Devo ammetterlo: sono particolarmente contento e, permettetemelo, orgoglioso di quello che in questi giorni stiamo facendo come COBAS nella scuola. Mentre organizzazioni “antagoniste” disdicono iniziative all’aperto e al chiuso nel Nord Italia, mentre sindacati grandi e piccoli fanno lo stesso e alcuni hanno bloccato addirittura la consulenza in varie sedi nordiche, noi non solo ribadiamo le nostre iniziative pubbliche locali ma addirittura rilanciamo a livello nazionale. Abbiamo confermato e stiamo svolgendo i corsi di preparazione al concorso precari in ben 22 sedi, coinvolgendo circa 1500 docenti; svolgeremo convegni CESP  (il Centro Studi Scuola pubblica, la struttura culturale, di formazione e aggiornamento dei COBAS) provinciali e regionali il 19 marzo a Milano, il 20 marzo a Brescia e a Firenze, il 27 marzo a Torino. In aggiunta, effettueremo il convegno nazionale sul precariato a Roma il 28 marzo e, sempre a Roma, il 18 aprile il Convegno su Invalsi, valutazione e competenze. E sullo sfondo abbiamo lo sciopero nazionale della scuola del 7 maggio da noi convocato martedi scorso, mentre la sede COBAS confederale di Milano è attiva regolamente dal lunedì al venerdì, e parimenti aperte e funzionanti sono tutte le nostre altre sedi in Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna, oltre ovviamente a quelle del Centro-Sud.
Di fronte al dilagare di un panico del tutto sproporzionato alla realtà, consapevoli che la realtà percepita per le grandi masse conta più che la realtà-realtà – alla quale spesso non hanno manco accesso, disperse nel trash social e nel martellamento massmediatico – dobbiamo curare come la luce degli occhi quantomeno quelle minoranze che hanno ancora in massima cura la razionalità, i dati oggettivi e verificabili, la socialità, la solidarietà, il bene comune e il vivere associato per cambiare in meglio le cose. Tanto più in luoghi massimamente deputati a far prevalere e a diffondere la razionalità, i dati scientifici e la realtà oggettiva, come dovrebbe essere la scuola pubblica, ove si forma – o si dovrebbe formare se la scuola assolvesse davvero alla sua funzione primaria – in buona parte il pensiero di milioni di giovani. E’ stata questa, soprattutto, la molla che mi ha spinto a scrivere La Wuhan de noantri, ancor più che il desiderio di diffondere un pezzo di, spero, buon giornalismo. E con lo stesso intento qui fornisco alcuni ulteriori dati statistici e notizie dell’ultima (o penultima) ora, ricavati non da siti farlocchi o cazzeggi social ma da fonti rilevanti cone l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), l’Istat e altri analogamente significativi.
1) Mi ero domandato come valutare le morti attuali in Italia (in media 3 al giorno) per complicazioni partite dal coronavirus (o di cui è stato un co-fattore) rispetto alle più generali morti per malattia nel Paese. Stranamente, nel sito dell’ISS ho trovato (forse non ho fatto una ricerca adeguata) solo le statistiche sui morti di malattia over 65. Negli ultimi anni sono stati in media 240 al giorno sul territorio nazionale. Ma avendo escluso la mortalità infantile, gli under 65 morti per infarto o patologie cardiovascolari, circolatorie e respiratorie, per tumori, inquinamento, fumo, alcool o infezioni e influenze varie, non credo di forzare i numeri dicendo che si dovrebbe arrivare intorno ai 350 al giorno. In altri termini, i suddetti tre morti al giorno, associati al coronavirus, sono meno di un centesimo del totale dei morti quotidiani di malattia in Italia.
2) Il secondo dato è di ieri e riguarda la presunta “estrema contagiosità” del virus. Avevo già riportato in La Wuhan “de noantri” la testimonianza del medico che, asintomatico, aveva frequentato per una settimana , a stretto contatto, decine e decine di persone, familiari ovviamente compresi, nessuno/a dei quali è risultato infettato/a. Ma, appunto ieri, è uscita la notizia che i tre malati di Civitavecchia, peraltro anch’essi praticamente senza sintomi, pare non abbiamo contagiato nessuno. Sono stati fatti i tamponi a 51 persone che più sono state a contatto, e sono risultati tutti negativi. D’altro canto c’è un elemento inconfutabile: se i malatti conclamati, dopo probabilmente settimane (alcuni/e virologi parlano addirittura di un mese e mezzo) di circolazione del virus, sono a tutt’oggi circa 1800 mentre l’anno scorso l’epidemia influenzale ha colpito 5 milioni e mezzo di persone, quand’anche la cifra attuale si decuplicasse, sarrebbe sempre irrisoria rispetto ai numeri delle “tradizionali” epidemie influenzali.
