Trump dà in escandescenze perchè non riceve il Nobel della Pace e scrive al premier norvegese Jonas Gahr Store la sentenza “Senza Nobel non mi sento obbligato a pensare alla pace“; o, nel suo discorso a Davos, dopo settimane di proclami sull’annessione della Groenlandia, chiama “Islanda” l’oggetto del desiderio: e riparte il coro sulle malattie mentali e fisiche di colui che gran parte dell’opinione pubblica considera il primo re nordamericano della storia. Che la psicologia di colui che si atteggia a sovrano di una monarchia assoluta, in preda a onnipotenza ultranarcisistica, sia sconcertante, per un paese sempre beatosi della propria democrazia, è indiscutibile. Pur tuttavia, i secoli abbondano di sovrani e dittatori per i quali il confine tra sanità mentale e follia appariva labile al “volgo”, tanto più che sovente essi giocavano sulla instabilità mentale, al fine di impedire agli avversari di prevederne le mosse. Cosicché, è saggio accantonare l’analisi clinica ed osservare non l’esteriorità dei comportamenti ma la sostanza delle azioni, perché, come ogni sovrano del passato, anche Trump è circondato da una corte fedele, la quale, malgrado la sudditanza, è in grado di incanalare deviazioni psicotiche in un orientamento politico razionale: orientamento che, da un paio di mesi, è stato codificato nel National Security Strategy of the USA, testo reso noto dal governo il 4 dicembre scorso per comunicarne la strategia planetaria. Il punto-chiave del testo è il rilancio della dottrina Monroe, ri-denominata dottrina Donroe (copyright New York Post), miscelando il cognome di James Monroe, quinto presidente USA, che la enunciò nel 1823 nel discorso sullo Stato dell’Unione, e il nome Donald di Trump, che l’ha aggiornata, usandola in particolare per spiegare l’aggressione al Venezuela.
Monroe, nel suo storico discorso, teorizzò, contro il colonialismo europeo, la supremazia degli Stati Uniti sull’intero continente americano, affermando che, da quel momento in poi, ogni interferenza europea nelle Americhe sarebbe stata considerata un attacco agli Stati Uniti. Il testo amplia la dottrina Monroe, rivendicando il dominio totale USA non solo sul continente americano ma anche sull’intero emisfero occidentale, definendo tale dominio “una condizione indispensabile per la nostra sicurezza e prosperità, che ci permette di imporci con sicurezza dove e quando necessario“. Con l’esplicita minaccia, rivolta ai “rivali” (Russia e Cina), di essere pronti ad impedire loro con ogni mezzo “di dispiegare forze che costituiscano una minaccia o di possedere o controllare risorse strategiche vitali nel nostro emisfero“. L’intervento in Venezuela è stato dunque l’avvio eclatante del principio Donroe. Il messaggio è : “Non permetteremo che il regime venezuelano continui ad essere testa di ponte di due potenze nostre avversarie, la Cina e l’Iran”; e questo anche al di là del controllo sulle ricchezze petrolifere del paese.
Le più immediate conseguenze della dottrina Donroe
Conseguentemente all’aggiornamento trumpiano di Monroe, gli Stati Uniti: a) disconoscono il concetto di occidente unito e alleato, non accontentandosi più di esercitarvi la storica egemonia ma puntando alla sua disgregazione, disinteressandosi della sua difesa; b) impediranno in ogni modo la penetrazione degli imperialismi rivali (Russia e Cina) nel continente americano, per riportarlo sotto il proprio assoluto controllo: ora il Venezuela (ove il regime può rimanere se si sottomette agli USA), ma il forzato “allineamento” incombe pure su Cuba, Messico, Colombia, Groenlandia e persino Canada; c) per quel che riguarda l’Europa, in base dell’esplicito disprezzo del trumpismo per la sua “passività e impotenza parassitaria“, per la sua “inaccettabile permeabilità” verso le ideologie woke, per la sua “indiscriminata e autodistruttiva“accoglienza dei migranti, l’intento è quello di fomentare la dissoluzione della UE, manipolando i sovranismi fascistoidi in circolazione. E nella manifesta ostilità all’Europa, non c’è in Trump-Vance solo contrapposizione ideologica o volontà di sottomissione politica, ma ancor più l’intento di destrutturare una pericolosa potenza economica che, qualora smettesse di baloccarsi con i più minuti interessi nazionalisti, costituirebbe una temibile concorrente, forte di un mercato unico più che doppio rispetto a quello USA e con un patrimonio di capacità in grado di oscurare l’egemonia USA ad Occidente. Perchè la dottrina trumpiana prevede una politica reazionaria di ricolonizzazione nelle zone di influenza occidentale, fondandosi su un neo-capitalismo di stato (che, rispetto a quello cinese, al privato concede ben più potere), con un mix di gestione neo-monarchica del potere politico e di ampio spazio offerto nelle strutture e nelle proprietà statali alle grandi multinazionali private della Silicon Valley, del petrolio e dell’IA. Il potere trumpiano, influenzato dalle Big Tech, intende fondere nella gestione statale proprietà pubblica e privata, per trasformare gli Stati Uniti in una colossale azienda nelle mani di un CEO e del suo clan, con i territori da conquistare in base alla loro redditività, in primis a favore dei soci dello Stato-azienda e della famiglia/clan Trump, e affidando il controllo dei parametri essenziali al capitalismo iper-tecnologico delle Big Tech, insediate di fatto alla Casa Bianca al di fuori di ogni controllo democratico.
