Peraltro, il paradosso è che io non sono affatto un nostalgico del ’68, né lo vorrei vedere ripetuto pari pari. E per uno svariato elenco di motivi che, qualora interessati/e all’argomento, i frequentatori/trici di questo sito potranno approfondire nei miei testi teorici qui riprodotti, a partire proprio da quel “Per una critica del ‘68” che, fin dal titolo, la dice lunga sul mio atteggiamento generale sul primo grande movimento di cui sono stato partecipe e protagonista, al di là dei tanti e notevoli insegnamenti politici, sociali, morali e filosofici che indubbiamente ne ho tratto. Pur nella enorme pluralità dei temi e delle motivazioni che hanno sostenuto e ingigantito quello che è stato indubbiamente il più grande e diffuso movimento mondiale del dopoguerra insieme al movimento altermondialista del primo decennio di questo secolo, se dovessi sintetizzare in poche righe il senso più profondo di quel rivolgimento italiano e internazionale direi che il ’68 è stato un epocale atto di volontà, di forte soggettivismo politico e di potente accusa morale e culturale da parte di milioni di persone, in larga parte giovani o giovanissimi, basato su una convinzione profonda: il mondo così come si presenta non funziona e non è accettabile, distrugge più ricchezza di quanta ne crea, tiene in un’ intollerabile miseria i tre quarti dell’umanità, mentre avrebbe i mezzi materiali per il benessere di tutti/e; è un mondo che produce in continuazione ingiustizia sociale, insopportabili differenze di reddito, violenza, guerre incessanti, corruzione, sopraffazione.

Ma ciò che ha reso tale movimento così dirompente, e non solo in Italia dove effettivamente è stato il più longevo –  per un decennio, fino al 1977, con i suoi “prolungamenti” organizzati e la sua ideologia estesa – è che tale denuncia morale e ideologica nei confronti della struttura sociale ed economica dominante non venne fatta dipendere dalla stortura della natura umana o dal suo “peccato originale”, ossia da un dato immodificabile e a-temporale dell’esistenza: ma il movimento, in larghissima maggioranza, individuò nello specifico sistema di produzione capitalistico imperante, nella mercificazione globale a fini di profitto individuale, i responsabili universali della dissipazione della ricchezza materiale e sociale e della condanna ad un inferno terreno per la maggioranza degli/delle abitanti del pianeta. Dunque – concluse il movimento del ’68 – poiché tanta e tale ingiustizia è opera di una particolare organizzazione produttiva, economica e sociale, il mondo può e deve essere cambiato superando tale organizzazione!

Almeno per quel che riguardò l’Italia, un movimento che nella sua concezione della politica e nel suo agire quotidiano nei primi mesi sembrava subire influenze anarchiche, si ritrovò invece in breve tempo a proporre a centinaia di migliaia di giovani l’ossatura del marxismo e la lettura dei conflitti sociali come dipendenti dalla struttura classista della società, dal fatto cioè che alcuni settori sociali (classi, ceti ecc.) possono appropriarsi del lavoro altrui e ricavarne profitto grazie ai modi, appunto classisti, secondo i quali produzione e distribuzione sono organizzati, dando sostegno alla tesi fondante che il movimento comunista, egemonizzato dal marxismo e poi dal leninismo, aveva messo al centro del proprio operare: e cioè che l’antagonismo tra i gruppi sociali, ed in particolare tra borghesia e proletariato, scaturisca dalla divisione tra chi detiene la proprietà, o comunque il possesso effettivo, dei mezzi di produzione e coloro i quali, senza potere e senza proprietà, possono fornire per sopravvivere solo lavoro salariato, subordinato e per lo più indifeso.

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