da salvaguardare e far trasmigrare nei futuri tentativi di trasformazione sociale anti e post-capitalista, mi ha sempre colpito la vaghezza delle risposte: così come l’inconsistenza dei vari tentativi, in particolare in Italia durante il ventennio post-caduta del Muro, di rifondare la teoria e la pratica comunista su basi sostanzialmente novecentesche, a partire da quello operato da Rifondazione Comunista, la più numerosa tra le organizzazioni comuniste sopravvissute al crollo dell’Est, e malgrado essa avesse scelto tale nome proprio come una sorta di impegno programmatico. Vilma Mazza e Beppi Zambon, nel loro contributo a Oltre il capitalismo2, si domandano:

«Con chi vuole fare i conti Bernocchi almanaccando quella infinita teoria di terribili errori ed orrori politici con i quali molti leader del movimento comunista del secolo scorso hanno tradotto e praticato il pensiero marxiano dando vita alle esperienze del socialismo realizzato? Vuole cavarsi qualche sassolino con gli epigoni della generazione del 1968, che hanno segnato l’evoluzione dei movimenti in Italia e in Europa e che ancora insistono e si attardano a non prendere atto della loro acclarata miopia? Più che lecito: ma sembra una lunga autopsia su di un corpo già dichiarato morto da tempo. A meno che non fosse lo stesso autore necessitato a liberarsi dai demoni del marxismo leninismo, declinati in salsa luxemburghista…Pertinenti e giuste le osservazioni di Piero ma oltre il tempo massimo, allor quando le evidenze storiche sono lapalissiane, tanto da rimanervi abbacinati e storditi».

Ora: a) le autopsie si fanno sempre su corpi dichiarati morti, appunto per capire le cause del decesso e in molti casi anche per cercare di scoprire se sia possibile evitarne di analoghi; b) personalmente dai demoni del “socialismo reale” mi sono liberato almeno fin dalla seconda metà degli anni’ 70 indicando, con scritti ed azioni, all’allora sinistra extraparlamentare e anticapitalistica – molto antiUsa ma non altrettanto ostile al “socialismo” sovietico e cinese – la necessità di separare nettamente il proprio percorso politico da ogni collegamento con le esperienze degli Stati staliniani, post-staliniani e maoisti. Ma, a parte questi dettagli, non è vero che i riferimenti al “socialismo reale” non siano ancora vivi e rivendicati tra milioni di comunisti e marxisti, in Italia (ove decine di partiti, partitini e gruppuscoli, che rivendicano il comunismo novecentesco, sono ancora operanti), in Europa (la teoria del non buttiamo il bambino con l’acqua sporca è ancora vitale un po’ in tutti i partiti comunisti sopravvissuti) e ovviamente in tutti i paesi a “socialismo reale” ancora in piedi, a partire dal colosso cinese. Certo, di questa sorta di nostalgia/rivendicazione non ho visto grandi tracce nei dibattiti su Benicomunismo, e neanche tra coloro che, con i loro scritti, hanno contribuito a Oltre il capitalismo. Ma sarebbe errato sottovalutare, o addirittura ignorare, quanto dell’eredità del socialismo di Stato sia rimasto anche nelle aree e nei militanti più sinceramente impegnati in una ricerca sul “nuovo mondo possibile”, nel quadro di quell’ipotizzabile socialismo del XXI secolo che io chiamo benicomunismo. E, a tal proposito, mi è d’obbligo iniziare questo rinnovato dialogo con i suddetti interlocutori/trici, e con i loro contributi pubblicati in Oltre il capitalismo, da Simone Oggionni – militante e dirigente politico interno alla parabola di Rifondazione Comunista ma anche partecipe delle esperienze dei movimenti noglobal e sociali dell’ultimo decennio – proprio perché il suo testo è un dignitoso tentativo di, appunto, non buttare il bambino con l’acqua sporca e di criticare l’”errore” di coloro che, come il sottoscritto, proprio questo sembrano voler fare.

«Nella sua “resa dei conti” con il socialismo reale, il giudizio complessivo su cui Bernocchi si attesta è forse eccessivamente liquidatorio, quasi che non ci si stesse relazionando con il più grande tentativo delle classi subalterne di costruire una società di uomini e donne eguali, capaci di decidere consapevolmente il proprio futuro e di pensarlo finalmente alternativo al modo di produzione capitalistico…E se Bernocchi esorta ad individuare i meriti di quell’esperienza, chiedendo quale sia il bambino che non va gettato con l’acqua sporca, non ho dubbi: dalla vittoria sul nazifascismo allo Stato sociale imposto per concorrenza all’Ovest, dalla liberazione di vastissime masse dalla schiavitù e dalla servitù, alla nuova condizione della donna, a cui vengono consegnati diritti civili e sociali che in larga parte dell’Europa capitalistica arriveranno soltanto dopo la seconda guerra mondiale. Conquiste straordinarie che però – in questo Bernocchi ha completamente ragione – non devono nascondere gli errori compiuti e i limiti emersi»3.

Mi pare che Oggionni enfatizzi esageratamente tali “straordinarie conquiste”, parte delle quali, peraltro, neanche attribuibili, a mio parere, alle caratteristiche “socialiste” dell’Unione Sovietica, quanto piuttosto al patriottismo dei cittadini della Santa Madre Russia. Ad esempio, non credo proprio che, da un obiettivo punto di vista storiografico, si possa ancora mettere in discussione il fatto che Stalin fece di tutto per non entrare in guerra con la Germania e dunque per NON fermare il nazifascismo, con cui pensava invece di poter coabitare: prima con il famigerato Patto Molotov-Von Ribbentrop, poi chiudendo occhi e orecchie di fronte alle prime invasioni dell’esercito tedesco; e acconciandosi poi all’inevitabile solo di fronte alla solare evidenza di una avanzata nazista che non si sarebbe fermata se non a Mosca. E trovo francamente impresentabili anche le tesi di vari storici di fede staliniana accreditanti Stalin di una particolare astuzia politico-strategica: tesi in base alle quali Stalin e il gruppo dirigente sovietico sapevano che l’Urss non era militarmente preparata alla guerra e dunque cercarono in ogni modo di prendere tempo per attrezzarsi al conflitto. Tesi insostenibili visto che: a) tutta la struttura militare, poliziesca e produttiva, dalla Rivoluzione d’Ottobre in poi, era stata permanentemente modellata sull’ipotesi di uno scontro militare con le potenze capitalistiche dell’Occidente; e tale ossessione bellica era servita, ripetutamente, per giustificare stragi di massa – seconde solo a quelle commesse poi dai nazisti contro gli ebrei e altre minoranze durante la guerra – militarizzazione delle campagne e delle fabbriche, onnipresenza poliziesca e “purghe” incessanti nel Partito e nella società verso chiunque nutrisse il più piccolo dubbio sulla politica staliniana; b) l’atto più significativo di intervento sull’apparato militare da parte di Stalin, proprio a ridosso dell’esplosione della guerra, fu la strage dei generali e la decapitazione dei comandi dell’Armata Rossa che gettò nel caos e nella disgregazione le filiere gerarchiche militari: decisione suicida se davvero si voleva “attrezzare” l’Urss all’imminente conflitto, se cioè lo scontro con il nazifascismo fosse stato davvero messo in conto e considerato l’ipotesi più probabile per l’immediato futuro.

Nel contempo, non c’è dubbio che, da un punto di vista nazionalistico, la tragica infamia della condotta pre-bellica del gruppo dirigente sovietico sia stata in qualche modo riscattata dal comportamento eroico – una volta messo di fronte alla catastrofica realtà della possibile sottomissione alla Germania e al nazifascismo – del popolo sovietico (ma sarebbe meglio dire russo), sia quello in armi sia quello civile. Ma non ne attribuirei la gran parte dei meriti al “socialismo”, anzi. Mi verrebbe da dire che tale prodigiosa e sanguinosissima resistenza avvenne malgrado il regime, a dispetto, cioè, delle tremende ferite inferte dallo stalinismo nel ventennio precedente all’intero corpo sociale. E fu motivata soprattutto dal forte legame nazionalistico che storicamente il popolo russo ha avuto con la propria patria – e a cui il regime, durante l’aggressione tedesca, fece continuamente riferimento propagandistico ben più che alle ”conquiste del socialismo”, spalleggiato in questo dai vertici della Chiesa ortodossa – oltre che dal giustificato terrore di passare dalla padella alla brace e cioè da un regime dittatoriale ma pur sempre endogeno ad uno persino più sanguinario e per giunta avente casa-madre in un paese come la Germania, storicamente inviso o comunque tradizionalmente ostile. Peraltro, se i meriti dell’aver sconfitto il nazifascismo e i paesi dell’Asse bastassero a santificare l’intera parabola del “socialismo di Stato” – o almeno a giustificarne il recupero storico, politico e ideale –, bisognerebbe fare qualcosa di analogo nei confronti del capitalismo statunitense e di quello inglese. Se, infatti, sarebbe assurdo ridurre il peso che la resistenza di Stalingrado e il fallimento dell’esercito tedesco nella campagna di Russia ebbero nell’andamento della guerra, mi sembrerebbe altrettanto antistorico cancellare la portata della resistenza inglese ai bombardamenti tedeschi e ancor più il ruolo del massiccio intervento statunitense prima contro il Giappone e i suoi alleati nel Pacifico e poi con gli sbarchi in Europa. Certamente sul comportamento angloamericano nei confronti del nazifascismo si possono fare gli stessi rilievi che ho esposto poche righe fa riguardo al regime staliniano: e cioè che pure i governi e i poteri economici degli Stati Uniti e dell’Inghilterra pensarono in una prima fase di poter controllare il feroce mostro nascente o, più precisamente, di riuscire a dirigerlo contro l’Urss. Sta di fatto, però, che esattamente come Stalin, una volta visti fallire i propri tentativi e le proprie illusioni di domare il “mostro”, anche le grandi potenze capitalistiche occidentali acquisirono meriti nella distruzione del nazifascismo. E questo, però, non ci fa proporre nei loro confronti la metafora del bambino e dell’acqua sporca.

E’ più complesso, invece, il discorso per ciò che riguarda l’altra “straordinaria conquista” che Oggionni – e tanti altri/e con lui, nel passato e nel presente – attribuisce all’esperienza sovietica, quella dello “Stato sociale imposto per concorrenza all’Ovest”. Non c’è dubbio che nella creazione di un sistema nazionale di welfare, di Stato sociale diffuso che, insieme alla statalizzazione dell’industria, dell’agricoltura, del commercio e della finanza, garantisse scuola e sanità gratuite, trasporti e servizi a buon mercato e un lavoro stabile perlomeno a gran parte delle popolazioni cittadine, l’Urss può vantare una primazia temporale. Ed è dunque condivisibile quell’inciso di Oggionni – “imposto per concorrenza all’Ovest” – che fotografa indubbiamente l’andamento storico della diffusione dello Stato sociale e della sua notevole accelerazione ad Ovest. Processo che, però, in Occidente non nacque dal nulla dopo la Rivoluzione d’Ottobre ma che era già partito sulla base dell’impulso delle lotte operaie e della socialdemocrazia, nonché dalle considerazioni delle più lungimiranti borghesie di Stato occidentali che, gestendo il capitale collettivo “pubblico”, avevano già intravisto la necessità di garantire diritti sociali e l’elevamento delle condizioni di vita dei salariati, non certo per bontà ma per assicurare al capitalismo nazionale sia un mercato interno stabile sia la fedeltà, o la non ostilità, dei lavoratori/trici mediante un compromesso storico del genere “in cambio di un sufficiente welfare voi proletari, masse popolari, socialdemocratici e comunisti accettate di restare nel Sistema e di rinunciare a sovvertirlo”.

Certamente la “concorrenza” sovietica ed il timore che le popolazioni salariate volessero fare ad Ovest un percorso analogo a quello della Rivoluzione d’Ottobre accelerarono il processo di diffusione dello Stato sociale: e questo merito storico, che Oggionni e tanti altri salvatori del bambino rivendicano, può essere effettivamente attribuito all’Urss. Ma esso non basta affatto per proporre il recupero, seppur parziale, del “socialismo di Stato”. E non solo per i terrificanti costi sociali dell’esperienza, per la tremenda e permanente repressione, per la rinuncia ad ogni libertà politica, sindacale e civile del popolo, per le stragi di massa; non solo per il “sospetto” che “la liberazione dalla schiavitù della gleba” potesse essere realizzata in Russia anche dai menscevichi, dai socialdemocratici e addirittura persino dai liberali alla Kerenskij, senza dover imporre al popolo la rinuncia alle libertà formali di organizzazione politica e sindacale, di partecipazione ai meccanismi istituzionali, di separazione tra i poteri, di diritto alla libertà individuale e alla parola, all’habeas corpus ecc. Ma anche per la constatazione a posteriori di come, una volta messosi l’Occidente capitalistico sulla strada della “concorrenza”, esso sia arrivato poi ben più avanti nella strutturazione e nella qualità dello Stato sociale in un numero elevato di paesi. Ad Ovest, il fascismo italico fu il primo a percorrere questa strada, non solo creando in tempi relativamente rapidi un’industria e una finanza di Stato sviluppate, ma anche lavorando ad un progetto di Stato sociale non troppo dissimile da quello sovietico, a dimostrazione del fatto che, al di là dei colori formalidei partiti e delle ideologie, quello che si stava espandendo in Europa, e presentandosi come modello universale, era una nuova forma di capitalismo, superiore potenzialmente a quello privato: un capitalismo di Statointegrale nell’Urss, misto e coabitante con quello privato in Italia e poi in altri paesi anche extraeuropei – che, basandosi sul massimo impiego del capitale “pubblico” nazionale, mettesse ordine nell’”anarchia” individualistica del capitale privato e costruisse un vasto mercato nazionale che ponesse i profitti della borghesia di Stato e privata al riparo dalle brutali oscillazioni – come la sconvolgente crisi del 1929 aveva messo drammaticamente in luce – imposte dalla caoticità del capitalismo privato mondiale.