3) Anche la percentuale di mortalità viene clamorosamente confutata da specialisti e politici, che probabilmente, preso atto del tracollo economico catastrofico in atto, trovano quella spinta a fornire dati reali che è mancata loro quando temevano di essere accusati di contribuire alla diffusione del contagio. L’assessore alla Sanità della Lombardia (mentre l’intera giunta veniva messa “in osservazione”) ha detto che tra i casi verificati nella propria regione ben il 50% sono asintomatici. E cioè non solo non hanno la febbre ma spesso manco un banale raffreddore o rinite o mal di gola. Il che significa che gli infettati/e sono, assai probabilmente, molti di più di quelli conclamati. Oggi Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica molecolare del CNR di Pavia ha dichiarato, tra le altre cose, “Forse per ogni caso rintracciato ce ne sono due che non scopriamo“. E’ probabile che parecchie migliaia di persone nemmeno si siano accorte di avere qualcosa o comunque lo abbiano attribuito ad una banale e “morbida” influenza, al punto da non sentite la necessità di andare dal medico e tantomeno in ospedale. Il che ci fa presumere che quel 2% di morti, calcolati sui malati conclamati, sia nettamente superiore al reale, e probabilmente sia molto inferiore all’1%, costituito comunque, nella quasi totalità, da portatori di gravi malattie pregresse o di quella “tara” ineludibile che è la vecchiaia avanzata. Che è poi quanto ha scritto il 28 febbraio scorso l’autorevolissimo New England Journal of Medicine: ” Se assumiamo che il numero dei casi asintomatici sia molto più alto dei casi riportati, allora il tasso di mortalità potrebbe essere considerevolmente inferiore all’1%“. Ricordo di nuovo, poi, che nel 2017 di “normale” influenza senza complicazioni particolari sono morte in Italia (dato Istat) 663 persone ma se si tiene conto delle complicazioni polmonari, cardiovascolari e tumorali si arriva alla ragguardevole cifra di circa 8 mila. Mentre qui ed ora siamo di fronte ad un numero enormemente inferiore, 52, e per giunta con il decisivo punto interrogativo, posto domenica scorsa da Borrelli, capo della Protezione civile, secondo il quale “occorre precisare che la dipendenza di questi decessi da coronavirus non è ancora stata accertata per nessuna di queste morti“.4) Il vero punto grave, allarmante e drammatico, è invece quello della pesante insufficienza degli ospedali italiani a garantire il ricovero in terapia intensiva per quella minoranza (inferiore al 5% effettivo, ma non irrilevante) di pazienti con gravi patologie pregresse o assai in là con l’età che hanno, e avranno, bisogno di terapie e cure speciali, che oggi il sistema ospedaliero, falcidiato dai tagli economici e strutturali nell’ultimo ventennio, dalle privatizzazioni e dalla sciagurata frammentazione regionale, non è affatto in grado di garantire per numeri significativi. Ma su questo tema non posso far altro che rimandarvi a quanto scritto dai nostri COBAS della Sanità e che ho riportato ampiamente nello scritto precedente sulla Wuhan “de noantri“. 5) Infine è da segnalare che, dopo le anticipazioni di sabato, fatte dal presidente dell’Ordine dei biologi, sulla possibilità che in Italia sia intervenuto un virus influenzale diverso dal Corona, sempre ieri è venuta una dichiarazione di analogo tenore dall’ospedale Sacco di Milano: che cioè il virus da loro isolato apparirebbe diverso (lo hanno dato per molto probabile, non per certo al 100%) da quello “cinese”. E dunque un’epidemia “autoctona” (partita dalle zone di alcuni allevamenti lombardo-veneti) starebbe procedendo di pari passi a quella proveniente dall’estero, seppure non vada escluso – è un’ipotesi avanzata oggi anche del professor Maga già citato – che si sia inserito anche un ceppo “mutante” del Coronavirus originario.

Piero Bernocchi

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