E’ nuovo allarme democratico nella scuola, contro i test Invalsi. Si ribellano i ragazzi con lo slogan ‘Siamo studenti non numeri’. Li spalleggiano gli insegnanti dei Cobas, guidati dall’antagonista globale in servizio permanente Piero Bernocchi  classe ’47 e stessa pettinatura dai tempi di Valle Giulia (Il Foglio, 4 maggio 2016).

Sei il grande capo dei Cobas. Hai convocato lo sciopero per bloccare gli scrutini in tutte le scuole, sei nei titoli dei giornali ancora una volta. Con i tuoi 67 anni, gli ultimi 50 trascorsi a difendere i più deboli, potrebbe bastarti: e invece no, pensa Piero Bernocchi. Membro del Forum Sociale mondiale, ultimo incontrastato leader di piazza e di corteo, era a Valle Giulia quando le camionette della polizia sgommavano e poi non è più mancato (Fabrizio Roncone, Corriere della Sera, 18 maggio 2015).

E si potrebbe continuare a lungo, spigolando tra le centinaia di commenti sul mio ruolo politico, sindacale e sociale in mezzo secolo: l’epicentro dei giudizi riguarda l’”immutabilità fisica e politica“ di un militante politico giudicato anacronisticamente bloccato al ‘68, ad un avvenimento epocale ma oramai irrimediabilmente sorpassato dalla storia e dalla realtà. Solo che per affibbiarmi questa presunta “fissità”, i critici hanno dovuto evitare qualsiasi seria valutazione della mia produzione teorica e della mia attività di scrittore/saggista (una quindicina di libri, centinaia di saggi, migliaia di articoli). Infatti, i mezzi di informazione mi hanno disegnato, loro sì  imprigionati nella fissità, come “un leader refrattario, con coazione a ripetere, che non si rigenera”, “bloccato” e “prigioniero di un passato che non ha un presente”, ruotante a vita intorno al rimpianto di un ’68 che non ha mantenuto le promesse iniziali ma che, ciò malgrado, meriterebbe di essere riesumato e riproposto permanentemente.

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Però, in primo luogo tale immagine è in stridente contraddizione con la capacità, che pure gli stessi commentatori e analisti hanno finito assai spesso per riconoscermi, di potermi/sapermi ritrovare protagonista, per decenni, di movimenti, lotte ed organizzazioni assai diverse tra loro, in situazioni decisamente mutevoli e varie e di certo non di natura “sessantottina”, che hanno sovente messo in difficoltà il quadro politico e i partiti e sindacati esistenti. E in secondo luogo, un minimo di approfondimento sulla mia produzione teorica, filosofica, politica e culturale – dai primi libri sui movimenti, sul socialismo, sul capitalismo e sul ruolo della politica, fino alla complessa e, a parere di molti/e, originale e innovativa (e assai apprezzata, come si potrà verificare in altra parte del sito, dagli specialisti che vi si sono cimentati) elaborazione sul benicomunismo e su una possibile società postcapitalistica, radicalmente diversa dal “socialismo reale” – avrebbe facilmente consentito  di notare le profonde differenze teoriche, ideologiche e culturali (soprattutto nei riguardi del marxismo, della disastrosa parabola del socialismo novecentesco, del capitalismo contemporaneo, delle classi, del ruolo dello Stato, dei partiti, dei sindacati e dei movimenti) tra il Bernocchi protagonista del ’68 e degli anni Settanta del secolo scorso, e il portavoce dei COBAS e leader del movimento altermondialista/no-global nell’ultimo ventennio. Altro che “fissità”: si tratta di  differenze che smentiscono seccamente l’immagine di un esponente politico, sindacale e culturale immutabile, tenacemente ancorato alle idee, alle esperienze e alle modalità politiche e ideologiche del ’68 e degli anni Settanta del Novecento: una “immutabilità” presunta che oltretutto renderebbe inspiegabile quella grande adattabilità, che pure mi viene riconosciuta, a tutti i principali conflitti degli anni di questo secolo, che mi ha consentito di avere un ruolo rilevante nei movimenti, organizzazioni e lotte del XXI secolo come nei decenni precedenti.

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