La forza del capitalismo di Stato ad Ovest – o meglio, della sua forma mista, originale mix di intervento statale e privato – la si è poi vista ancor di più successivamente, durante la Seconda guerra mondiale e dopo il 1945, nella ricostruzione post-bellica con i massicci investimenti statali e l’estensione del controllo politico della borghesia di Stato e dei partiti sull’intera società, con l’assorbimento progressivo della conflittualità sociale e della combattività di classe, con la crescita, in gran parte dell’Europa, ma non solo, di un welfare decisamente superiore (si pensi al Nord Europa, ma anche alla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna e persino all’Italia, almeno fino agli anni’80) rispetto a quello dei paesi dell’Est, insieme a condizioni salariali e di relativo benessere di significativi settori popolari: condizioni che hanno contribuito, insieme alle ragioni strutturali, al tracollo del “socialismo reale” sovietico, incapace di rinnovarsi, di uscire dal produttivismo cieco e dalla programmazione astratta e obsoleta, e soprattutto di inglobare e sussumere – come è invece riuscito poi alla Cina – l’innovazione tecnologica, scientifica e produttiva fornita dal capitale privato. Dunque, neanche sul piano del welfare e dello Stato sociale – e malgrado la pesante riduzione in molte nazioni europee di garanzie, reddito e diritti sociali ed economici per vasti strati della popolazione in questi anni di crisi – mi sembra che il recupero della parabola del “socialismo reale”, o di rilevanti parti di essa, sia di una qualche utilità per la delineazione di un orizzonte di nuova società post-capitalista. Tra i meriti storici del socialismo di Stato, fortunatamente Oggionni non elenca il sostegno alle lotte di liberazione dei popoli e a quelle dei salariati e dei settori più deboli e sfruttati del globo contro i propri padroni e dominatori, o contro le dittature politiche e le repressioni statuali. Però questo argomento è stato forse il più usato, fino al crollo del Muro di Berlino e anche negli anni successivi, per esaltare o comunque giustificare la funzione storica positiva dell’Urss come potente contraltare all’imperialismo statunitense. E’ il caso, dunque, che mi esprima anche al proposito, partendo da uno stralcio del testo di Michele Nobile:

«La politica estera sovietica e degli altri “socialismi” ha sempre avuto natura nazionalista e conservatrice, salvaguardando la riproduzione della casta dominante e utilizzando a questo scopo le lotte di liberazione e il sostegno a regimi nazionalisti (persino anticomunisti) per contrattare la coesistenza con il capitalismo e l’accordo con questo o quello Stato imperialista. E gli ‘aiuti’ internazionali sono sempre stati dei frutti avvelenati, come nel caso dei repubblicani in Spagna o del sostegno a Cuba».

Che l’attività della Terza Internazionale e la politica estera dell’Urss siano state la proiezione delle necessità contingenti e delle volontà di potenza dello Stato sovietico e del suo gruppo dirigente mi pare difficilmente contestabile. In nome della difesa del primo Stato “socialista” sono stati sacrificati partiti, dirigenti politici e intere popolazioni. Le scelte strategiche e tattiche imposte ai vari partiti comunisti nel mondo non sono mai dipese dalle reali necessità del proletariato e delle masse popolari dei paesi coinvolti ma sempre e solo dagli interessi concreti dell’Urss, o meglio del Partito-Stato sovietico, fatti coincidere dalla propaganda staliniana e post-staliniana con quelli di tutti gli operai e i salariati del mondo. Altro che “il proletariato non ha nazione”! Dal 1917 fino alla Seconda guerra mondiale e, successivamente, dall’occupazione militare della cintura di Stati limitrofi, con l’imposizione del socialismo di Stato, fino alla repressione più brutale di ogni volontà di indipendenza – con le punte più eclatanti nella Germania Est del 1953, nell’Ungheria del 1956 e nella Cecoslovacchia del 1968 – l’Urss si è imposta ai lavoratori/trici e ai comunisti di mezzo mondo (o almeno a quelli che volevano liberarsi dal capitalismo e dall’imperialismo) come la nazione per cui battersi e sacrificarsi, a costo anche di pagare prezzi pesantissimi a casa propria.

Le fortune e le disgrazie, vita compresa, dei leaders comunisti, ad Ovest e ad Est, per decenni sono dipese dalla più o meno completa subordinazione al Partito-Stato sovietico. E, come ricorda Nobile, gli aiuti internazionali a questo o a quel popolo in lotta sono sempre stati frutti avvelenati, strettamente dipendenti dalla collocazione mondiale momentanea dell’Urss, dalle sue variabili alleanze tattiche, dai suoi compromessi e dalle sue spartizioni di sfere di influenza e di dominio con gli Usa (con gli accordi di Yalta come riferimento massimo). Anche al di là dei casi più eclatanti e ripugnanti come l’intervento nella Guerra civile spagnola, con la repressione dei settori combattenti non allineati con lo stalinismo, o l’uso strumentale di Cuba nella pluridecennale trattativa-conflitto con gli Stati Uniti, la storia degli “aiuti” sovietici è un lungo stillicidio di sostegni dati, sottratti o negati con il massimo cinismo, in base alle mutevoli esigenze dello Stato “socialista”. Nessuna delle rivoluzioni o delle rivolte nazionali, o anche solo delle battaglie per il miglioramento delle condizioni popolari – condotte da partiti “fratelli” o comunque da forze politiche e sociali fiduciose dell’appoggio sovietico – che abbiano nel Novecento ottenuto significativi successi, ha davvero dovuto ringraziare l’Urss e il Pcus per i propri risultati positivi: né la Cina né il Vietnam, né Cuba né l’Algeria. Anzi: molte lotte anticapitalistiche o antimperialiste in vaste zone del pianeta hanno piuttosto pagato duramente il prezzo di apparire una sorta di longa manus dell’Urss, in particolare durante la Guerra Fredda post-bellica. Insomma, il termine socialimperialismo per l’Unione Sovietica non fu coniato a caso: e tuttora mi pare calzante.

Anche la permanente geremiade successiva al crollo del blocco sovietico secondo la quale per milioni di nostalgici gli equilibri del mondo si sarebbero spostati irreversibilmente a favore dell’imperialismo statunitense e non ci sarebbero stati più spazi né per processi di vera liberazione nazionale dalle potenze dominanti né per significative trasformazioni sociali in chiave anticapitalista e antiliberista, sono state smentite clamorosamente, ed in tempi anche molto rapidi. L’America Latina, che durante tutta l’epoca del bipolarismo aveva vissuto i frutti più amari della sottomissione agli Stati Uniti – malgrado le sparate demagogiche superficialmente antiamericane dell’epoca kruscioviana (con la “crisi dei missili” a Cuba come evento culminante), seguite di solito da altrettante clamorose ritirate – e della repressione fascistoide, motivata soprattutto dall’accusa ai movimenti popolari di agire in nome dell’Urss, ha dato vita proprio nel ventennio post-1989 ai processi di trasformazione più interessanti e produttivi: e oggi, malgrado o piuttosto proprio grazie alla sparizione dell’Urss e alla fine delle costrizioni del bipolarismo Usa-Urss, nella gran parte del continente sudamericano si stanno realizzando i più significativi progressi sociali e politici di intere popolazioni che siano mai accaduti nella regione. E non si è realizzata neanche la tanto temuta dominazione militare Usa nel mondo. La guerra permanente scatenata dagli Stati Uniti, nella convinzione sbagliata che la sparizione dell’Urss lasciasse campo libero all’unica superpotenza militare rimasta, sta fallendo malgrado la scia di sangue lasciata in mezzo mondo, dall’Iraq all’Afghanistan, dal Maghreb al Medio Oriente. In nessuna di queste zone gli Stati Uniti e i loro alleati possono dire oggi di aver il controllo reale del territorio e delle sue ricchezze. E chi ha resistito, in armi o pacificamente, ha usufruito del multipolarismo che ha sostituito sulla scena globale il bipolarismo spartitorio tra Stati Uniti e Urss: basti per tutte l’impotenza del “vorrei ma non posso”, ripetutamente manifestata dagli statunitensi rispetto ad ipotesi di nuovi interventi militari diretti, dalla Libia alla Siria, dall’Egitto fino all’Iran.

Ma, tornando alle argomentazioni di Oggionni sui meriti storici del “socialismo reale”, mi pare che, una volta da lui rifiutato l’intero percorso della gestione del potere politico in Urss e negli altri paesi “socialisti” – quella dittatura del Partito-Stato che, come lui stesso afferma, ha provocato «un problema abnorme di democrazia» – , nonché respinte sia la statalizzazione completa dell’economia nelle mani del Partito Unico sia la logica dello Stato-guida a cui subordinare ogni processo di trasformazione post-capitalistica, mi pare che a Oggionni non sia restato che appellarsi alla forza sostanziale e innovativa della proprietà statale dei mezzi di produzione e della pianificazione economica, cercando di distinguere quelli che lui ritiene gli errori della gestione sovietica della potenza pianificatrice, nell’uso del capitale nazionale centralizzato, da tale potenza in generale, che a suo parere non andrebbe dispersa nelle future possibili esperienze di superamento del capitalismo.

«Il modello di pianificazione ricercato ed adottato in tutti i paesi socialisti è stato mutuato dal comunismo di guerra, nel quale il Piano era onnicomprensivo e coinvolgeva in maniera prescrittiva tutti i settori, fino alla più piccola unità amministrativa: un modello centralistico e verticistico in cui dominante era il ruolo della Commissione statale per il Piano che fissava gli obiettivi senza coinvolgere le unità produttiva e fissava i prezzi senza alcun principio di realtà…Questo ordine di problemi faceva il paio con la pressoché nulla dinamicità dei settori più innovativi, causata a sua volta dall’assenza di concorrenza e di competitività».

Quel che va buttato dunque, la vera acqua sporca, sarebbero le specifiche modalità sovietiche di applicazione della proprietà statale e della pianificazione, e non queste ultime di per sé, che invece, a parere di Oggionni, sono membra fondamentali del famoso infante da salvare:

«Non sono lo Stato in sé o la gestione pianificata dell’economia in sé ad essere antidemocratici e lesivi della reale volontà delle classi subalterne , ragion per cui bisognerebbe soppiantare lo Stato con nuove, e tutte da sperimentare, forme di gestione dell’economia e del potere. E’ la modalità concreta della pianificazione statale da parte di quel partito (nds. il Pcus) a non aver funzionato a sufficienza. Ciò non toglie però che la proprietà statale non fosse concepita – e non lo possa essere in futuro – come primo passo nel processo di definizione della proprietà sociale. E allora un conto è sostenere, come mi pare faccia Bernocchi, che la proprietà non può essere statale perché necessariamente essa sarebbe sempre la manifestazione di “un capitalismo di Stato diretto e gestito assolutisticamente dal Partito Unico e da una borghesia di Stato esattamente sovrapponibile alle borghesie del capitale privato”; e un altro conto è affermare che la proprietà non deve necessariamente essere statale e che per il futuro auspichiamo un sistema misto nel quale esistano diversi soggetti proprietari, con i settori strategici nelle mani dello Stato, con i servizi pubblici locali nelle mani dei Comuni o delle Regioni, con una rete estesa di cooperative e con una limitazione delle aziende private allo scopo di non consentirne una dimensione eccessiva e di determinare in maniera prescrittiva le caratteristiche dei suoi prodotti, i diritti dei lavoratori e complessivamente la sua attività».

A differenza di Oggionni, non credo proprio che l’onnipotenza del Partito-Stato e conseguentemente l’onnicomprensività del Piano che coinvolgeva in maniera prescrittiva tutti i settori, fino alla più piccola unità amministrativa, il suo modello centralistico e verticistico che fissava gli obiettivi senza coinvolgere le unità produttive e fissava i prezzi senza alcun principio di realtà, siano stati concepiti dal Partito staliniano «come primo passo nel processo di definizione della proprietà sociale». Magari così era nelle speranze di una parte del gruppo bolscevico nei primissimi anni della Rivoluzione. Ma poi, nei fatti, tutto ciò che nella parabola sovietica ha distrutto (altro che non aver “funzionato a sufficienza”!) l’intera esperienza ed allontanato dall’idea di comunismo – almeno da quello messo in mostra nel Novecento in tanti paesi – centinaia di milioni di persone che pure ne erano state attratte, deriva proprio dalla chiarissima scelta staliniana, se non bolscevica tout court, di tenere ben lontana la classe operaia, i salariati e i settori popolari – e in genere la società potenzialmente autorganizzata senza deleghe al Partito – dalla gestione di ogni livello di potere e di decisionalità politica ed economica.

Questo non mi fa concludere che «la proprietà non può essere statale perché necessariamente sarebbe sempre la manifestazione del capitalismo di Stato». Ma devo prendere atto dell’uso che è stato fatto della statalizzazione totale dell’economia in un numero rilevante di paesi: e non solo in quelli dell’Est europeo e delle altre nazioni a socialismo di Stato, ma anche nelle trasformazioni che l’esperienza sovietica, nonché la conduzione di due guerre mondiali, ha indotto, o accelerato, all’interno del capitalismo privato occidentale. Se, come ho cercato di descrivere in Benicomunismo, l’intervento dello Stato – inteso come capitalista collettivo nazionale e gestore della ricchezza pubblica – lo si può osservare fin dal primo consolidamento del potere capitalistico in Europa, mi pare sia difficile contestare quanto tale ruolo interventista in economia e nella gestione sociale dei paesi più sviluppati si sia straordinariamente incrementato a seguito del processo di conflittualità/concorrenza provocato dall’esperienza sovietica nonché sula spinta della gestione diretta delle economie di guerra novecentesche (tra il 1914 e il 1918 e tra il 1940 e il 1945), dieci anni durante i quali nei principali paesi capitalistici l’economia privata è stata sottoposta a vincoli stringenti ed ineludibili dal capitale di Stato e dai suoi funzionari.

A che punto sia arrivato questo processo – l’integrazione tra capitalismo di Stato e privato/familiare/individuale, con un ruolo trainante del primo – nei paesi più potenti ma anche in tanti di quelli emergenti, dovrebbe essere ben visibile. Le nazioni che meglio hanno attraversato questi anni di crisi – peraltro focalizzata nel mondo occidentale, tra Europa e Stati Uniti in particolare – sono stati proprio quelli ove il capitalismo di Stato ha un ruolo preponderante o comunque di rilievo, gestendo il recupero dell’autonomia e della ricchezza collettiva della nazione. L’incredibile sviluppo economico cinese e la concreta possibilità che la Cina diventi entro poco tempo la potenza economica principale del pianeta (e non pochi sostengono che lo sia già) sono il risultato del più efficiente capitalismo di Stato mai apparso sulla terra, e della sua capacità di inserire nella struttura produttiva della gigantesca nazione una larga parte delle multinazionali private alle quali, però, non sono state tolte le briglie del controllo statale. Così come proprio dall’estensione dell’interventismo economico dello Stato, in India come in Brasile, in Sud Africa o Corea del Sud, a Taiwan o in Indonesia e in altri paesi asiatici o latinoamericani, è derivata la crescita economica e della ricchezza nazionale, seppure con perduranti sperequazioni sociali. Però, il permanere anche in questi paesi del dominio della merce, del profitto e di vistose differenze di classe marca la differenza tra una società gestita, tramite il capitalismo statale, da una borghesia di Stato proprietaria di fatto di gran parte della ricchezza nazionale e dell’apparato produttivo, finanziario e distributivo; e un possibile e auspicabile futuro di un adeguato numero di paesi ove la socializzazione della proprietà dei settori strategici industriali, agricoli e finanziari non si limiti alla loro statalizzazione e alla consegna di essi nelle mani di un ceto/classe che ne faccia un uso discrezionale secondo i propri interessi, ignorando le esigenze di una vera giustizia sociale, politica ed economica per la grande maggioranza della popolazione.

