Ciò che non mi induce a nessuna nostalgia “sessantottarda”, né a desideri di revival di quell’esperienza, e anzi me la fa considerare irrimediabilmente datata e, in tali forme e contenuti, irripetibile, è l’incompiutezza, anzi l’assenza, di un vero e significativo progetto di trasformazione sociale, economica e politica. Proprio mentre il “socialismo reale” ad Est, intorno alla Primavera di Praga, dava l’ennesima e oramai definitiva dimostrazione del proprio disastroso fallimento storico, noi non riuscimmo, e non solo in Italia, a delineare neanche un abbozzo di progetto post-capitalistico che non tentasse di abbellire, o radicalizzare, quel comunismo novecentesco oramai demolito nella coscienza di miliardi di persone dallo stalinismo terzinternazionalista. Cosicché, già dal ‘69 il movimento finì per frantumarsi in una miriade di partitini, gruppi e gruppetti, in gara per dimostrare di essere più a sinistra, più comunisti, più marxisti e più leninisti del PCI, e di rappresentare i migliori alleati e sostenitori della classe operaia, i migliori interpreti e paladini delle sofferenze delle classi sottomesse.

Questa scelta fu in primo luogo la conseguenza dell’incapacità di elaborare una nuova e originale strategia di trasformazione sociale e un modello di nuova società che fosse agli antipodi rispetto al  “socialismo reale”, da cui non si prendevano le distanze totali e radicali, spostando invece le illusioni sulla sua fattibilità dall’Urss e dai paesi dell’Est verso la Cina, il Vietnam, Cuba ecc. Ma il movimento del ’68 – che agì in Italia senza veri “maestri” e senza neanche una partecipazione sincera di un’intellettualità esperta e conoscitrice profonda della struttura sociale, ambientale, economica, territoriale – sapeva davvero poco del capitalismo per come si stava evolvendo e del funzionamento profondo della società italiana, con la conseguenza di non essere in grado di passare dalla denuncia alla proposta organica e a 360 gradi.

Basterebbe confrontare la produzione analitica propositiva (come funziona la produzione e come la si può cambiare, quali fonti energetiche siano possibili in luogo di quelle inquinanti, come curare l’ambiente invece di distruggerlo, quali alternative alla finanza onnivora, come ridurre significativamente gli orari di lavoro senza far crollare la produzione, come distribuire equamente i prodotti, come ridurre vistosamente la miseria nei tre quarti del mondo, come trattare e gestire i Beni comuni, il territorio, l’acqua, l’agricoltura, la scuola, la sanità, i trasporti ecc.) del ’68,  balbettante su gran parte di questi temi, e la messe straordinaria di materiali, idee, proposte partorite, soprattutto nel primo decennio del XXI°, dal movimento altermondialista (no-global) internazionale – dotato di un pensiero universale assai più forte, con ben altre capacità di analisi e progettazione – per capire l’insensatezza di nostalgie o riproposizioni di una strumentazione ideologica, politica e culturale irrimediabilmente datata, fuori luogo  quanto pretendere che il vinile e i giradischi (pur tornati di moda tra sofisticate élites negli ultimi anni) riprendano il posto oramai irreversibilmente occupato da CD, DVD, streaming ecc.   

                                                                ****

Ma, segnalata la mia distanza da speranze e velleità di impossibili ritorni al passato, o riedizioni  di esso, ancor più forti sono però i miei netti dissensi e lontananze rispetto allo stravolgimento spietato che del ’68 – e in generale del “decennio rosso” ’68/’77 che ne seguì e lo prolungò come in nessun altro paese al mondo -, dei suoi contenuti migliori e del suo spirito collettivo più profondo, ne hanno fatto, soprattutto nell’ultimo ventennio, i principali poteri economici, politici e mass-mediatici italiani, geneticamente intimoriti da qualsiasi contestazione di massa dell’esistente, e tenacemente impegnati a colpevolizzare il ’68 e i suoi pochi protagonisti non “pentiti”, attribuendo loro la responsabilità di quasi tutti i mali della nostra attuale società. L’elenco in tal senso è sterminato: il ’68 avrebbe provocato la violenza diffusa e il terrorismo brigatista; l’individualismo sfrenato, vorace di diritti e incapace di accettare i doveri; la fine del principio di autorità e l’”anarchismo” diffuso nella società, priva oramai di regole condivise e rispettate; l’abbattimento dei principi religiosi e della famiglia tradizionale; lo sconvolgimento dei rapporti tra i sessi, l’aborto di massa e l’incombente eutanasia di deboli e indifesi; il caos nella scuola con le famiglie che trattano i docenti come servi della gleba; il rifiuto delle competenze e degli “esperti”; la fuoriuscita dall’illuminismo e dalla primazia della razionalità e della verifica scientifica ed empirica: ed ho elencato soltanto i principali capi di imputazione.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui