Per il movimento del ’68, l’uso della forza/violenza non fu mai un fine, esso nacque e si espanse senza intendere ricorrervi, a meno di considerare violenza l’occupazione delle Università: e in questo è stato mille miglia distante dal brigatismo armato. Fu lo Stato, il governo e in ultimo la polizia a rompere/impedire la pacifica espansione del movimento, a partire da Valle Giulia e con una sequela ininterrotta di interventi violenti: e da lì nacque per reazione il tentativo di usare la forza per difendere gli spazi conquistati, fisici e politici. Però, questo uso della forza conservò sempre caratteristiche radicalmente diverse non solo da quelle dei “partiti armati”, ma anche da una certa esibizione forzuta che, pur non confondendosi con il terrorismo, introdusse, fin dalla nascita dei principali partitini della Nuova Sinistra, una variante a volte distorta dell’uso della forza. Nel movimento del ’68 l’uso della forza fu prassi essenzialmente difensiva, finalizzata a garantirsi il diritto di espressione della propria volontà e la possibilità di manifestare liberamente, di collegarsi ad altri settori sociali. Per di più anche questo uso della forza per autodifesa dovette sempre passare al vaglio di un movimento di massa che ne limitava gli eccessi o usi impropri, valutando sempre se quel singolo atto avrebbe allargato o ristretto le potenzialità del movimento. Dunque, una impostazione lontana sideralmente dalla violenza  programmatica e omicida, senza alcun controllo di massa, senza alcun rapporto né qualitativo né quantitativo tra i mezzi e i fini, tipica dell’azione dei gruppi armati clandestini degli anni successivi.

E malgrado alcune deviazioni “violentiste” di settori dei movimenti degli anni’70, malgrado alcune simpatie e tolleranze ricevute dalle formazioni armate nella seconda parte degli anni’70, non va mai dimenticato che quando il brigatismo esplicitò le sue forme terroristiche in modo eclatante con l’uccisione di Aldo Moro, preceduta dalla strage della sua scorta, le simpatie e le contiguità si esaurirono rapidamente, e il “mare” in cui i brigatisti/e si vantavano di nuotare si rivelò un piccolissimo stagno senza vie di fuga. Cosicché, gli apparati statali lasciarono agire ancora per un po’ i pochi armati (mai cancellare il fatto che su milioni di giovani coinvolti nei movimenti del decennio rosso non più di un migliaio mantenne la scelta brigatista dopo l’”operazione Moro”, cioè, più o meno, l’1 per mille di un’intera generazione politica) utilizzandoli cinicamente per distruggere ciò che restava dei movimenti, per poi spazzarli via in due o tre anni.

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Se dunque l’attribuzione di responsabilità dirette al movimento ‘68 (e al suo decennale seguito movimentista) nella filiazione della lotta armata terroristica è il più grave, il più eclatante e il più ignobile – per le conseguenze che ha comportato per decenni e che ancora pesano (e peseranno) sulle lotte sociali in Italia – dei falsi storici che gravano sul ’68, non ha però meno rilevanza ideologica, filosofica e culturale l’accusa, altrettanto insistente, al ’68 e ai movimenti sociali connessi di aver diffuso in tutti gli ambiti della società una sorta di individualismo senza freni, narcisista e anarcoide, basato sul culto di un Ego vorace di diritti ma del tutto incapace di accettare doveri: e di aver dunque determinato progressivamente nella società italiana (ma analoghe accuse si possono ritrovare nei mass-media di vari altri paesi occidentali in queste settimane), con il trionfo dell’Io sul Noi, la fine di ogni principio di autorità e l’anarchismo diffuso nella società, priva oramai di regole condivise e accettate.

Sostenere che il ’68 abbia dato la stura al dominio dell’individualismo, del narcisismo, dell’auto-centratura, alla vittoria dell’Io sul Noi, è falso storico altrettanto clamoroso di quello sulla connessione ’68-terrorismo. Casomai al ’68 e ai movimenti degli anni Sessanta e Settanta si potrebbe fare la critica opposta, quella di un eccesso di collettivismo, di una prevalenza secca, a volte quasi asfissiante, del Noi sull’Io, spesso e volentieri sacrificato alle esigenze collettive. Il volontariato e la militanza corale, gratuita, continua, nel corso di un intero decennio non hanno precedenti in tutta la storia italica: e si sono realizzati grazie ad una fusione di massa, solidale anche nei momenti di forti scontri, che obbligava costantemente l’Io a subordinarsi alle volontà e alle decisioni collettive. Anche la vita privata non poteva prescindere da quella pubblica/politica di gruppo, o quantomeno non poteva contraddirla palesemente: e lo stesso leaderismo, che certamente ci fu, dovette sempre passare al vaglio (tranne rare eccezioni, presto marginalizzate e ridicolizzate) del giudizio pubblico, collettivo.

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