Tornerò in un altro scritto su questo tema cruciale – il problema dei problemi, l’ho definito – e cioè su come la proprietà statale possa non diventare l’arma di un capitalismo di Stato non meno spietato e classista di quello tradizionale privato, ma produca una reale socializzazione della gestione economica e politica, che permetta la fuoriuscita piena dai meccanismi classisti, sfruttatori e distruttivi che si basano sulla centralità del profitto e della mercificazione globale. Qui mi limito ad aggiungere che un segno, eclatante come non mai, della potenza dell’intervento statale – del capitale di Stato nazionale, per essere più precisi – ci è poi venuto, in forme e dati quantitativi inusitati, dal clamoroso interventismo statale dei paesi più potenti nel corso della crisi economica esplosa nel 2008. In sei anni gli Stati Uniti e le principali potenze europee hanno estratto dalle casse statali una cifra colossale e senza precedenti, intorno ai 15 mila miliardi di dollari, per tappare i buchi catastrofici del sistema bancario, finanziario, assicurativo e industriale, trasformando il colossale debito privato in debito pubblico, nella logica predatoria del privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Senza un tale gigantesco – e rapido come non mai – intervento “pubblico”, l’intero sistema capitalistico dell’Ovest sarebbe tracollato, trascinando forse con sé anche le sorti delle economie non direttamente coinvolte dalla crisi finanziaria ed economica occidentale.

L’indulgenza verso il “socialismo” staliniano e il comunismo novecentesco

Giorgio Cremaschi nel suo scritto afferma:

«Qualche anno fa mi sarei trovato più d’accordo con “Benicomunismo”. Con Piero ho molto in comune: la rottura con lo stalinismo, la convinzione che sono state le degenerazioni autoritarie e burocratiche che hanno distrutto il socialismo, il rifiuto dell’autoritarismo…Ma se il fine non giustifica i mezzi, il fine resta necessario… Ho vissuto la nascita dei movimenti a cavallo tra la metà degli anni ’90 e quella dei Duemila con passione e la speranza di vedere aperta una nuova via che recuperasse il meglio delle lotte per il cambiamento sociale… Si poteva credere che quella che il New York Times chiamò la seconda superpotenza mondiale, il movimento no global e pacifista, segnasse la via del cambiamento. Ma non è andata così. Nell’Occidente e in Europa in particolare, quei movimenti hanno subito una dura sconfitta. Dopo anni di critica di massa al liberismo, in tutta Europa ha preso il potere la versione più radicale e brutale di esso…Quindi la questione del potere non può essere ignorata. Ed è per questo che oggi vedo in una luce diversa la impietosa e radicale analisi che Piero fa del percorso Marx, Lenin, Stalin…I beni comuni vanno all’asta per pagare il debito, il lavoro diventa una merce usa e getta. Il benicomunismo passa attraverso la rottura con tutto ciò: ma per questo bisogna essere indulgenti con chi nel passato ha tentato analoghe rotture. Non assolutori ma indulgenti sì, almeno fino a quando non avremo prodotto la nostra rottura, capace di non riproporre percorsi e conclusioni di quelle del passato».

Davvero, l’indulgenza, seppur non assolutoria, è l’atteggiamento politico, morale e culturale più giusto di fronte alla parabola del “socialismo reale” e della versione di comunismo dominante nel Novecento ad Ovest come ad Est? E ciò a causa delle nostre sconfitte, della attuale debolezza, come forze e movimenti europei ed italiani antiliberisti, della nostra impotenza nell’imporre un drastico cambio di gestione del potere nelle società occidentali e in quella italiana in particolare ? Michele Nobile, nel suo testo, scrive esattamente il contrario.

«Ritengo che le radici dello stalinismo e del nazismo affondassero in processi storici molto diversi, che gli orrori dello stalinismo furono figli degeneri di una rivoluzione sociale e non di una società capitalistica, come invece il fascismo e il nazismo. Ma la vera linea di demarcazione è di natura etico-politica. Occorre riconoscere lo stalinismo e le sue varianti (tra cui il maoismo) per quello che sono: dei nemici della liberazione dell’umanità dallo sfruttamento e dall’oppressione, forse diversi dal capitalismo ma pari ad esso nelle sue peggiori espressioni politiche. A poco serve denunciare le nefandezze dell’imperialismo e del capitalismo se non si è capaci di dire la semplice verità sul quel che furono (e sono) i socialismi reali. Il negazionismo e la sottovalutazione degli orrori sovietici e della Cina maoista (e di altri “socialismi”) sono intollerabili ed è del tutto inaccettabile l’argomento, giustamente criticato da Bernocchi, per cui non si può gettare il bambino con l’acqua sporca. No, il “bambino” va gettato perché ha prodotto una montagna di escrementi che hanno sporcato, forse irrimediabilmente, lo stesso termine comunismo».

Di mio aggiungerei questo. Non credo proprio che la attuale debolezza di fronte al liberismo, in Europa e in Italia, ci debba imporre indulgenza verso la parabola del “socialismo reale” e dello stalinismo novecentesco: e non solo verso quella dell’Est, ma anche per l’Ovest. Seppure il “decennio rosso” – dal 1968 al 1977 – abbia lasciato meno di quanto avremmo sperato e creduto, ed anche se successivamente l’anticapitalismo italiano, e quello occidentale in genere, è riuscito a produrre quasi esclusivamente conflitti di resistenza e mai una reale messa in discussione del Potere, resta pur sempre il fatto che sia i tentativi sessantotteschi di trasformazione globale dell’esistente, sia le resistenze successive, sono state – e a maggior ragione sono ora – estranee, e quasi sempre contrapposte, al “comunismo” dominante di matrice staliniana. In generale, penso che in Europa non si sia mai offerta ai settori popolari un’occasione oggettiva di possibile rivoluzione, o di trasformazione sociale radicale, analoga a quella che si presentò nel 1917 ai bolscevichi; e forse non ci sono state neanche condizioni di estrema miseria e ingiustizia sociale nella misura di quelle che, ad esempio in America latina nell’ultimo decennio, hanno potuto aprire le porte alla vittoria di governi progressisti, consentendo di avviare, sotto la pressione di poderosi movimenti sociali, processi di relativa giustizia sociale ed economica. Ma quand’anche queste mie valutazioni fossero errate, o auto-assolutorie, mi pare che le eventuali responsabilità per la debolezza attuale sarebbero comunque infinitamente minori rispetto agli irreparabili colpi inferti dallo stalinismo e dal “socialismo reale” all’idea di un possibile superamento del capitalismo. E non mi riferisco solo all’Est e ai paesi sottoposti alla dittatura del Partito-Stato: l’accusa riguarda anche il vergognoso percorso ad Ovest della quasi totalità dei partiti comunisti della Terza Internazionale nell’ultimo mezzo secolo, e dei sindacati monopolisti a loro legati, passati dalla predicazione della “terra promessa” e dall’anticapitalismo programmatico alla totale accettazione delliberismo, con il pieno coinvolgimento dell’intero apparato istituzionale, politico e sindacale di provenienza comunista nella gestione quotidiana del dominio capitalista.

«Quel che accomuna la storia dei partiti socialdemocratici e comunisti di matrice staliniana è l’integrazione nei sistemi partitici e statali…La burocrazia partitica e sindacale di sinistra presenta una doppiezza tra il fine ideologico del socialismo, da realizzare in un futuro indeterminato, e il ruolo di mediazione tra le classi antagoniste, il cui orizzonte è la riforma del capitalismo e una qualche “democrazia progressiva” con l’accesso di detta burocrazia ai governi nazionali e locali dello Stato capitalistico. E’ questa doppiezza che fonda la credibilità della burocrazia di fronte ai lavoratori…Se si tiene conto di questo, si può meglio valutare la mutazione dei partiti di sinistra nelle ultime due decadi del secolo scorso: l’assunzione integrale del capitalismo come orizzonte, la rinuncia alla sua riforma e alla difesa anche degli interessi minimi dei salariati, la completa statalizzazione e il deciso prevalere delle funzioni di governo rispetto a quelle della rappresentanza, sia pur limitata, di interessi sociali popolari, con i corollari della impossibilità di esistere senza il finanziamento pubblico e della diffusione della corruzione».

Queste valutazioni di Michele Nobile sono in sintonia con la lettura che in Benicomunismo ho dato della mutazione genetica subita dalla quasi totalità dei partiti comunisti (e socialisti) novecenteschi negli ultimi decenni: mutazione che li ha portati al distacco completo dalla difesa dei salariati, dei settori popolari e più deboli e indifesi della società, per identificarsi completamente con gli interessi del capitalismo di Stato e privato, assumendone in molti paesi la piena direzione politica e, in collegamento con i sindacati monopolisti, subordinando al capitale nazionale tutto il lavoro dipendente. A mio parere, i danni di tale trasmigrazione da un campo all’altro dei conflitti di classe da parte di forze così rilevanti e influenti tra salariati e masse popolari non sono stati di molto inferiori a quelli provocati dal socialismo di Stato e dal suo crollo fragoroso e improvviso. In entrambi i casi l’effetto globale è stato quello di allontanare per sempre centinaia di milioni di lavoratori/trici e di cittadini di sinistra che, consapevoli degli effetti distruttivi del capitalismo o almeno della sua versione liberista, si erano battuti – fino al crollo dell’Est “socialista” e al drastico cambio di casacca della gran maggioranza della sinistra europea ed italica – per una trasformazione radicale delle società fondate sul profitto, sullo sfruttamento di persone e natura, sulla mercificazione globale dell’esistente, sulla guerra permanente.

Però, come Nobile sottolinea e come ho cercato di dimostrare con una ampia argomentazione in Benicomunismo, la sussunzione ad Ovest della burocrazia di sinistra nei quadri della borghesia di Stato – che gestisce il capitale nazionale “pubblico” ed interviene con dovizia di poteri nel sostegno a quello privato – non è stata solo la diretta conseguenza del crollo del “socialismo reale” in Europa. Se non ci facciamo fuorviare dalle forme e dai ben diversi contesti e guardiamo in profondità, possiamo notare quanto nel Novecento le caratteristiche delle neo-borghesie di Stato ad Est e ad Ovest siano apparse simili e come in realtà i due processi di formazione/sussunzione siano avanzati in parallelo. In altri termini, il cambio di campo completo ed irreversibile della grande maggioranza della sinistra politica di estrazione comunista o socialista non è stato provocato solamente da una sorta di resa incondizionata di fronte al tracollo fragoroso della edificazione sovietica. Esso è piuttosto il punto di arrivo di un lungo percorso di integrazione nel sistema capitalistico che nel dopoguerra, per decenni, aveva fatto conservare quella «doppiezza tra il fine ideologico del socialismo e il ruolo di mediazione tra le classi antagoniste» evocata da Michele.

Tale doppiezza, che fondava «la credibilità della burocrazia di fronte ai lavoratori», prevedeva appunto una mediazione tra classi, ma anche un seppur velleitario, e però permanentemente sbandierato tra le masse lavoratrici, tentativo di «riforma del capitalismo». Tentativo che ha potuto avere credibilità – malgrado vari gruppi politici, minoritari a sinistra e i movimenti sessantottini abbiano tentato di svelarne la vacuità e la subordinazione all’avversario – fin tanto che la ricostruzione post-bellica, prima, e poi l’espansione di un welfare di massa, necessario per creare degli ampi mercati per le merci nazionali e per assicurarsi collaborazione da parte di vasti settori popolari, sono stati gli impegni garantiti da un capitalismo diffusamente keynesiano. Ma il processo ha avuto una rapida involuzione quando, crollato il socialismo di Stato e entrate sulla scena nuove potenze economiche, il conflitto intercapitalistico mondiale si è accelerato, provocando ad Ovest prima una strisciante crisi da sovrapproduzione, e poi, insieme all’espansione abnorme dell’apparato finanziario e del debito privato e pubblico, un crescente taglio del welfare e la sconfessione del patto sociale che aveva incrementato i diritti e i redditi del lavoro dipendente e di tanta parte della popolazione. Sommato alla perdita dei riferimenti politici ed economici dell’ex-“impero” sovietico, questa profonda modifica strutturale ha accelerato lo spostamento in massa di gran parte della sinistra europea ed italiana nel campo del sistema capitalistico tout court e l’assunzione diretta di responsabilità, da parte degli ex-partiti comunisti e socialisti, nella gestione (o co-gestione) del capitale “pubblico” nazionale. Ma in realtà il processo di cooptazione delle sinistre in una originale ed onnivora borghesia di Stato era iniziato parecchi anni prima, in Italia almeno dagli anni’70 Novecento, all’interno delle strategie di assorbimento e depotenziamento dei movimenti del ’68 e del “decennio rosso”.

«Una delle risposte più profonde che il potere politico italiano ha dato alla rivolta del ’68 e del “decennio rosso” è consistita, proprio mentre sembrava che quel movimento avesse messo in crisi la politica politicante, nell’ampliamento vistoso delle funzioni della gestione politica e della sua infiltrazione in tutti i pori della società, estendendo il controllo sociale diffuso mediante il coinvolgimento di centinaia di migliaia di persone in più rispetto agli anni pre-’68. A partire dagli anni ’70 nuovi e articolati strumenti di integrazione, cooptazione e controllo sono stati creati a livello nazionale ma soprattutto a livello locale, nelle Regioni, nelle Province, nei Comuni e nelle Circoscrizioni. Vasti strati sociali politicizzati, più o meno coinvolti nei movimenti e nelle lotte di quegli anni, sono stati assorbiti e promossi con gradazioni diverse a funzionari del capitale di Stato, ai poteri e ai privilegi di una sempre più ampia borghesia di Stato, che così ha allargato il proprio controllo su settori della società e della ricchezza nazionale. Canali privilegiati di questa complessa operazione di politicizzazione del sociale, estendente le sue reti di controllo anche sull’antagonismo sociale diffuso, sono stati soprattutto partiti e sindacati di derivazione comunista e socialista, abilitati alla gestione del capitale “pubblico” dal livello locale e territoriale, dove pure avevano avuto un simile ruolo fin dagli anni ’50 (in maniera addirittura egemone nelle regioni “rosse”), fino a quello nazionale e di governo complessivo»4.

Nei confronti di questo assorbimento nella gestione del sistema, l’indulgenza, da parte della sinistra operaia e popolare italiana, è stata per lungo tempo notevole. Folgorati forse dall’indubbio ruolo di alfabetizzazione politica, sindacale e culturale – svolto dal Pci, dalla Cgil e dalle varie organizzazioni della galassia comunista e socialista dal dopoguerra fino agli anni ’60 del secolo scorso – milioni di persone sono state largamente indulgenti verso la progressiva integrazione di tale galassia nel sistema dominante, al punto da considerarsi ancora comunisti malgrado l’adesione acritica a tutte le involuzioni del Pci in Pds, e poi Ds fino al PD democristianizzato, quando oramai persino le più lievi tracce del passato comunista erano state cancellate. Ed è altrettanto singolare l’oblio di alcuni capisaldi del pensiero di Marx – come l’analisi strutturale di classi, ceti, forze politiche ed economiche – da parte di tanti comunisti di fronte alla mutazione dei ceti politici e sindacali di sinistra.

