Tra le leggende metropolitane più diffuse a proposito del ’68, una delle più pervicaci e infondate è quella che le leadership di allora avrebbero imposto un processo inarrestabile di banalizzazione dell’insegnamento, mentre intendevano combattere contro la scuola classista e “la selezione di classe”: e come emblema di questo supposto degrado qualitativo viene quasi sempre richiamato il mito del cosiddetto 6 politico o, nella versione universitaria, del 18 politico, ossia la richiesta programmatica, da parte del movimento del ’68, della facilitazione massima degli studi mediante la soppressione di fatto di esami, bocciature, votazioni differenziate e “gerarchiche”. In realtà basterebbe uno sguardo anche superficiale alla pubblicistica del movimento del ’68 per verificare come non esista traccia alcuna di richieste di presunti 6 o 18 politici, magari anche solo perché le leadership di allora avevano una solida cultura di base, una formazione intellettuale media impensabile  per i ventenni d’oggi, una capacità di espressione nettamente superiore a quelle di gran parte del ceto politico odierno e in generale un curriculum scolastico che li aveva visti uscire dai licei (in prevalenza) con medie almeno tra i 7 e gli 8 decimi e approdare all’Università disdegnando i voti inferiori ai 30 trentesimi.

In realtà il ’68 non voleva affatto una scuola più “facile”, e men che meno cialtronesca come spesso è stata ed è quella degli ultimi venti anni, dopo il trionfo dell’insulso aziendalismo scolastico. Anzi, ne voleva un elevamento qualitativo, un arricchimento culturale che però si affrancasse dai limiti di un elitismo classista – con il liceo classico come modello educativo preponderante – che offriva le scuole migliori ai giovani già privilegiati per classe e ceto, e riservava una scuola-manovalanza, a tasso culturale ben più basso, per i figli dei ceti popolari. Ed è ancor più falso che sia stato il ’68 a iniziare la demolizione dell’autorevolezza dei docenti. In realtà nei loro confronti il conflitto riguardò soprattutto la qualità e i contenuti dell’insegnamento, dei sottintesi culturali, delle letture della storia e dell’attualità, dei temi delle materie: ma non ci fu affatto, se non in casi sporadici e isolati, una volontà di immiserimento o di umiliazione del ruolo. A cui invece stiamo assistendo con sempre maggiore preoccupazione e indignazione in questi ultimi tempi, tra docenti fisicamente aggrediti da studenti e genitori e mobbing sempre più asfissianti da parte di famiglie del tutto immedesimate nella parte della clientela arrogante che vorrebbe poter arrivare, in difesa cieca dei propri pargoli, alla diretta resa dei conti con gli insegnanti, in una logica da “alla prima che mi fai, ti licenzio e te ne vai”.

Non solo aggressioni fisiche e verbali del genere non si verificarono affatto durante il ’68, allorché le contestazioni vennero indirizzate soprattutto verso le strutture e l’istituzione, in quanto ritenuta classista, e non contro i singoli docenti, ma negli anni successivi proprio tra gli oppositori della “scuola di classe” si sono poi registrati i maggiori afflussi verso l’insegnamento, dalle Elementari all’Università. Ed è stata proprio questa generazione di “contestatori” (tra cui il sottoscritto) scesa in campo come movimento antagonista tra il ’68 e il ’77 e poi entrata nella scuola per insegnare, che più si è battuta nell’ultimo ventennio – con i COBAS in primissima fila – contro la distruttiva scuola-azienda imposta a partire dalla sedicente “autonomia scolastica” di Berlinguer e del primo governo Prodi, ed in generale contro l’immiserimento materiale e culturale di quel vero e proprio presidio di civiltà che è, o che dovrebbe essere, l’istruzione pubblica.

                                          

I lettori e le lettrici di questo sito avranno modo – se dotati della pazienza necessaria per destreggiarsi tra la straripante mole di materiale (che coprirà, quando il sito sarà completato, mezzo secolo di mia attività politica, sindacale, sociale e culturale) – di aver chiaro perché trovo del tutto fuori luogo la definizione del sottoscritto come sessantottino non pentito. In verità, l’etichettatura per annata, simile a quella dei vini, è del tutto artificiosa perché il ’68 è stato per me solo l’anno di inizio di un percorso (peraltro il mio impegno politico era iniziato due anni prima) che non ha fatto distinzioni o cesure tra un anno e l’altro, tra un movimento e un successivo, tra l’attività politica e quella sindacale, tra il sociale e il culturale, tra l’agire quotidianamente per cambiare in meglio le cose aiutando i più disagiati e indifesi e il cercare di offrire una lettura del mondo, teorica, filosofica e culturale, quanto più possibile aderente alla realtà e ai progetti di trasformazione positiva dell’esistente. E il 2018 per me, qui ed ora, non va tanto segnalato e ricordato come il cinquantennale del ’68 ma come l’anno del trionfo del governo, egemonizzato dalla Lega di Salvini, più di destra, reazionario, razzista e xenofobo del dopoguerra italiano, al quale fin dal primo giorno ho dichiarato la più profonda ostilità politica, sindacale, sociale, intellettuale e morale. Dando seguito a quello spirito generale che mi ha guidato da 52 anni in un percorso conflittuale che ho cercato di sublimare in uno scritto che fa ricorso alla mitologia, e più precisamente ai miti di Sisifo, Icaro e Dedalo. Ed è appunto a tale scritto che troverete qui in homepage, rimando chi di voi sarà interessato/a a capire meglio tale spirito e il senso generale del mio percorso di più di mezzo secolo.

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