Insomma, gli Ego dovettero piegarsi , o comunque adattarsi, all’incombenza del Noi, che solo poteva imporre di fatto, con la pressione morale e psicologica, la militanza volontaria e gratuita per un lasso di tempo che per molti/e di noi coprì l’intero decennio rosso, restituendoci in cambio una scuola di vita, politica, sociale, culturale e morale che cambiò quasi sempre la nostra lettura del mondo, della realtà circostante, dei rapporti umani, della stessa antropologia. E offrendo alla società tutta un vistoso allargamento della democrazia, consentendo al lavoro dipendente, operaio e non, un significativo miglioramento di diritti e condizione economica, aumentando il tasso di democrazia nelle strutture pubbliche, nella scuola, nella sanità, persino nella magistratura e nella psichiatria, liberalizzando i costumi, i rapporti tra i sessi, gli stili di vita. Certo, è innegabile che una parte delle leadership di quegli anni, una volta subita la sconfitta dell’intero percorso “sessantottino”, abbia progressivamente messo a frutto quanto acquisito grazie ai movimenti e l’abbia utilizzato in tutt’altra direzione. Ma questo fa parte dell’andamento fisiologico dei mutamenti storici e del diritto di ognuno/a di cambiare idee, teorie, impostazioni di vita senza dover essere colpevolizzato (anche se sarebbe sempre di buon gusto non fare come quei preti spretati che, abbandonata la vecchia fede, si dedicano con la massima acrimonia ad aggredirla e a demolirla ancor più degli “infedeli” storici): e non può essere certo essere addebitato al ’68.

Di sicuro tra quel collettivismo sessantottino e l’attuale narcisismo di massa, caratterizzato dallo sbalorditivo dilatarsi degli Ego grazie soprattutto ai social – campo di battaglia ove milioni di individui si creano piccoli partiti personali, edificabili o smontabili a propria discrezione, senza alcun reale confronto collettivo, ruotanti intorno ad una moltitudine di mini-leader solipsisti e accecati dal bagliore dei like e dei mi piace, al punto da finire con il pensare che quella sia davvero la realtà – c’è non solo un abisso sociale, culturale e morale, ma, oserei dire, una vera e propria contrapposizione antropologica, una lontananza siderale di mondi, che rende risibili i paralleli o le presunte derivazioni di questo “cosmo” da quello.

Certamente il collettivismo del ’68 e del decennio rosso ha contribuito non poco allo svecchiamento dei costumi e alla loro liberalizzazione, ha messo in forte discussione non solo l’autoritarismo politico e sociale ma anche  l’autorità senza autorevolezza, in famiglia come nella scuola, nei posti di lavoro come nelle istituzioni; ha contestato il patriarcato, il dominio maschile nella società e la subordinazione femminile (ma questo solo a partire dai primi anni Settanta grazie al femminismo e non nel ’68, quando il movimento fu monopolizzato da leadership maschili), l’omologazione coatta dei comportamenti sessuali, l’interferenza religiosa e vaticana nelle attività statali e nei diritti civili. Ma tale influenza non va esagerata e soprattutto non va sottovalutato come la liberalizzazione della vita civile si è avvalsa delle grandi trasformazioni indotte, a partire dai primi anni Ottanta, dal capitalismo neoliberista, lo strumento più efficace nell’indurre nuovi costumi che esaltassero il ruolo dell’individuo-consumatore.

Basterebbe pensare al grande ruolo svolto nelle trasformazioni culturali e sociali dalle TV private, berlusconiane soprattutto, fin dai primi anni Ottanta, il modello di “Drive In”, della “Milano da bere”, del consumismo trionfante e gioioso, che in pochi anni mise all’angolo l’idealismo collettivista e solidale dei movimenti, già in crisi radicale a causa dello scontro armato tra lo Stato e il brigatismo residuale, che toglieva l’acqua e l’ossigeno ai “pesci” movimentisti. E d’altra parte basterebbe gettare uno sguardo alla Spagna, paese la cui gioventù non solo non ha conosciuto il ’68 ma ha vissuto più della metà degli anni’70 sotto la cappa plumbea del fascismo franchista: e che pure oggi sul piano dei diritti civili e dei costumi è decisamente più avanti di una Italietta tornata sfacciatamente in questi ultimi anni – e in maniera galoppante ora, sotto l’egida del governo Lega- Cinque Stelle, il più di destra e reazionario del dopoguerra – ultraconservatrice, ultramoderata e tenuta incollata, come quasi sempre nella sua storia, dal trasformismo, dal gattopardismo del “cambiare tutto per lasciare tutto uguale” e da un dilagante familismo amorale che rende ridicolo ogni lamento sulla “fine della famiglia e del matrimonio”, solo per il fatto che anche gay e lesbiche desiderano ed esigono, in buona parte, di potersi sposare e mettere su famiglia.

                                         

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