«A suo tempo fu poco sottolineata la “distrazione” di tanta intellettualità, esperta nel sottoporre ad analisi strutturale classi e ceti sociali ma rivelatasi assai riluttante ad applicare tali griglie di lettura nei riguardi delle forze politiche e sindacali di sinistra. Ci si limitò quasi sempre a registrare cosa tali forze pensassero, scrivessero e dicessero del mondo e di se stesse, valutandone le linee politiche e strategiche, magari anche criticandole, ma quasi mai sviscerando l’intreccio di interessi materiali concreti e la collocazione sociale ed economica effettiva del personale dei partiti e dei sindacati di sinistra. Cosicché la critica non divenne pressoché mai strutturale, di funzioni sociali, di ruoli di gestione del potere nella società, restando sempre nei limiti di una tirata di orecchi a “compagni che sbagliano”…Non sono state le linee politiche revisioniste o moderate a mutare la natura sociale del Pci (e poi, a seguire, del Pds, Ds e Pd), del Psi e della Cgil, bensì è accaduto il contrario: è stato il mutare della collocazione di classe – accelerato prima dalla sconfitta epocale della classe operaia e dei settori popolari ad Occidente e dal loro drastico ridimensionamento sociale alla fine degli anni ‘70; e poi dal crollo dell’Urss – delle decine di migliaia di amministratori, politici e sindacalisti di mestiere, la loro cooptazione nella borghesia di Stato, nel funzionariato del capitale nazionale (conduzione di aziende pubbliche, di banche e strutture finanziarie ed assicurative, direzione di Rai e Tv pubbliche e private, giornali, case editrici, consigli di amministrazione, ospedali, municipalizzate, miriade di enti pubblici ecc..) che ha prodotto i cambiamenti a 180 gradi di linea politica, di riferimenti ideologici e culturali, l’abbandono prima di ogni prospettiva anticapitalistica e poi anche di qualsiasi ruolo di opposizione all’esistente, fino alla accettazione piena del liberismo» 5.

Si potrebbe dire che la possibilità di tale mutazione genetica fosse già contenuta in nuce nell’interpretazione leniniana (di estrazione kautskiana) della coscienza politica, e in particolare di quella rivoluzionaria ed anticapitalistica, considerata non come un prodotto diretto del conflitto economico-sociale, ma come un qualcosa che giunge al proletariato e alle masse popolari dall’esterno; o, più precisamente, che arriva ad essi dalla intellettualità borghese (o “piccolo-borghese”) che, sola, sarebbe depositaria della scienza della rivoluzione. O andando ancor più indietro, prima che Kautsky e Lenin formulassero organicamente tale teoria sostituzionista e allergica all’autorganizzazione popolare, già Bakunin riscontrava, e denunciava, in Marx una alterigia intellettuale e una volontà di dominio che, seppur in nome del Proletariato teorico, trattavano da minus habens i proletari concreti: e, di conseguenza, il massimo teorico dell’anarchismo accusava i marxisti di voler sottomettere gli operai e le masse popolari al dominio prima del Partito degli scienziati comunisti e poi di uno Stato dittatoriale da essi guidato. Se guardiamo alle motivazioni di classe della costruzione teorica comunista, in Lenin come nella Seconda Internazionale, in Kautsky come in Stalin – e a mio avviso, d’accordo su questo con Bakunin, anche nel Marx politico –, possiamo vedere agire, al riparo di una nobile teoria, dei ceti di scarso peso e potere (collocati nella terminologia marxista in quell’inestricabile groviglio sociale denominato piccola borghesia) che cercano di utilizzare la classe operaia di fabbrica, ritenuta in grande ascesa sociale e dotata di una potenza decisiva per il funzionamento del capitalismo ottocentesco. Ne deriva un modello politico fondato su un “partito della classe operaia” che è in realtà un partito diretto dall’intellettualità “piccolo-borghese”, dal funzionariato urbano e da uomini delle professioni cittadine (con la cooptazione di qualche rappresentante dell’avanguardia operaia), avente l’obiettivo di gestire e utilizzare la forza di masse operaie, tenute però, tranne poche eccezioni, in ruoli subordinati e di manovalanza.

Ad Est, grazie ai bolscevichi, un tale strumento ha portato all’abbattimento del sistema capitalistico privato e alla sua sostituzione con un Partito-Stato che, lungi dal costruire un potere politico ed economico esercitato dai proletari in carne ed ossa, ha affidato il dominio assoluto sui mezzi di produzione e su tutta la società alla classe, casta o burocrazia (ognuno scelga il termine che ritiene più adatto) depositaria della teoria comunista. Mentre ad Ovest la stessa elaborazione teorica e gli stessi strumenti pratici, seppur modulati in altro modo, sono stati usati non già per accrescere il potere della classe operaia e del proletariato urbano ed agricolo ma per fare le fortune di classi e ceti “intermedi”, non dotati di rilevanti proprietà né di potere effettivo. Questi ultimi, grazie all’egemonia intellettuale e politica su operai e salariati e su vasti settori di piccolo ceto “medio”, hanno potuto raggiungere consistenti ruoli di potere e di gestione di un capitalismo che, anche grazie all’uso delle loro teorie, estendeva le funzioni del capitale di Stato e le sue capacità di indirizzo, guida e sostegno nei confronti della caoticità e della vita alla giornata del capitalismo privato. A mio parere, dunque, i comunisti di estrazione staliniana non sono solo quelli che hanno deturpato l’idealità e le prospettive dell’anticapitalismo tramite la pratica dello statalismo totalizzante e brutale e della dittatura del Partito-Stato; ma anche coloro che hanno arricchito il capitalismo di capacità di previsione, controllo e dominio della società grazie all’espansione del ruolo politico ed economico dello Stato stesso e dei partiti di massa, come mediatori sociali e onnipresenti capitalisti collettivi: ricavandone in cambio l’inserimento nella gestione diretta di tali poteri, con gli ovvi vantaggi di ascesa sociale, arricchimento privato ed estensione/mutazione del proprio ceto in borghesia di Stato, classe che comprende ovviamente anche tanti individui provenienti da altre storie politiche ed ideologiche. E’ il caso di essere indulgenti con questa lunga e tremenda storia, con questo colossale e pur geniale imbroglio teorico, politico ed intellettuale, ad Est e ad Ovest? Ha davvero senso cercare di mantenere un filo ereditario con questo genere di “comunismo”, ultra-maggioritario sia nella costruzione del capitalismo di Stato ad Est sia nell’inserimento attivo nella gestione del capitalismo misto (mix di capitalismo di Stato e privato) ad Ovest? E rivendicare legami con coloro che si sono sempre fatti scudo con una classe operaia e un proletariato mai assurti a ruoli autonomi e a forme di reale autorganizzazione proprio a causa dell’emarginazione politica imposta loro dai funzionari del capitale di Stato?

«Finalità della burocrazia – scrive ancora Nobile – è la salvaguardia e l’espansione del potere dell’apparato, la conquista di una posizione nelle istituzioni e di uno stabile status sociale; e per questo essa deve sostituire la propria rappresentanza alla radicalizzazione politica e all’autorganizzazione dei movimenti sociali».

Vero. Ma questa «sostituzione della propria rappresentanza all’autorganizzazione dei movimenti sociali» non è avvenuta mediante una sorta di pacifica concorrenza con le forze coerentemente anticapitalistiche. Si è invece realizzata attraverso una prolungata e intensa aggressione a tutti coloro che nel Novecento, ma anche in questa prima parte del Ventesimo secolo, hanno provato a percorrere, bene o male, la via della organizzazione diretta dei lavoratori/trici, dei settori popolari e dei movimenti sociali. In Italia, la scontro tra la borghesia rossa e le forze anticapitaliste conseguenti, che hanno tentato negli ultimi decenni di applicare la democrazia diretta a livello popolare, non ha certo avuto le caratteristiche sanguinose e terrificanti della repressione in Urss e nei paesi del “socialismo reale”. Ma non va sottovalutata la funzione di permanente soffocamento di ogni alternativa proposta dai movimenti conflittuali, sociali e sindacali, ad opera della sinistra istituzionale. Seppure non vanno minimizzati i tanti errori commessi nei movimenti e nelle organizzazioni anticapitalistiche – dal 1968 al 1977 fino al movimento altermondialista di questo secolo – sarebbe altrettanto sbagliato non vedere come le forze della possibile alternativa al Sistema, a partire dalla prima grande rottura con la sinistra istituzionale post-staliniana e post-togliattiana nel 1968, siano state circondate e soffocate in maniera minuziosa e ossessiva, attraverso una sottrazione permanente di ogni spazio possibile sia nella politica istituzionale sia sul terreno sindacale e della libertà di organizzazione e di contrattazione nei posti di lavoro. Decine e decine di leggi e regole repressive e iugulatorie sono state ideate e imposte direttamente dalla sinistra di Stato via via che si manifestavano fenomeni di opposizione e di conflitto che Pci, Cgil ed epigoni successivi (Psd, Ds, PD) non riuscivano a controllare. Questo non assolve gli errori nostri, come esponenti dei movimenti politici dal 1968 in poi e come forze politiche, sindacali e sociali anticapitaliste degli anni successivi e fino ad oggi. Né giustifica la frammentazione, le competizioni gruppettare, l’incapacità di costruire negli anni consistenti e paritarie alleanze sociali e coalizioni politiche tra le forze di trasformazione. E’ pur vero però che quando ti ficcano a forza in un ghetto – e in questi ultimi decenni il sistema politico, istituzionale e mediatico ogni giorno ci ha costruito intorno muri sempre più alti per non farcene uscire – non è poi così sorprendente che, anno dopo anno, si sviluppi anche nelle teste più sinceramente antagoniste all’esistente, una mentalità da ghetto: con le disastrose ma pressoché inevitabili conseguenze di auto-marginalizzazione e di rafforzamento della esclusione coatta.

Altri conti con Marx ed Engels

E’ quella riguardante i conti con Marx (ed Engels) la parte di Benicomunismo che, nelle presentazioni del libro e nelle discussioni pubbliche, ha sollevato più dubbi e obiezioni. Oltre a qualche critica verso la “spietatezza”che avrei usato nella riflessione sull’influenza del Marx politico nelle azioni statuali, politiche, economiche e sociali dei comunisti successivi, alcuni, pur immuni da nostalgie verso il “socialismo reale”, hanno domandato se fosse necessario, a riguardo di esso, tirare in ballo Marx, morto 34 anni prima della Rivoluzione d’Ottobre, mentre altri hanno contestato nel merito le mie valutazioni sul ruolo politico di Marx e di Engels. A mio parere, un aspetto decisamente positivo di tale dibattito è che nessuno/a ha gridato al tradimento o ha riesumato argomenti vetusti di lesa maestà o di abbandono della retta via anticapitalistica; e in successione, il fatto che, una volta sollecitati gli interlocutori/trici ad approfondire l’argomento, è risultato evidente che la critica al Marx politico, al Marx della dittatura del proletariato, della classe operaia salvifica e della progressiva estinzione della lotta di classe con l’abolizione della proprietà privata, è risultata più matura, più convinta e più diffusa di quanto io stesso avessi previsto: e in particolare tra chi pur si considera marxista per ciò che invece riguarda quell’analisi strutturale e critica dei fondamenti del capitalismo e delle società classiste che, anche a mio avviso, costituisce la vera grande eredità di Marx ed Engels. Cosicché, tale positivo atteggiamento generale mi consente qui di dialogare senza asprezze polemiche con i passi critici nei confronti del secondo capitolo di Benicomunismo (“Alcuni conti con Marx”).

«Convincono poco – scrive ad esempio Alfonso Gianni – le pagine dedicate alla critica di Marx, per diverse ragioni. La prima è che Marx va giudicato a partire dalle sue massime opere, “Il Capitale” sopra tutte. Senza contrapposizioni infondate tra un giovane e un vecchio Marx. La seconda è che non bisogna attribuire a Marx cose che altri hanno pensato in suo nome…In particolare non trovo affatto in Marx quell’idea di Proletariato Unico e di Dittatura Proletaria che Bernocchi gli attribuisce».

In realtà, più che giudicare Marx, il mio intento è stato, ed è, valutare cosa della teoria marxiana più abbia permeato, influenzato e indirizzato il movimento operaio e comunista del suo secolo e di quello successivo, determinandone gli orientamenti verso l’edificazione del “socialismo reale” ad Est e verso la gestione del capitale di Stato ad Ovest; e in particolare, cosa di tutto ciò si sia rivelato dannoso, negativo e dunque da abbandonare risolutamente nei tentativi di trasformazione sociale verso il benicomunismo o socialismo del XXI secolo o come si voglia chiamare un’auspicata società postcapitalistica. Guardando le cose da questa angolazione, non si tratta di decidere in base a quali opere “giudicare Marx”, scegliendo su tutte magari quella più rilevante e impegnativa (Il Capitale, appunto), e men che meno di contrapporre opere giovanili e scritti della “maturità” o della vecchiaia, ma di valutare soprattutto il pensiero politico di Marx e di Engels: il ché mi ha imposto di passare al vaglio le loro opere che più hanno contribuito a diffondere e a far affermare tale pensiero. Tornerò più avanti sulla attualità del Capitale (ma anche sulle lacune inevitabili rispetto agli sviluppi del capitalismo di Stato e misto, e dunque anche sulle sue inattualità): ma credo ci possano essere ben pochi dubbi sul fatto che esso abbia influenzato e orientato il movimento operaio e i comunisti dell’Ottocento e del Novecento assai meno degli scritti politici di Marx e di Engels e della loro conseguente attività nella Prima Internazionale e nel processo di fondazione della socialdemocrazia europea, della Seconda Internazionale e del movimento comunista. E se analizziamo quei testi e quelle opere – come ho cercato di fare – mi pare indiscutibile che Marx ed Engels siano stati gli ideatori e i principali (e autorevoli, grazie all’acutissima analisi e critica del capitalismo, quella sì contenuta in prevalenza nelle opere “economiche” maggiori) diffusori delle teorie idealistiche e dannose della dittatura del proletariato, del Proletariato Unico, della statalizzazione totale, della fine della lotta di classe come conseguenza dell’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. E che l’orientamento politico di Marx e della componente comunista della Prima Internazionale fosse chiaro – indipendentemente dal Capitale e dalla critica geniale del capitalismo – lo segnalò con largo anticipo Bakunin e l’anarchismo dell’epoca che, è bene ricordarlo, proprio su questo punto si separarono dai marxisti nella Prima Internazionale, denunciando la pessima teoria (dunque non imputabile solo a “deviazioni” successive di Kautsky e Lenin) del Partito degli scienziati comunisti, depositario della ideologia, della strategia e della guida politica del proletariato, una volta preso il potere statuale e avviata l’abolizione della proprietà privata.

