Infine, è il caso di affrontare l’ultima – ma non in ordine di importanza – “imputazione” contro il ’68, quella di aver dato il contributo fondamentale allo svilimento della scuola e del ruolo degli insegnanti: accusa certo abbondantemente prevedibile, essendo il movimento nato proprio nella scuola e gestito e diretto per la quasi totalità da studenti. Prima di sottolineare la vacuità di questa accusa, è doveroso segnalare come in realtà il movimento del ’68 e ancor più i movimenti degli anni seguenti abbiano via via marginalizzato le tematiche conflittuali relative alla scuola e all’intero processo educativo pubblico, con il trasferimento in massa, armi e bagagli, dei militanti sul terreno dell’avanguardia rivoluzionaria complessiva, con il ruolo di presupposta guida delle lotte anticapitalistiche e antisistema, ritenute di qualità superiore ai possibili conflitti interni al mondo dell’educazione e della formazione. Guardando le cose dalla prospettiva odierna, appare chiaro come quel trasloco, che pure estese e allungò la conflittualità anti-sistema ben più che in qualsiasi altro paese europeo o occidentale, troncò di netto una corretta auto-identificazione del proprio ruolo sociale e delle proprie prospettive economiche e strutturali da parte di milioni di studenti. Il paradosso è che tale disidentificazione avveniva proprio mentre nell’educazione/formazione e nelle figure tradizionali del lavoro mentale si annunciavano trasformazioni epocali che avrebbero richiesto ben altra attenzione proprio da parte di coloro che ne erano più direttamente coinvolti. La vistosa estensione della scuola di massa, infatti, era inserita all’interno di un processo epocale di “proletarizzazione” e massificazione del lavoro intellettuale, così come era accaduto nell’Ottocento per il lavoro manuale di artigiani e contadini trascinati in fabbrica a fornire forza-lavoro “astratta”, cioè priva delle identificazioni e dell’autonomia del mestiere precedente.

Si andava preparando una vera e propria mutazione genetica del lavoro mentale, con la riduzione a intellettuali-massa dei protagonisti di centinaia di lavori mentali indipendenti, fino ad allora garantiti e ben retribuiti. Forse le avanguardie più coscienti e sensibili percepirono la trasformazione imminente e vi si ribellarono ma – a differenza ad esempio del movimento del ’77 che mise invece questa tematica al centro del proprio operare insistendo sul conflitto tra garantiti e non garantiti – invece di agire su questo terreno riconoscendosi come apprendisti di un futuro lavoro mentale flessibile, precarizzato e immiserito, preferirono tentare la mutazione in avanguardia politica complessiva. Recuperando  e rilanciando così proprio quel politicismo che il ’68 aveva contestato, e cercando di issarsi sulle spalle di una classe operaia che si riteneva forza assai più decisiva della intellettualità “piccolo borghese”,  proprio mentre essa in realtà, come le vecchie lampadine ad incandescenza, brillava di più perché la “resistenza” del filamento si stava logorando e la maggior luminosità segnalava solo che stava per bruciarsi come presupposta “classe rivoluzionaria”.

In tal senso, le influenze del ’68 e dei movimenti del decennio rosso sulla scuola e sul ciclo educativo sono state per lo più indirette, con le scuole quasi sempre usate come avamposti di una generale lotta anti-sistema: e pur tuttavia sono di certo state rilevanti perché, però, hanno incrociato una forte spinta di sistema all’espansione della scuola di massa, richiesta da un apparato economico che necessitava, a fini produttivi, di una diffusa crescita dell’istruzione, unificata sul territorio nazionale, di milioni di studenti, futuri, necessari lavoratori/trici flessibili e adattabili. Come conseguenza di questa duplice azione, sinergica seppur sovente inconsapevolmente da parte delle avanguardie studentesche – per lo più affascinate dalla trasformazione dei leader delle scuole e delle università in tanti piccoli Lenin, alla guida di partitini, gruppi e collettivi politici – negli anni Settanta ci fu, esattamente al contrario di quanto accaduto in questi ultimi venti anni, il massimo sforzo statale, pubblico e sociale per l’espansione della scuola di massa, con il record di investimenti pubblici nell’educazione rispetto a tutta la storia dell’Italia Nazione, sforzo mantenuto poi costante fino alla fine degli anni Ottanta.

Basterebbe segnalare come, sul piano quantitativo, con un trend crescente di investimenti a partire dalla prima metà degli anni Settanta, intorno al 1987 lo Stato italiano su 100 lire di spesa globale ne dedicava ben 13,2 all’istruzione pubblica, mentre nel 2017, dopo un ventennio di calo continuo dei finanziamenti, tale investimento si é ridotto a 8,6 euro su 100. Ma, oltre al dato quantitativo, è facilmente dimostrabile la netta superiorità della qualità delle innovazioni, della ricerca di percorsi didattici ed educativi nuovi e della vitalità della scuola pubblica negli anni Settanta e Ottanta, proprio sull’onda della spinta “movimentista” del ‘68, rispetto all’attuale immiserimento culturale e sociale della scuola pubblica. Miseria educativa prodotta dalla catastrofica filosofia della “scuola-azienda”, dell’istruzione come servizio on demand per una “clientela” sempre più invadente, arrogante e aggressiva nei confronti di insegnanti ridotti a “servi della gleba” dequalificati, umiliati nelle proprie funzioni e prerogative, costretti a cercare di cavarsela con i minori danni possibili sotto la sferza di presidi-padroni, a loro volta timorosi dei capricci di “clienti”, che dal web e dai nefasti gruppi social pensano di poter oramai stabilire cosa sia meglio per i propri pargoli e come i docenti dovrebbero insegnare.

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