Seppur non è facile stabilire una graduatoria organica di insensatezza e strumentalità di tali “imputazioni”, almeno il primo posto lo possiamo assegnare – non fosse altro che per le pesantissime implicazioni che ha comportato, in termine di vittime umane e di disastri politici, il terrorismo brigatista – all’equiparazione tra il movimento del ’68, con i suoi prolungamenti conflittuali negli anni Settanta, e la cosiddetta “lotta armata” brigatista: insomma, il demenziale assioma “si comincia scontrandosi con i poliziotti a Valle Giulia e si finisce con gli ammazzamenti di Moro e la sua scorta”. Potrei limitarmi a riprendere un paio di brani che scrissi nel 1998 in Per una critica del ‘68 sul tema dell’uso della forza e della violenza nel movimento, che costituiscono un po’ una sintesi del mio pensiero a proposito di questo insano accostamento tra pratiche “forzute” dei movimenti nel decennio rosso e terrorismo brigatista:

Uno dei giorni più belli della mia vita politica è stato forse il 1° marzo ’68. Quella mattina a Valle Giulia, davanti alla facoltà di Architettura,vedemmo per la prima volta la schiena dei poliziotti, i quali, dopo averci caricato a freddo, risalivano affannosamente la collinetta e le scalinate della facoltà. Non eravamo più noi a dover fuggire inseguiti dalla violenza della polizia o dei carabinieri: dopo anni di soprusi, le arroganze del potere, seppure per un istante, venivano piegate dalle ragioni di un movimento libertario. Sono ancor più certo, però, di quale sia stato invece il giorno più brutto: il 9 maggio 1978, data dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Quel giorno, tutti coloro che in Italia, da sinistra, si erano battuti per anni contro il potere economico e politico, dovettero prendere atto, con dolore immenso, che il ‘decennio rosso’ veniva tragicamente sconfitto e si aprivano anni davvero bui per l’anticapitalismo italiano”.

Tra i militanti del ‘partito armato’, alcuni si sono venduti in maniera ignobile, tirando in carcere i compagni. E non dopo torture ma dopo qualche settimana di ‘normale’ detenzione; altri sono usciti grazie a ‘dissociazioni’ più o meno umilianti e si sono messi a diveggiare, a cercare di diventare macchiette da talk-show, sceneggiatori o scrittori specializzati in terrorismo, pensando che in Italia anche la figura del ‘terrorista pensionato’ avrà un futuro; altri infine, davvero pochi/e però, hanno conservato una dignità dentro e fuori dal carcere. Ma nessuno/a, davvero neanche uno/a, ha fatto la cosa più utile e coraggiosa; e cioè dire: eravamo una sparuta minoranza rispetto alle centinaia di migliaia ‘in movimento’ (e ai milioni, se guardiamo a tutto il ‘decennio rosso’); sapevamo di agire in contrapposizione alla gran parte di essi e non ci faceva né caldo né freddo; eravamo coscienti che non c’era alcuna base di massa per la lotta armata, tant’è che l’abbiamo realizzata solo con attentati, uccisioni e rapimenti di singoli esponenti del potere, cioè con quella attività che, nella tradizione del movimento operaio, si è sempre chiamata terrorismo”.

Insomma, l’idea-dogma che i poteri economici e politici e gran parte dei mezzi di informazione, in oggettiva convergenza con i brigatisti, pentiti o meno, hanno cercato di inculcare nelle nuove generazioni – e cioè che tra Valle Giulia e l’uccisione di Moro, tra il movimento del ’68 e il brigatismo, ci fosse filiazione diretta, che “questo” fosse la naturale conseguenza di “quello” – è uno dei più grossi falsi storici della storia moderna italiana che, peraltro, continua ad avere pesanti ripercussioni sulla agibilità dei movimenti e dei conflitti. Il monito che ha accompagnato sotto traccia sia l’esplodere del movimento no-global all’inizio di questo secolo sia i successivi movimenti conflittuali è stato, più o meno: “guarda il ’68 e guarda il terrorismo e capirai dove ti può portare il desiderio di lottare per cambiare le cose, di ribellarti, di opporti senza compromessi al potere; ma se non lo capirai e non ti piegherai, potrai essere trattato come un terrorista anche se non hai mai visto una pistola”.

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