«Con governo popolare essi intendono il governo del popolo da parte di un piccolo numero di rappresentanti eletti. L’universale diritto di elezione dei sedicenti rappresentanti del popolo e dei governanti dello Stato è una bugia che nasconde il dispotismo di una minoranza dirigente tanto più pericolosa in quanto si presenta come la cosiddetta volontà del popolo. Da qualsiasi parte si esamini la questione si arriva sempre allo stesso spiacevole risultato: al governo di una minoranza privilegiata sull’immensa maggioranza delle masse popolari. Ma questa minoranza, ci dicono i marxiani, sarà formata di lavoratori. Sì, di ex-lavoratori, i quali non appena divenuti governanti guarderanno il mondo del lavoro manuale dall’alto dello Stato, non rappresenteranno più il popolo ma se stessi e le proprie pretese di governare il popolo…Ma questi eletti saranno socialisti ardenti e per di più scientifici. Queste parole, “socialisti scientifici”, che si incontrano costantemente nelle opere e nei discorsi dei marxiani provano che il cosiddetto Stato popolare non sarà altro che il governo dispotico sulla massa del popolo da parte di un’aristocrazia nuova e molto ristretta di veri o pseudo-scienziati. Il popolo, dato che non è istruito, sarà completamente esonerato dalle preoccupazioni di governo e sarà incluso in blocco nella mandria dei governati. Che bella liberazione!» 6 .

Questa critica, puntuale e spietata, fatta da Bakunin durante la battaglia politica nella Prima Internazionale, è una delle più rilevanti prove che, al di là di quanto detto qua e là nei testi teorici principali di Marx ed Engels sul ruolo del Partito e degli intellettuali borghesi o “piccolo-borghesi” e sulle caratteristiche del futuro e possibile Stato proletario, l’orientamento di Marx e dei primi comunisti in materia – nella propaganda politica internazionale, che è poi ciò che conta per quel che stiamo discutendo – non era affatto dissimile dalle successive tematiche leninian-kautskyane relative alla coscienza rivoluzionaria che giunge al proletariato dall’esterno, come prodotto dell’intellettualità borghese o “piccolo-borghese”. E sulla base di tale produzione politica marxiana per Bakunin non fu difficile pronosticare, con precisione chirurgica, come sarebbe andata a finire la “dittatura proletaria” nel caso di conquista del potere da parte dei comunisti “scientifici”.

«I marxisti, coscienti che un governo di scienziati7, il più opprimente, il più offensivo e il più spregevole del mondo, sarà una vera dittatura, si consolano con l’idea che sarà di breve durata. Dicono che il suo unico intento sarà quello di educare e di elevare il popolo ad un livello in cui ogni governo diverrebbe inutile e lo Stato, perdendo ogni suo carattere politico e di dominazione, si trasformerà in una organizzazione assolutamente libera. Abbiamo qui una flagrante contraddizione. Se lo Stato fosse veramente popolare, perché sopprimerlo? E se la sua soppressione è necessaria per l’emancipazione reale del popolo, come si osa chiamarlo popolare?…Dicono che questa dittatura è una misura transitoria necessaria per poter raggiungere l’emancipazione integrale del popolo. E così per emancipare le masse popolari si dovrà prima di tutto soggiogarle…Affermano che solo la dittatura, la loro naturalmente, può creare la libertà del popolo. Rispondiamo che nessuna dittatura può avere altro fine che quello della propria perpetuazione e che essa è capace solo di generare e di coltivare la schiavitù del popolo che la subisce…Secondo la teoria del signor Marx, il popolo non solo non deve distruggere lo Stato, ma deve invece rafforzarlo e metterlo a disposizione dei suoi benefattori, tutori e maestri, i capi del Partito comunista, vale a dire del signor Marx e dei suoi amici che solo allora cominceranno a liberarlo a modo loro. Centralizzeranno le redini del potere in un pugno di ferro perché il popolo ignorante esige una tutela molto energica; istituiranno un’unica Banca di Stato che concentrerà nelle proprie mani tutto il commercio e l’industria, l’agricoltura e la produzione scientifica, e divideranno la massa del popolo in due eserciti, uno industriale e l’altro agricolo sotto il comando degli ingegneri di Stato che formeranno una nuova casta privilegiata politico-scientifica» 8.

Che è poi esattamente ciò che è successo in Urss e nel “socialismo reale”. Dunque, questi furono all’epoca i temi di scontro all’interno del nascente movimento operaio internazionale e non già questa o quella analisi economica e strutturale del capitalismo, presente nel Capitale e negli altri testi invocati da Gianni per sottrarre Marx dalla materiale conflittualità politica di quei tempi e dalle responsabilità della ideazione di una teoria che Lenin e gli epigoni successivi non inventarono certo dal nulla. E d’altra parte lo scontro politico e teorico contro il bolscevismo trionfante in Russia nel 1917 avvenne – da parte degli anarchici, dei socialrivoluzionari, dei soviettisti e dei rivoluzionari senza partito – su temi molto simili, anche se in un contesto ben più drammatico e sanguinoso, e con argomenti ricalcati su quelli usati dall’anarchismo dell’Ottocento contro le tesi politiche di Marx ed Engels. Non posso dunque che ribadire le considerazioni che facevo in Benicomunismo a proposito della scissione in Marx, quasi schizofrenica, tra il materialismo dell’analisi economica e strutturale del capitalismo e l’idealismo e soggettivismo delle indicazioni politiche e strategiche per la lotta rivoluzionaria dei comunisti e per l’abbattimento del capitalismo. Anche se, a ben guardare, tali mie considerazioni potrebbero essere considerate pure esse idealiste da un Bakunin redivivo. Ad esempio quando scrivo:

«Va rivelata la clamorosa divaricazione tra, da una parte, il rigore scientifico dell’analisi marxiana sulle radici economiche della società, sulla struttura del capitalismo e dei suoi rapporti di produzione, sulle ragioni basilari della lotta di classe tra operai e capitalisti, sull’origine del plusvalore, del profitto e dell’accumulazione del capitale; e, dall’altra, l’idealismo utopico (quello che Marx fustigò a ripetizione nelle critiche feroci ai socialisti “utopisti”) e il soggettivismo con cui Marx si mosse in campo politico, a proposito delle caratteristiche rivoluzionarie del proletariato; dell’idea cruciale di una classe operaia sempre più omogenea, nonché libera da vincoli morali, familiari, religiosi e dotata di capacità palingenetiche; della sparizione/irrilevanza progressiva delle classi intermedie; della fine inevitabile della borghesia, nonché della lotta di classe dopo l’abolizione della proprietà privata» 9 .

Appunto: un Bakunin odierno potrebbe bollare queste mie frasi come impregnate a loro volta di idealismo e lontane dal materialismo marxiano altrove lodato, perché, invece di valutare la teoria politica di Marx e di Engels come espressione ideologica di precisi interessi sociali – quelli, a cui accennavo in precedenza, di una classe/ceto debole in cerca di affermazione politica ed economica e di avanzamento sociale, grazie all’utilizzo dell’egemonia culturale, politica e organizzativa su un’altra classe, quella operaia, ben più forte e rilevante nel conflitto con il padronato – l’ho considerata espressione di errori filosofici e culturali di soggettivismo e idealismo. Dal ché me ne verrebbe una critica non già di particolare “spietatezza” nei confronti dei fondatori del comunismo “scientifico” ma piuttosto di benevola indulgenza. Pur tuttavia, malgrado questa eventuale obiezione avrebbe un suo fondamento, mi trovo a ribadire la convinzione, almeno per quel che riguarda Marx, di un profondo errore ideologico che ha seriamente permeato tutta l’attività del movimento operaio successivo e dei comunisti, in particolare dopo le ulteriori forzature leniniste e bolsceviche, che però non possono essere considerate estranee al Marx politico. E mi pare che della stessa opinione sia Franco Russo:

«La critica di Bernocchi non è rivolta solo alle degenerazioni staliniane: essa raggiunge anche i presupposti culturali dello stesso Marx che, se viene valutato come un validissimo scienziato nell’analisi del capitalismo, si svela ideologo, e idealista, nelle proposte politiche quali quelle della dittatura del proletariato. La concezione avanguardistica del processo rivoluzionario già a suo tempo era stata oggetto della polemica di Bakunin, che aveva colto – efficacemente, come sottolinea Bernocchi – nel ruolo del partito, come guida illuminata della trasformazione e della gestione della nuova società, il buco nero della concezione marxista, denunciandone le derive dittatoriali. Accanto al Marx scienziato, Bernocchi mette in luce un Marx filosofo della Storia, imbevuto di idealismo hegeliano. Questo retroterra culturale spiega la sua concezione provvidenzialistica della storia, che rende incrollabile la sua certezza nella generazione del comunismo secondo le stesse leggi dello sviluppo del capitalismo. Il fine del comunismo, una finalità iscritta nella storia, ha una doppia connotazione: quella della necessità e quella del volontarismo di un’avanguardia dedita a rischiarare le coscienze obnubilate dei proletari… L’avanguardia politica appare posseduta da uno spirito millenaristico che rende la sua fede salda, mentre la grandiosità del fine giustifica qualsiasi mezzo pur di eliminare gli sfruttatori e i nemici del comunismo. L’avanguardia assume il ruolo della Provvidenza, che dà morte a chi si oppone al suo cammino. Laicamente Bernocchi ci invita a liberarci di questo provvidenzialismo, di questa millenaristica filosofia della storia».

Russo è anche più drastico di me nella critica all’idealismo marxiano, segnalandone lo “spirito millenaristico”, una sorta di fede religiosa, quasi mistica nella «grandiosità del fine che giustifica qualsiasi mezzo pur di eliminare i nemici del comunismo», nonché l’identificazione di Marx nell’avanguardia comunista che assume il ruolo di una «Provvidenza, che dà morte a chi si oppone al suo cammino». Un richiamo a questo misticismo comunista lo fa anche Nobile, che però ne carica le responsabilità non sul pensiero originario di Marx e di Engels ma sui loro epigoni, Lenin e bolscevichi russi in primis.

«Sono d’accordo con la critica che Bernocchi rivolge al mito del Proletariato quale soggetto omogeneo, teologicamente destinato alla redenzione dell’umanità, e alla missione evangelizzatrice e di guida spirituale del Partito. Da cui consegue che il Partito pretenda anche di essere accettato dai fedeli come il mediatore della Rivelazione, l’unico legittimo titolare della Fede e della sua mondana amministrazione. Sicché la moderna incarnazione dello Spirito esercita le sue funzioni ecclesiastico-statali in nome e per conto del proletariato, novello gregge, e sopra di esso. Il referente della parabola è il bolscevismo. Tra il bolscevismo al potere nei primi anni sovietici e il regime staliniano esiste una differenza di qualità; tuttavia non si può ricondurre la spiegazione dello stalinismo, come nella dogmatica trotskista, alle condizioni sociali e all’isolamento internazionale della rivoluzione russa…Quel che difetta a questa prospettiva è il coraggio di riconoscere una logica latente nel bolscevismo quale forma estrema di esaltazione della funzione dirigente del Partito».

La stessa operazione che Nobile fa nei confronti del passaggio dalla gestione leninista a quella stalinista della Rivoluzione russa, mi viene da farla nei confronti del legame tra la teoria politica di Marx e quella bolscevica: direi che, così come c’era il bolscevismo alla radice delle tremende degenerazioni staliniste, c’era però pure il Marx politico alle fonti del leninismo. E d’altra parte i rilievi critici odierni che Nobile fa al bolscevismo leninista, Bakunin e gli anarchici li fecero, come ricordato poche pagine fa, ben più pesantemente a Marx e ai suoi “scienziati” comunisti. Seppure senza richiami a tale sorta di mistica marxiana, o bolscevico-leninista, anche le valutazioni di Andrea Bagni insistono sulla critica all’astrazione idealistica del Marx politico quando prefigura una nuova società libera dal capitalismo.

«La riflessione critica di Bernocchi si accentra giustamente sui tratti ancora idealistici del pensiero marxiano. In particolare sul concetto di “classe” come qualcosa di unico e monolitico, privo di ulteriori articolazioni interne e di contraddizioni. Quella concezione monolitica di una classe “unica” in campo tende inevitabilmente a cancellare il tema della gestione politica, della vitalità politica, del “dopo rivoluzione”. Non si pone più il problema di cosa accade del conflitto e della dialettica sociale, per cui la rivoluzione rischia di diventare una specie di compimento hegeliano dello Spirito della Storia».

In generale, dunque, che si condivida o meno l’analisi di Benicomunismo sulle responsabilità di Marx ed Engels nello sviluppo successivo e nelle applicazioni pratiche delle loro teorie politiche fino alla costruzione dei “socialismi reali”, viene comunemente accettata l’influenza e la proiezione extra-temporale del marxismo originario – quello direttamente messo in campo dai due fondatori – oltre le loro esistenze biologiche. Non così è avvenuto, però, a proposito di altri temi su cui avevo commentato assai criticamente gli elaborati marxiani. Ad esempio Ivan Scarcelli, che pure condivide larghissima parte delle imputazioni politiche, ideologiche e filosofiche idealiste da me attribuite a Marx, nel suo testo mi ha “rimproverato” di aver esagerato considerando i fondatori del comunismo “scientifico” come nostri contemporanei, e di averli giudicati di conseguenza.

«Pur essendo tutto sommato filologicamente attenta, la lettura che Bernocchi dà dei testi classici del marxismo, si fa tuttavia condizionare eccessivamente, qua e là, dalle “passioni” politiche del presente e rischia perciò talora l’anacronismo: ad esempio, oggi noi sosteniamo giustamente la necessità di prendere le distanze dall’”eurocentrismo” che talvolta permane come un residuo ingombrante nelle nostre teorie e riflessioni, ma tale esigenza era molto meno attuale e comprensibile all’epoca in cui Marx scriveva; e a maggior ragione tale considerazione vale per la sottovalutazione della “civiltà contadina” contenuta in alcuni passi di Marx ed Engels».

Scarcelli si riferisce ad un paio di pagine di Benicomunismo in cui trattavo, seppure senza dare a tali argomenti un gran rilievo, alcuni passaggi degli scritti di Marx ed Engels nei quali, all’esaltazione della funzione “rivoluzionaria” e progressista della borghesia, si accompagnava un forte eurocentrismo, velato anche di un certo razzismo. Passaggi che qui riporto.

