Alla fine, dopo un crescendo “wagneriano” di minacce e intimidazioni, è
accaduto quanto si temeva: Trump ha aggredito il Venezuela, la Delta
Force ha fatto prigionieri Maduro e la moglie e li ha deportati negli
Stati Uniti dove Maduro verrà processato per non meglio precisati “reati
legati al narcotraffico”. Voci dell’opposizione interna dichiarano che
il rapimento sarebbe stato concordato con una parte del governo
venezuelano: e l’ipotesi è realistica, visto che un’operazione del
genere, senza complicità interne, appare davvero altamente improbabile.
C’è addirittura da mettere in conto che Maduro stesso, vista la mala
parata preannunciatagli da Trump, abbia preferito fare la stessa scelta
di Noriega a Panama, a suo tempo: meglio un carcere negli Usa, magari a
tempo, che una brutta fine a Caracas, una volta capito che Trump
intendeva impadronirsi del paese e del suo petrolio, gestendolo fino al
momento di poterne affidare la conduzione ad un governo amico.

Ma, al di là di queste mie opinabili ipotesi su complicità e connivenze
interne al regime venezuelano, mi interessa qui soprattutto sottolineare
una questione di portata più ampia. Negli ultimi tempi le aree putiniane
italiane (e non solo) avevano salutano con una certa soddisfazione
l’asse (politico ma anche di possibili condiderevoli affari economici
comuni), consolidatosi settimana dopo settimana a partire dal
“famigerato” incontro in Alaska, tra Trump e Putin e in particolare
l’intenzione del governo USA di abbandonare al proprio destino l’Ucraina
e lasciarla in balia dell’aggressione russa, nonchè di scontrarsi sempre
più apertamente con l’Unione europea, che addirittura in una
significativa area della sinistra filorussa, istituzionale o
conflittuale, veniva oramai considerata l’area più “guerrafondaia” in
circolazione. Insomma, i nostri putiniani avevano preso maledettamente
sul serio l’apparente volontà “isolazionista” trumpiana, interpretandola
come se essa comportasse una sorta di “neo-pacifismo” statunitense, in
ipotetica rottura con l’idea tradizionale di essere “il gendarme del
mondo”.

Gli sciagurati non avevano voluto capire che l’asse Trump-Putin è
lontano mille miglia dal voler ricercare un nuovo “multilateralismo
pacifico” ma è invece un tentativo di riproporre una rinnovata Yalta,
una nuova prospettiva di spartizione del mondo a due (o meglio a tre,
anche se il rapporto con la Cina è ancora tutto da definire con
precisione). Spartizione, magari sottoscritta nel suddetto vertice a due
in Alaska, che con alta probabilità ha concesso mano libera alla Russia
in Ucraina (e limitrofe zone europee), nonchè in Africa, in cambio di
altrettanta libertà di azione poltica e bellica per gli Stati Uniti nel
Centro e Sud America, senza trascurare gli appetiti verso ciò che sta a
Nord dell’America stessa (Alaska, Groenlandia). Dunque, in tale
prospettiva, che non mi pare affatto fantasiosa, gli Usa mollerebbero
progressivamente l’Ucraina e la Russia, dopo una inevitabile fase di
protesta formale, mollerebbe non solo il regime venezuelano ma anche con
buona probabilità persino la “copertura” ad esempio a Cuba e Nicaragua
nel caso di ulteriori aggressioni politico-belliche statunitensi (e, in
tale quadro, magari lo stesso Putin avrebbe potuto consigliare al
disastroso distruttore dell’eredità di Chavez, al suo minimo di consenso
e popolarità, una “resa onorevole”).

Ora i putiniani esprimeranno la loro indignazione per l’aggressione
trumpiana, di certo condannabile ma non ignorando, come invece essi
faranno, quanta complicità putiniana ci sia in questa azione. Insomma,
l’abbandono dell’Ucraina da parte di Trump e quello del Venezuela da
parte di Putin sono facce della stessa orrenda medaglia, quello di due
imperialismi che confliggono ma al contempo possono collaborare e fare
pure affari comuni a seconda delle convenienze. Almeno come sinistra
conflittuale e antimperialista, cerchiamo di non dimenticarcelo più,
come purtroppo è accaduto ultimamente più di una volta: non c’è un
imperialismo più “buono” o meno guerresco dell’altro e noi dobbiamo
mantenere sempre analoga opposizione ed ostilità nei confronti di entrambi.

Piero Bernocchi