«Al di là del fastidio provocato dall’eurocentrismo e dal disprezzo verso le civiltà e le culture contadine o dei paesi extraoccidentali che scaturiscono da frasi marxiane come “la borghesia trascina nelle civiltà anche le nazioni più barbare… ha assoggettato la campagna al dominio della città, ha grandemente accresciuto la popolazione urbana in confronto a quella rurale, e così ha strappato una parte notevole della popolazione all’idiotismo della vita rustica, ha reso dipendenti dai popoli civili quelli barbari e semibarbari, i popoli contadini dai popoli borghesi, l’Oriente dall’Occidente”10, l’esaltazione o giustificazione del ruolo del colonialismo borghese, con tracce di razzismo verso le popolazioni meno sviluppate, si ritrova non di rado nell’elaborazione marx-engelsiana. Ad esempio nel testo di Marx del 1853 sulla “Dominazione britannica in India”11: “L’intervento inglese, collegando il filatore del Lancashire e il tessitore del Bengala, o anche facendo scomparire tanto il filatore che il tessitore indiano, distrusse queste piccole comunità semibarbare e semicivilizzate e in tal modo produsse la sola rivoluzione sociale che sia avvenuta in Asia…E’ vero che l’Inghilterra era guidata dagli interessi più abietti… ma quali che fossero i crimini dell’Inghilterra, essa fu uno strumento inconsapevole della storia provocando questa rivoluzione. In tal caso, quale che sia la tristezza di fronte alla disgregazione di un mondo antico, abbiamo il diritto di esclamare con Goethe: ‘perché tormentarci di una pena che accresce il nostro godimento?’”. Oppure, potrei ricordare un brano del 1849 di Engels, tratto dal “Panslavismo democratico”12 non meno sgradevole:Bakunin rimprovererà agli americani di aver condotto in Texas una guerra di conquista che, pur dando, è vero, un duro colpo alla sua teoria basata sulla ‘giustizia e l’umanità’, è stata combattuta nell’interesse della civilizzazione? O il fatto che la splendida California sia stata strappata ai pigri messicani che non sapevano che farsene costituisce una sventura? E’ una sventura che con il rapido sfruttamento delle miniere di oro che vi si trovano gli energici yankees accrescano i mezzi di circolazione, concentrino una densa popolazione e un ampio commercio nelle città costiere del Pacifico, costruiscano grandi città, stabiliscano comunicazioni con navi a vapore, realizzino una ferrovia che corre da New York a San Francisco, schiudano finalmente l’Oceano Pacifico alla civilizzazione e per la terza volta nella storia imprimano un nuovo indirizzo al commercio mondiale? L’indipendenza di alcuni californiani e texani spagnoli ne soffrirà e verranno violate la ‘giustizia’ e altre norme morali; ma che significa al cospetto di tali avvenimento storici di portata mondiale?”»13.

Non avevo dato un gran rilievo alla questione, facendo anche notare che negli ultimi anni di vita Marx cambiò atteggiamento in modo radicale (e ho descritto tale cambiamento nello stesso capitolo) rispetto alle imprese colonialistiche di trasformazione violenta e predatoria di società “non sviluppate”, a partire dallo studio della situazione irlandese e della sua influenza sulla lotta di classe in Inghilterra e dal comparire di evidenti forme di corruzione nazionalistica, sciovinista e razzista all’interno della classe operaia inglese nei confronti della forza-lavoro irlandese e dell’oppressione coloniale inglese. Però, stimolato dalla annotazione critica di Scarcelli, ritorno ora più diffusamente sull’argomento perché, a ben vedere, anch’esso ha avuto un’importanza rilevante nei successivi sviluppi del marxismo, del comunismo e tanto più nelle società del “socialismo reale”, in larghissima parte impostati non già sul Marx autocritico degli ultimi anni ma proprio sulle sue (e di Engels) teorizzazioni sviluppiste ed esaltatrici della funzione progressista del capitalismo. Innanzitutto non direi che espressioni, come «assoggettare la campagna al dominio della città… trascinare nella civiltà borghese anche le nazioni più barbare… rendere dipendenti dai popoli civili quelli barbari e semibarbari…strappare una parte notevole della popolazione all’idiotismo della vita rustica…distruggere le piccole comunità semibarbare o semicivilizzate…perché tormentarci della pena (di tale distruzione) che accresce il nostro godimento?” – che non ci si attenderebbero da coloro che volevano liberare l’umanità e garantire giustizia sociale ed economica soprattutto ai settori più diseredati e oppressi delle popolazioni – siano dovute solo alla pressione ideologica esercitata dal loro tempo anche su colossi del pensiero come Marx ad Engels.

Tali frasi, che avrebbero potuto essere sottoscritte con entusiasmo dai feroci conquistadores che saccheggiarono le Americhe ma che oggi neanche il più spudorato dei capitalisti metterebbe per iscritto, avrebbero dovuto far inorridire – e in parte lo fecero – gran parte dei democratici e degli umanisti, dei socialisti “utopisti” e anarchici che operarono per la giustizia sociale, economica e politica prima e durante l’attività ideologica, filosofica e politica di Marx e di Engels. Il quale Engels nel brano succitato derideva brutalmente non solo i messicani, i texani e i californiani direttamente aggrediti e sottomessi, ma lo stesso Bakunin e la «sua teoria basata sulla giustizia e l’umanità» – come se di cosa irrilevante o, peggio, negativa e disprezzabile si trattasse – sottolineando come fosse tutt’altro che una “sventura” il fatto che «la splendida California sia stata strappata ai pigri messicani e che gli energici yankees…schiudano finalmente l’Oceano Pacifico alla civilizzazione»; e considerando una sorta di irrilevante incidente di percorso il fatto che «ne soffrirà l’indipendenza di alcuni californiani e texani e verranno violate la “giustizia” e altre norme morali», elementi, a parere di Engels, insignificanti «al cospetto di tali avvenimenti storici di portata mondiale». Viene da domandarsi se tale cinismo politico ed intellettuale, e cotanto spregio della giustizia (messa tra virgolette, come elemento trascurabile) e delle altre”norme morali” non sia giunta per li rami, in base all’orrido principio “il fine giustifica i mezzi”, fino a Stalin, autonominatosi massimo erede del marxismo e del comunismo “scientifico” dei padri fondatori. Se gli “energici yankees” erano legittimati a schiacciare “i pigri messicani” e a calpestare giustizia e moralità in nome del progresso, perché, in nome della presunta dittatura proletaria, non potevano operare con le stesse modalità i bolscevichi, prima, e gli stalinisti poi?

E il mito della pura crescita quantitativa dell’apparato tecnico, industriale e produttivo dell’Urss – quel comunismo ridotto ad elettrificazione più soviet – non ha nulla a che fare con lo “sviluppismo” esasperato contenuto nell’esaltazione della potenza trasformativa del capitalismo e in quel culto marxiano della contraddizione tra il possibile sviluppo illimitato delle forze produttive e il freno/blocco causato dai rapporti capitalistici di produzione? Rapporti che sovente, in Marx e soprattutto nella sua fraseologia politica e di propaganda, sembrano da superare non tanto per l’ingiustizia sociale, economica e morale che determinano, ma proprio perché impediscono il massimo sviluppo produttivo e l’illimitata estensione dell’industrializzazione. E le stragi ricorrenti e la repressione permanente perpetrate dallo stalinismo nei confronti dei contadini, delle nazionalità minori e delle minoranze etniche sono davvero del tutto estranee a quel disprezzo marx-engelsiano verso “l’idiotismo della vita rustica” e “i popoli barbari o semibarbari”? Domande non trascurabili, mi pare, che non possono essere scavalcate teorizzando che alla fin fine Marx ed Engels erano figli del loro tempo, visto che stiamo parlando di princìpi di eguaglianza, giustizia sociale, moralità e ripudio del razzismo e della xenofobia che non hanno, o non dovrebbero avere, limiti temporali o spaziali, soprattutto per chi aveva l’ambizione e l’anelito di cambiare radicalmente la società, eliminandone le ingiustizie e le barbarie. Mentre su altri aspetti del lascito teorico e politico di Marx ed Engels si può convenire con Scarcelli:

«Nessun pensiero sfugge all’usura del tempo, neppure quello del pur lungimirante Marx: quindi, la lettura del presente non dovrebbe mai essere condizionata dall’ipoteca dei “padri” e dei “classici”, i quali possono utilmente indicare una direzione, costituire stimoli, ma non sostituirsi a noi nel compito di analizzare la società e re-interpretare la realtà».

In effetti, se l’alibi dell’”usura del tempo” non può valere per l’impostazione politica di Marx ad Engels e per la loro filosofia della Storia, che a mio parere prescindono da epoche o distanze temporali, esso è invece invocabile per alcuni aspetti dell’analisi del capitalismo, a causa delle caratteristiche mutevoli di questa formazione sociale ed economica; nonché, ad esempio, a proposito della relazione tra sfruttamento e mercificazione come elementi che possano provocare nelle differenti epoche gradi diversi di opposizione e di conflittualità anticapitalistica. Ed è però davvero singolare che molti dei teorici e dirigenti politici legati al comunismo novecentesco, che pur hanno sempre rivendicato, a causa della distanza temporale, la non-responsabilità delle teorie politiche marxiane rispetto alla materializzazione del “socialismo reale”, siano gli stessi che invece hanno attribuito una sorta di eternità al Marx analista del capitalismo e delle sue caratteristiche plurisecolari, fissate in una sorta di astratta invarianza e immobilità, malgrado lo stesso Marx ne avesse esaltato, al contrario, proprio la grande capacità di innovazione, riciclaggio, trasformazione.

«Senza altro degna di nota, in “Benicomunismo”, è la riflessione sullo spostamento dell’asse delle contraddizioni del capitalismo, dallo sfruttamento alla mercificazione: è un vero e proprio cambio di paradigma, che da un lato conferma l’obsolescenza dei “classici” del marxismo, che il fenomeno della mercificazione hanno analizzato solo all’interno delle fabbriche – e non come carattere prevalente e primario dei rapporti sociali prodotti dal capitalismo – e dall’altro dovrebbe spingerci a pensare e costruire alternative al destino della “mercificazione universale” verso il quale un certo tipo di globalizzazione ci conduce».

Scarcelli sottolinea alcuni tratti di obsolescenza nell’analisi marxista del capitalismo, che ho trattato in Benicomunismo. Qui mi limito a ricordare alcune considerazioni a proposito di questo “cambio di paradigma”, imposto dall’enorme estensione dell’attività mercificante del capitalismo rispetto all’Ottocento e al quadro generale che si presentava agli occhi dell’analisi marxiana.

«E’ stato il movimento contro la globalizzazione neoliberista (no global o altermondialista) a porre all’attenzione del mondo il conflitto universale contro la mercificazione globale dell’esistente – oltre alla mercificazione degli esseri umani, anche quelle di natura e ambiente, acqua e patrimonio genetico, istruzione e salute, informazione e comunicazione, idee e sentimenti – , dedicando a questo conflitto generale anche più attenzione rispetto a quella attribuita allo storico conflitto Capitale-Lavoro. Nella lotta al capitalismo, per la prima volta è stata la mercificazione globale, e non lo sfruttamento, ad essere al centro e dell’ostilità di milioni di neo-anticapitalisti, buona parte dei quali non inseribili nella lista classica degli sfruttati in senso marxiano. Non si è trattato però solo di un cambio di paradigma ideologico, culturale e politico: ma anche della constatazione di quanto negli ultimi decenni del Novecento fosse avanzato il processo di conquista da parte del Capitale di territori fino ad allora inesplorati o poco frequentati, e in particolare il processo di trasformazione in merci di una vasta gamma di Beni comuni e pubblici, con la crescente e tumultuosa appropriazione da parte del profitto privato e di Stato di quello che fino a poco prima era capitale sociale, ricchezza pubblica comune, non privatizzabile o alienabile. Nella trattazione marxiana il mondo delle merci occupa un posto di primissimo piano: ma l’alienazione e i disastri sociali, provocati dall’invasione delle merci, vengono affrontati quasi esclusivamente dalla parte degli operai di fabbrica a cui è sottratto parte del prodotto del proprio lavoro. Ben poco si ritrova, nella pur vastissima produzione teorica marxista ottocentesca e novecentesca, dell’insieme globale di disastri prodotti dalla mercificazione, di quante vittime “naturali” essa faccia nell’universo extrafabbrica, di quanta ostilità tale processo diffonda anche tra i non direttamente sfruttati».14

Ma questo “cambio di paradigma”, che pure non toglie valore al concetto di sfruttamento né all’importanza del conflitto Capitale-Lavoro, non vuole affatto suonare come critica al pensiero marxiano: l’estensione attuale della mercificazione non è paragonabile a quella ottocentesca. Qui vale davvero ciò che scriveva Scarcelli, per cui «nessun pensiero sfugge all’usura del tempo».

Marx e l’Anti-Dühring di Engels di fronte al capitalismo di Stato

Più complessa è invece l’analisi di quanto sia invecchiata, e dunque da modificare, l’analisi di Marx ed Engels sulla natura generale del capitalismo e in particolare sul ruolo del capitalista privato come indispensabile e centrale nel meccanismo di accumulazione del profitto, nonché sulle funzioni dello Stato come capitalista collettivo in grado di frenare e controllare l’”anarcoide” procedere del capitalismo privato e di evitare quella polarizzazione della società tra padroni e operai descritta da Marx come elemento esplosivo delle contraddizioni del capitalismo. Su questi argomenti non è facile dire quanto si potesse già leggere nella struttura ottocentesca gli sviluppi successivi che avrebbero contraddetto le previsioni marxiane, in particolare quelle sull’inevitabilità della crisi irreversibile del capitalismo mondiale. Certo, gli Stati capitalistici ottocenteschi non presentavano la complessità di quelli attuali, né l’intera gamma dei comportamenti da capitalista collettivo, cioè da gestore del capitale nazionale “pubblico”: caratteristiche che così riassumevo in Benicomunismo, polemizzando con l’orientamento dominante non solo nell’anticapitalismo ottocentesco e novecentesco, ma anche in una parte rilevante di quello dei nostri giorni:

«Del tutto infondata dovrebbe apparire, dopo i titanici interventi statuali anti-crisi dal 2008 in poi, la tesi secondo la quale il neoliberismo avrebbe ridotto a puri simulacri gli Stati nazionali. Alla base di questo eclatante errore teorico e politico c’è una distorsione del ruolo degli Stati, delle loro funzioni da “cervello capitalistico collettivo”, in grado di controllare e incanalare l’”anarchismo” dei singoli capitalisti e le oscillazioni violente dei cicli economici, di effettuare i grandi investimenti nei settori di sviluppo (l’altro ieri nelle ferrovie e nell’elettrificazione del territorio, ieri nella chimica e nella meccanica, oggi nell’elettronica e nell’informatizzazione del mondo: insomma, dai treni per il Far West a Internet) ove i singoli capitali mai si impegnerebbero, lavorando essi quasi esclusivamente sul “qui ed ora”, nonché i fondamentali interventi riparatori dopo le crisi. Non è stata forse una lezione decisiva quella fornita dai principali Stati occidentali che nel 2008 hanno mobilitato somme colossali per tappare le mastodontiche falle create dall’”anarchia” dei capitali privati?..Lo Stato (quello dei paesi più potenti, almeno) continua ad adempiere – durante la più profonda crisi della storia del capitalismo, che lo avrebbe fatto tracollare senza l’intervento massiccio delle strutture statuali – alle sue funzioni di capitalista collettivo. E lo fa svolgendo ruoli di sovvenzione (trasferisce ricchezza pubblica alle imprese private), di finanziatore (mette a disposizione ricchezza attraverso crediti iper-agevolati o donazione gratuita), di committente (offre commesse e contratti), di imprenditore diretto (producendo merci e servizi, nonché mercificando una parte dei servizi pubblici), di regolatore (difendendo il capitale privato e quello di Stato dalla penetrazione dei concorrenti). E’ lo Stato a fornire alle multinazionali il sostegno politico, finanziario, tecnologico-scientifico e militare. Le multinazionali non sono disincarnate da uno Stato. Esse hanno bisogno di retrovie sicure, garantite da una potente struttura statuale. Il loro cuore, per quanto siano diffuse le loro membra, resta nazionale, difeso da un intero apparato statale: e così il capitale di base, il grosso del gruppo dirigente, la sede del know how, i punti di forza scientifici, tecnici e politici. Che cosa sarebbe dell’Ibm o della Toyota, della Monsanto o della Sony se decidessero di abbandonare il retroterra ad esse fornito dagli Usa o dal Giappone e si trasferissero ad esempio in Senegal o Bangla Desh?»15.

Tale ruolo degli Stati capitalisti ha avuto la massima espansione nel Novecento, grazie all’esercizio straordinario del potere politico, economico e militare durante le due guerre mondiali, alla gestione della Grande crisi del 1929 e alla concorrenza/competizione con il “socialismo di Stato” tra le due guerre; nonché tramite l’estensione dello Stato sociale nei principali paesi dell’Occidente durante la ricostruzione post-bellica e il trentennio successivo. Ma era già visibile all’epoca di Marx? Era prevedibile allora che il capitalismo potesse anche fare a meno dei singoli capitalisti e procedere persino più spedito e con meno contraddizioni attraverso una gestione da parte di funzionari del Capitale che di esso, pur non avendone la proprietà giuridica individuale, detengono un possesso di fatto, altrettanto efficace della proprietà formale? A queste domande Gianni, ad esempio, risponde positivamente e anzi rivendica, rispetto alle mie critiche alla fragilità delle teorie marxiane sul ruolo dello Stato, il fatto che Marx avesse già chiara la possibilità di sviluppi extra-individuali nella gestione del Capitale.

«E’ valida la critica di Bernocchi alla burocratizzazione del sistema pubblico e alla possibilità che esso funzioni semplicemente da funzionario del Capitale, cosa già ampiamente e genialmente intuita da Marx, in particolare nel Terzo libro del Capitale, che, proprio per questo non merita le critiche che il nostro autore gli rivolge».

Gianni si riferisce a un brano di poche righe su oltre mille pagine di manoscritti, appunti o testi incompiuti – come la scarna paginetta finale sulle “classi”, tema che incredibilmente Marx non riuscì mai a trattare con organicità e compiutezza – che Engels rielaborò, cercando di dare loro coerenza e pubblicando il tutto come Terzo libro del Capitale. Ecco il brano:

«Da un lato al semplice proprietario del capitale, al capitalista monetario, si oppone il capitalista operante, e con lo sviluppo del credito questo stesso capitale monetario assume un carattere sociale, si concentra nelle banche e da queste, non più dai suoi proprietari immediati, viene dato a prestito; ma poiché d’altro lato il semplice dirigente, che non possiede il capitale sotto alcun titolo, né a titolo di prestito né altrimenti, esercita tutte le funzioni effettive che competono al capitalista operante in quanto tale, rimane unicamente il funzionario e il capitalista scompare dal processo di produzione come personaggio superfluo»16.

Eccellente annotazione, è indubbio: ma, appunto, si tratta di una nota di sei-sette righe immerse in un migliaio di pagine. Né prima della pubblicazione di queste frasi nel Terzo libro – dato alle stampe da Engels solo alla fine del 1894 (dopo almeno dieci anni di lavoro per integrare l’enorme mole di materiale sul sistema capitalistico scritto in forma sparsa da Marx nell’ultimo ventennio di vita), cioè molto più tardi di quando venne scritto il brano stesso, che nel frattempo non aveva avuto né diffusione né approfondimenti di sorta – né successivamente, un tale rivoluzionario cambio di visione sulle mutazioni nella gestione del capitalismo, e sul ruolo che ciò avrebbe comportato per lo Stato e per la proprietà “pubblica”, ricevette l’onore di una trattazione organica, malgrado le conseguenze politiche ed economiche enormi nel conflitto anticapitalistico che Marx ed Engels non potevano non percepire, se fossero stati davvero convinti che «il capitalista scompare dal processo di produzione come personaggio superfluo e rimane unicamente il funzionario». Peraltro, ancor meglio e più nettamente, con un paio di pagine fulminanti, aveva scritto Engels nell’AntiDühring pubblicato quasi venti anni prima del Terzo libro del Capitale. In Benicomunismo avevo inserito una citazione abbreviata del brano, ma qui voglio ampliarla, perché esso, a mio parere, rappresenta la trattazione più adeguata e preveggente delle trasformazioni capitalistiche verso la forma più avanzata e più potente, il capitalismo di Stato, che poi, intrecciato con quello privato, avrebbe dato vita alle forme di capitalismo misto che hanno consentito al sistema di scampare a crisi gravissime come quella del 1929 o quella iniziata nel 2008.

«In un modo o nell’altro, con trust o senza trust, una cosa è certa: che il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve alla fine assumerne la direzione. La necessità della trasformazione in proprietà statale si manifesta anzitutto nei grandi organi di comunicazione: poste, telegrafi, ferrovie. Se le crisi hanno rivelato l’incapacità della borghesia a dirigere ulteriormente le moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi organismi di produzione e di traffico in società anonime e in proprietà statale mostra che la borghesia non è indispensabile per raggiungere questo fine. Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati. Il capitalista non ha più nessuna attività sociale che non sia l’intascar rendite, il tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i capitalisti si spogliano a vicenda dei loro capitali. Se il modo di produzione capitalistico ha cominciato con il soppiantare gli operai, oggi esso soppianta i capitalisti e li relega, precisamente come gli operai, tra la popolazione superflua. Ma né la trasformazione in società anonime, né in proprietà statale, sopprime il carattere di capitale delle forze produttive. Nelle società anonime questo carattere è evidente. E a sua volta lo Stato moderno è l’organizzazione che la società capitalistica si dà per mantenere il modo di produzione capitalistica di fronte agli attacchi sia degli operai sia dei singoli capitalisti. Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, il capitalista collettivo ideale. Quanto più si appropria le forze produttive, tanto più diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore è il numero di cittadini che esso sfrutta. Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice. Ma giunto all’apice, si rovescia. La proprietà statale delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma racchiude in sé il mezzo formale, la chiave della soluzione»17.

Dunque, già tra il 1876 e il 1878, periodo di pubblicazione degli articoli/saggi, poi raccolti nel testo unico denominato popolarmente AntiDuhring, venivano forniti al movimento socialista e comunista internazionale gli strumenti per capire, con larghissimo anticipo rispetto alla Rivoluzione russa e alla violenta statalizzazione totale dell’Unione Sovietica, come l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la consegna di essa allo Stato non fosse affatto sufficiente a trasformare positivamente la società e ad eliminare sfruttamento, ingiustizie e diseguaglianze sociali, e men che meno a far sparire le classi e il conflitto di classe (o addirittura quello sociale tout court, come preconizzava Marx). Per capire quanto ampia fosse la diffusione di queste considerazioni all’interno del movimento operaio, socialista e comunista dell’epoca occorre ricordare quali esigenze squisitamente politiche, all’interno della socialdemocrazia tedesca, spinsero – quasi costrinsero – Engels a produrre l’AntiDühring che, da libello polemico di mediocre interesse quale era stato originariamente pensato da correnti maggioritarie dei socialisti tedeschi per dare addosso a Dühring e perciò comprensibile quasi solo in Germania, finì per diventare, grazie ad Engels, un testo-base a livello internazionale (sulla scia del Manifesto e di altre opere destinate alla propaganda politica e all’agitazione popolare) dei marxisti, dei socialisti e dei comunisti di fine Ottocento. Eugen Dühring era un libero docente all’Università di Berlino di orientamento positivista18, il quale nel 1872 aveva aderito al movimento socialista, che lo aveva accolto con tutti gli onori, riservandogli rapidamente un ruolo di prestigio sia in campo teorico che politico.

«In un partito in cui anche i seguaci di Marx sembravano soggiogati dalle sirene della cultura positivistica, Dühring non aveva trovato molte difficoltà ad affermarsi come nuovo astro teorico. Certo, come positivista non era dei peggiori: nelle sue lezioni e nei suoi libri dimostrava agilità mentale e una ricchezza non comune di conoscenze, tanto più apprezzabili in un uomo che a meno di trenta anni era diventato completamente cieco. Lo stesso Engels doveva riconoscere che Dühring era pur sempre “un uomo colto”. Né era probabilmente tra i peggiori socialisti che si faceva sentire maggiormente la sua influenza: secondo Franz Mehring, anzi, “proprio gli elementi più svegli della socialdemocrazia, cui gli scritti agitatori di Lassalle non bastavano più e il Capitale di Marx non era ancora dischiuso in tutti i suoi nessi storici, dovevano essere attratti fortemente dalle teorie di Dühring”19. Ma si trattava di un’influenza che, anche senza l’Antidühring, non era destinata a durare. L’intransigente radicalismo politico di Dühring poteva farlo apparire per qualche tempo più “a sinistra” dello stesso Marx, ma gli ingredienti deteriori della sua polemica, ad esempio l’antisemitismo, non gli avrebbero consentito in nessun caso di conservare un posto onorevole nella storia del socialismo. Una fatica superflua, dunque, quella a cui Engels si era sottoposto nella polemica con Duhring?»20.

Che di fatica superflua, e dovuta solo a pressioni politiche provenienti da una parte della leadership dei socialisti tedeschi, sembrava essere convinto lo stesso Engels quando così scriveva a Marx:

«Caro Moro (n.d.s. nomignolo attribuito a Marx), tu hai un bel parlare. Te ne puoi stare nel letto caldo – occuparti dei rapporti agrari russi in particolare e della rendita fondiaria in generale, e niente ti interrompe – e io devo star seduto sulla dura panca e riempirmi di vino freddo, d’un tratto interrompere tutto e devo dare addosso a quel noioso di Dühring. Ma non sarà possibile fare altrimenti, anche se verrò impigliato in una polemica di cui non è affatto possibile prevedere la fine; se non lo faccio, non trovo requie lo stesso»21 .

Nel giro di un anno e mezzo, dal 3 gennaio 1877 al 7 luglio 1878, sul Vorwarts, organo centrale dei socialisti tedeschi, Engels pubblicò 34 articoli contro Dühring che vennero raccolti e pubblicati in un unico volume, nella seconda parte del 1878, con un titolo che cadde presto in disuso (La scienza sovvertita del signor Eugen Dühring) e il libro divenne invece celebre in tutto il mondo come Anti-Dühring. In realtà i motivi del grande successo del testo non avevano pressoché nulla a che fare con Dühring: anzi, addirittura 34 articoli contro un personaggio del genere apparvero ben presto esagerati, anche da parte di chi li aveva commissionati, tanto più che il povero Dühring, già menomato dalla sua cecità, si ritrovò di punto in bianco licenziato dalle autorità accademiche dell’Università di Berlino per conflitti interni che, però, nulla avevano a che fare con la disputa all’interno dei socialisti tedeschi. In realtà, Engels – che nel Novecento è stato sempre sottovalutato rispetto a Marx, malgrado sul piano politico molto spesso ne avesse fatto abbondantemente le veci, mentre il Moro, come ironicamente sottolineava Engels nella citata lettera, si occupava “dei rapporti agrari russiet similia – aveva approfittato dell’occasione per scrivere una sorta di compendio filosofico, politico ed economico dell’intero percorso della teoria marxiana, ottenendo un notevolissimo successo, in Germania e a livello internazionale, tra i quadri politici, nella base militante e tra i lavoratori socialisti e comunisti, incomparabilmente superiore all’attenzione che aveva ricevuto il Primo libro del Capitale, senza parlare dei due volumi successivi, ancor più riservati a pochi e selezionati addetti ai lavori. Una volta svincolato dall’oggetto primigenio di polemica – cioè la ben poco interessante impostazione teorica e politica di Dühring – il libro divenne una sorta di Bibbia dei marxisti, che fossero socialdemocratici o comunisti “scientifici”, una sorta di manuale e compendio del socialismo: e lo rimase anche nei decenni successivi, pure per le altre correnti internazionali che si richiamavano a Marx e al comunismo, ivi compresi i rivoluzionari russi dell’inizio del Novecento.

«La più usata chiave di lettura per parecchie generazioni di lettori dell’Anti-Dühring trova la sua prima formulazione in un saggio di Eduard Bernstein apparso nel 1894 nella Neue Zeit. Dopo aver rievocato le vicende della scuola di Dühring, Bernstein, futuro teorico del “revisionismo”, passava a celebrare il significato e l’importanza dell’Anti-Dühring come manuale e compendio del socialismo. Non solo tutto ciò che di essenziale vi era nel Manifesto del Partito comunista e nel Capitale trapassava nell’ampia sintesi dell’Anti-Dühring, ma vi si affrontavano anche per la prima volta questioni di filosofia e di scienza, che sembravano rimaste al di fuori del campo d’indagine delle precedenti opere classiche del marxismo. Veniva in tal modo colmata, secondo Bernstein, una

grande lacuna”» 22 .

Più o meno tutti i leader della socialdemocrazia europea, considerati all’epoca i migliori interpreti del marxismo, dettero una interpretazione analoga sulla validità generale dell’Anti-Dühring, e su quanto esso fosse stata determinante nella formazione dell’ultima generazione di dirigenti socialisti.

«E’ attraverso questa opera che la giovane generazione che iniziò la sua milizia politica verso il 1876-1880 apprese ciò che era il socialismo scientifico, quali erano i suoi principi filosofici e il suo metodo. L’Anti-Dühring è la migliore introduzione allo studio del Capitale. Bisogna riconoscere che, per la diffusione del marxismo in quanto metodo e concezione del mondo, nessun libro dopo il Capitale ha fatto tanto quanto l’Anti-Dühring. Tutti i giovani marxisti, Bernstein, Kautsky, Plechanov, che fecero le loro prime armi tra il 1880 e il 1885, si formarono su questa opera» 23 .

Lo stesso Kautsky confermò il grandissimo rilievo che lui e la sua generazione di marxisti avevano dato all’opera di Engels.

«Nessun libro ha fatto tanto per la comprensione del marxismo quanto l’Anti-Dühring. Certo, il Capitale di Marx è più potente. Ma solo attraverso l’Anti-Dühring abbiamo appreso a leggere e a capire bene il Capitale» 24.

Se ci rivolgiamo poi al socialismo italiano dell’epoca, possiamo ritrovare toni altrettanto elogiativi ed entusiasti nelle valutazioni di Antonio Labriola25.

« L’Anti-Dühring è il libro che prima di ogni altro conviene che entri nella circolazione. Pochi libri conosco che possano stargli a pari, per densità di pensiero, per molteplicità di punti di vista, per duttilità di penetrazione suggestiva. Può essere una medicina mentis per la gioventù intellettuale, che di solito si volge, incerta di sé e con criteri assai vaghi, a ciò che genericamente ha nome di socialismo: e così fu nel tempo in cui apparve, come ne andò scrivendo tre anni fa Bernstein, in una specie di commemorazione pubblicata nella Neue Zeit. Nella letteratura socialista rimane il libro insuperato» 26.

Mi sono dilungato sul rilievo che i socialisti, marxisti e comunisti dell’epoca dettero all’Anti-Dühring per vari ordini di motivi. In primo luogo, questa serie di testimonianze di alcuni dei principali leader dell’epoca conferma quanto l’influenza maggiore della produzione teorica di Marx ed Engels non derivasse da quelle che Alfonso Gianni ha chiamato “le massime opere”, Capitale in primis. Mentre l’Anti-Dühring di Engels veniva osannato urbi et orbi, solo il Primo libro del Capitale era stato pubblicato: e per giunta il fior fiore dei marxisti e socialisti dell’epoca ebbe bisogno del testo di Engels per capirlo, ammesso poi che ci fossero davvero riusciti. Il secondo volume venne dato alle stampe da Engels otto anni dopo, nel 1884, mentre ci vollero altri dieci anni (1894) perché circolasse il terzo volume, quello a cui faceva riferimento Gianni con il famoso brano sullo Stato come capitalista collettivo e sulla possibilità che il rapporto di produzione potesse fare a meno dei capitalisti privati: brano che comunque circolò, seppur si trattasse di una decina di righe affogate nel migliaio di pagine del Terzo libro, solo diciotto anni dopo che il tema era stato trattato pubblicamente da Engels nell’Anti-Dühring, peraltro con maggior chiarezza e articolazione. La popolarità dell’Anti-Dühring, che emerge da queste testimonianze dell’epoca, conferma, mi pare, quanto sostenevo in Benicomunismo: e cioè che la principale influenza del pensiero di Marx ed Engels sulle teorie, i programmi e le azioni dei socialisti e dei comunisti dell’Ottocento e del Novecento non derivò soprattutto dalle “massime” opere marxiane e dal Capitale in particolare (e ancor meno dai Grundrisse o analoghi testi pressoché “clandestini” all’epoca) ma proprio da opere altamente divulgative, e lette da milioni di persone in tutto il mondo nel corso di alcune decine di anni, come il Manifesto del Partito Comunista, l’Anti-Dühring, il Programma di Gotha, Salario, prezzo e profitto, Lavoro salariato e capitale e così via. E che, di conseguenza, non è per nulla arbitrario giudicare il contributo politico di Marx ed Engels al pensiero e alle azioni dei marxisti e dei comunisti dell’Ottocento e del Novecento, con i conseguenti meriti e demeriti, molto più in base a questi scritti e all’azione politica che li accompagnò dalla Prima alla Seconda Internazionale, che alle “sacre” – ma spesso quasi esoteriche pure per tanti “iniziati” al marxismo – tavole del Capitale o dei Grundrisse o dell’Ideologia tedesca.

In secondo luogo, l’intera vicenda dell’Anti-Dühring conferma, a mio parere, quanto già accennavo in Benicomunismo a proposito del rapporto tra Marx ed Engels e del ruolo di quest’ultimo nella divulgazione delle comuni teorie. In genere Engels ha finito per assumere un ruolo storico quasi ancillare, da attento e puntuale assistente e divulgatore del pensiero marxiano, una sorta di dottor Watson di fronte ad un Marx vero Sherlock Holmes sociale, indagatore incomparabile del sistema capitalistico. A ben guardare, però, Engels è stato qualcosa di ben altro e ben più: e la sua pur sottile, sommessa e persino deferente ironia nei confronti di Marx ricordata prima («Tu te ne puoi stare nel letto caldo e occuparti dei rapporti agrari russi e della rendita fondiaria..mentre io devo dare addosso a quel noioso di Dühring») apre uno squarcio – come vari altri brani del vastissimo epistolario tra i due – sui reciproci ruoli e rapporti con l’esterno e con il mondo marxista e socialista dell’epoca in particolare. E’ anche – o soprattutto? – sulla base degli studi, estremamente concreti e puntuali, fatti da Engels giovanissimo sulla classe operaia inglese a Manchester27 e letteralmente “donati” a Marx, che quest’ultimo riuscì ad elaborare il primo blocco di teorie sullo sfruttamento, sulla formazione del profitto, sul plusvalore e sull’accumulazione capitalistica. Fu ancora Engels a riportare l’azione politica dei socialisti alla realtà della grande estensione della “classe media” e della “piccola borghesia” nella maggioranza dei paesi europei, mentre Marx, soprattutto sulla base della situazione inglese, insisteva sull’estrema polarizzazione sociale del sistema capitalistico che avrebbe dovuto polverizzare ogni strato o ceto o classe intermedi tra proletari e capitalisti, lasciando in campo solo la battaglia finale tra queste due compagini. E fu ancora Engels ad aprire il varco analitico più rilevante, proprio nell’Anti-Dühring come abbiamo visto, sui possibili sviluppi futuri di un capitalismo in grado di spingere all’apice i rapporti di produzione marginalizzando il ruolo del capitalista privato e affidando la gestione del sistema a quel formidabile capitalista collettivo che stava diventando lo Stato ottocentesco, che poi avrebbe dominato la scena nel Novecento, nonché ai funzionari del Capitale delle società per azioni, dei Consigli di amministrazione, dei gruppi dirigenti “collettivi” delle multinazionali.

Insomma, la mia impressione generale è che Engels non fosse solo il divulgatore autorizzato del pensiero marxiano o colui che voleva estendere alle scienze naturali, alla cultura e alle arti il materialismo, ma soprattutto il più abile politico della “strana coppia” e dunque, per certi versi – come conferma la vicenda dell’Anti-Dühring, strumento di battaglia politica e di orientamento nella socialdemocrazia, a lui affidato con il pieno consenso di Marx che lo sottoscrisse da cima a fondo – il più influente traduttore in politica delle teorie comuni e il maggiore responsabile della penetrazione di esse tra i socialisti, i comunisti e i rivoluzionari dell’epoca. Proprio per tali ragioni – ed è questo il terzo e fondamentale motivo di questa ampia disamina sul ruolo dell’Anti-Dühring – appare davvero sconcertante e inspiegabile come sia stato possibile che l’acutissima e lungimirante descrizione (nel citato brano del testo) di un capitalismo senza capitalisti individuali, dominato da uno Stato nel ruolo di capitalista collettivo, in grado di spingere i rapporti di produzione, di sfruttamento e di estrazione del plusvalore addirittura all’apice per intensità e qualità, sia completamente scomparsa dalla riflessione e dall’elaborazione del movimento operaio, socialista e comunista della fine dell’Ottocento e della prima parte del Novecento. Un testo studiato minuziosamente da centinaia di migliaia di intellettuali, leader politici, militanti e addetti ai lavori, malgrado fosse stato vivisezionato in ogni passaggio filosofico, economico e politico e avesse suscitato ampie discussioni sul materialismo dialettico e storico, sull’idealismo e sul rapporto del marxismo con la filosofia hegeliana e su tanti altri temi, non provocò neanche la più piccola diatriba sulla previsione di Engels di un radicale mutamento nella gestione del capitalismo, tema assolutamente primario e cruciale per i futuri processi di trasformazione, rivoluzionari o riformisti che volessero essere. Come fu possibile? Come poté passare inosservata una previsione che metteva radicalmente in dubbio il potere salvifico della sola abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e delineava la concreta possibilità che la proprietà statale di essi, lungi dal porre termine allo sfruttamento e all’appropriazione del plusvalore da parte del Capitale, spingesse tale rapporto e tale spoliazione addirittura ai suoi estremi? E che dunque l’obiettivo dei marxisti, dei rivoluzionari, degli anticapitalisti non potesse essere il solo passaggio di mano dei mezzi di produzione dai privati allo Stato, con la statalizzazione totale dell’economia, e con un gestore unico, il capitalista collettivo, organizzato attraverso la macchina del Partito-Stato?

Per trovare una qualche risposta plausibile sembrerebbe che si debba far ricorso alla “maliziosa” preveggenza del Bakunin citato, quello dello scontro nella Prima Internazionale con Marx ed Engels, che, come già detto, vedeva nella dittatura del proletariato auspicata dai marxisti nient’altro che una sorta di regime autoritario gestito in prima persona, “con pugno di ferro”, dagli intellettuali comunisti, utilizzando e sottomettendo il proletariato e “il popolo ignorante”. In altri termini, la teoria della sedicente “dittatura del proletariato”, con la concreta statalizzazione integrale dell’economia e con il potere consegnato nelle mani del Partito unico “proletario”, sarebbe stata in realtà la colossale mascheratura che ceti non protagonisti nella società capitalistica (“piccola borghesia” urbana, mondo delle professioni intellettuali, “aristocrazia” del piccolo lavoro autonomo e di quello dipendente non operaio, burocratico, scolastico ecc..) avrebbero usato per ascendere al potere statale e gestire in prima persona i meccanismi capitalistici mediante il possesso (anche senza la proprietà giuridica) esclusivo dei mezzi di produzione, di distribuzione e della finanza nazionale, ottenuto grazie all’espropriazione della grande e media borghesia e alla consegna dell’intera macchina economica, finanziaria e politica nelle mani della nascente borghesia di Stato, appoggiata, almeno in un primo tempo, da settori di classe operaia e di proletariato urbano, privi però delle competenze e dei saperi monopolizzati dagli “scienziati comunisti”.

Comunque, anche chi non condividesse questa teoria, dovrebbe convenire che un’analisi del capitalismo che ignori, o minimizzi, il ruolo cruciale che hanno svolto gli Stati come capitalisti collettivi – con tutte le onnipresenti funzioni che in precedenza ho descritto – nel corso del Novecento e in questi primi anni del Duemila, modificando radicalmente la fragilità originaria del capitalismo individuale e familiare, il suo “anarchismo” e la sua miopia progettuale e pianificatrice, risulta oramai obsoleta: e che, dunque, almeno su questo punto dovremmo essere d’accordo sul fatto che, pure in merito all’analisi del capitalismo, andare oltre Marx è una inevitabile necessità.

1 Piero Bernocchi, Benicomunismo, Massari Editore, Bolsena, 2012

2 P. Bernocchi, Oltre il capitalismo, Massari Editore, Bolsena, 2015

3 Nel mio saggio Oltre il capitalismo ho pubblicato anche i contributi di 19 militanti politici e sindacali che nel 2012 avevano partecipato, tra gli altri, come relatori/trici alle oltre 50 presentazioni del mio precedente volume Benicomunismo, tenutesi nelle principali città italiane. Questa citazione e le successive, laddove ad essi/e si riferiscano, sono tratte appunto dai loro contributi inseriti in Oltre il capitalismo.

4 P. Bernocchi, Benicomunismo, op. cit. p.24.

5 Ivi, pp.24-25.

6 M. Bakunin, Stato e anarchia ed altri scritti, Feltrinelli, Milano, 1968, pp.190-1.

7 Bakunin usa il termine “scienziati” sia in contrapposizione ironica alla terminologia di quei marxisti che si consideravano depositari del comunismo “scientifico”, volendosi distinguere dal comunismo o socialismo “utopistico” dei seguaci di Saint Simon , Proudhon e Owen; ma anche come equivalente del termine “intellettuali”, che appare più adeguato al nostro linguaggio odierno o, ancor più precisamente, nel senso di “politici intellettuali” che avochino a sé, in base alle proprie conoscenze “scientifiche” – o, per dirla con Kautsky e Lenin, essendo depositari della teoria rivoluzionaria – , il compito di dirigere e guidare il proletariato e le masse popolari.

8 M. Bakunin, op. cit., p.193.

9 P. Bernocchi, op. cit., p.37.

10 K. Marx – F.Engels, Manifesto del Partito Comunista, Editori Riuniti, Roma, 1971, pp.60-63

11 K. Marx, La dominazione britannica in India, in Marx-Engels, India, Cina, Russia a cura di B. Maffi, Il Saggiatore, 1961, p. 76. Il testo fu scritto da Marx per il New York Daily Tribune che lo pubblicò l’11 luglio 1853.

12 F.Engels, Il panslavismo democratico, in Marx-Engels, Opere complete, VIII, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 367. Il testo apparve sulla Neue Rheinische Zeitung del 15 febbraio 1849.

13 P.Bernocchi, op. cit., pp.72-3.

14 Ibidem, pp.67-8.

15 Ibid., pp.13-4.

16 K.Marx, Il Capitale, Libro terzo, Editori Riuniti, Roma, 1968, pp.458-9.

17 F.Engels, Anti-Dühring, Editori Riuniti, Roma,1968, pp.296-7.

18 Il positivismo è una corrente di pensiero diffusasi in Europa nella seconda metà dell’Ottocento che, di contro all’astrattezza delle teorie metafisiche, auspicava che la filosofia si occupasse della sistematizzazione dei prodotti teorici e dei risultati delle scienze sperimentali, senza che tali prodotti dovessero essere trasferiti su un piano di astrazione filosofica, ed evitando che la realtà sperimentabile divenisse lo strumento per cogliere entità metafisiche presunte. Il fondatore del positivismo è comunemente considerato il francese August Comte.

19 Franz Mehring (Schlove, 1846 – Berlino 1919) iniziò la carriera politica nell’Associazione generale degli operai tedeschi di Lassalle, e dopo un periodo di collaborazione con giornali nazional-liberali, tornò nella socialdemocrazia dirigendo la Leipziger Volkszeitung e schierandosi prima con l’ala sinistra del Partito socialdemocratico e successivamente, durante la Prima guerra mondiale, avvicinandosi alle posizioni di Rosa Luxemburg ed aderendo alla Lega Spartachista. Come scrittore è considerato uno dei maggiori storici della socialdemocrazia e del movimento operaio tedesco, oltre ad aver tentato di dare basi adeguate ad una sorta di estetica marxista, analizzando la letteratura tedesca con i criteri del materialismo storico.

20 Valentino Gerratana, Introduzioneall’Anti-Dühring, op.cit., pp.VIII-IX.

21 F.Engels, Carteggio Marx-Engels, vol. VI, Edizioni Rinascita, Roma 1953, p.227.

22 V.Gerratana, op. cit, p.X.

23 Ibidem, p.XII.

24 Ibid.

25 Antonio Labriola (Napoli, 1873-1959), economista e politico socialista, fu tra i leader del sindacalismo rivoluzionario italiano, sulla scia dell’anarcosindacalismo francese, ma poi passò a posizioni molto più moderate come deputato socialista nel 1910 e addirittura schierandosi, allo scoppio della Prima guerra mondiale, con l’interventismo. Ministro del Lavoro nel governo Giolitti (1920-1921), scrisse vari libri di storia delle dottrine economiche, ottenendo la cattedra di Economia a Messina nel 1926, da cui poi fu allontanato dal regime fascista che lo costrinse all’esilio. Rientrato in Italia , terminata la guerra venne reintegrato nella cattedra universitaria e fu senatore tra il 1948 e il 1953, continuando a scrivere vari testi di economia e politica.

26 V.Gerratana, op. cit. p.XIII.

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