Nel contempo, però, il documento strategico sembra impegnare il governo USA a fare un passo indietro rispetto al ruolo, nel Dopoguerra, di poliziotto universale, controllore dell’intero pianeta. Il testo dichiara: “Dopo la fine della Guerra fredda , le élite della politica estera americana si sono convinte che il dominio permanente degli Stati Uniti sul mondo intero fosse nel miglior interesse del nostro paese. Tuttavia, gli affari degli altri paesi ci riguardano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi. Le nostre élite hanno gravemente sottovalutato la disponibilità dell’America ad assumersi per sempre oneri globali che il popolo americano non riteneva collegati all’interesse nazionale“. Di conseguenza, insieme al rifiuto di proseguire ad alimentare le strutture transnazionali, dall’ONU in giù, nonché di praticare il “libero scambio” rilanciando invece il protezionismo più smaccato (con la politica ubiqua dei dazi) e rompendo l’asse strategico USA-Europa, l’amministrazione trumpiana sembra voler inviare un messaggio alle due altre potenze imperialiste, Cina e Russia, proponendo una sorta di neo-Patto di Yalta, con divisione concordata delle aree mondiali in cui ciascuna delle tre possa prevalere gestendo economie e territori. Trasparente il segnale inviato alla Russia, a cui si promette il blocco dell’espansionismo Nato, l’abbandono del sostegno all’Ucraina e il riconoscimeno di una “difesa degli interessi nazionali” che avrebbe, come recita la propaganda russa, “costretto” Putin ad aggredire l’Ucraina.
La fragilità della liberaldemocrazia USA di fronte al trumpismo
L’ultimo tassello del puzzle strategico trumpiano riguarda la disgregazione degli equilibri tra i poteri della liberaldemocrazia statunitense, di quei checks and balances, orgoglio della propaganda ideologica USA. Nel giro di pochi mesi, tutti i capisaldi di tale impalcatura “garantista” sono stati aggrediti dal trumpismo. Certo, il disconoscimento della precedente vittoria elettorale di Biden, con i tentativi di falsificare i risultati delle urne e con il sostegno alla mini-insurrezione di Capitol Hill e all’assalto al Campidoglio, “assorbita” dai poteri statali senza conseguenze per Trump, aveva già ridimensionato la presunzione di possedere un’architettura istituzionale democraticamente ineccepibile: ma le accelerazioni nel secondo mandato presidenziale sono state dirompenti. Dall’introduzione scervellata di dazi globali che hanno inimicato agli Stati Uniti una miriade di ex-alleati, all’imposizione dell’ICE, una milizia del sovrano, un esercito semi-privato con licenza di uccidere e immunità totale (vedi i casi agghiaccianti di Minneapolis), formalmente anti-immigrazione ma usato come alternativa al controllo statale del territorio, in una logica da guerra civile; dall’aggressione al Venezuela e a quella minacciata alla Groenlandia fino alla messa in opera, con il Board of Peace, di una sorta di ONU privata con una sfilata di autocrati, dittatori e criminali: tutti questi passaggi hanno messo a nudo come anche l’ordine liberaldemocratico apparentemente più saldo possa essere rivoluzionato da una politica che avochi ad un neo-sovrano, dotato di vasto consenso popolare e aggressività senza limiti, tutti i poteri nazionali e globali. Dunque, se guardiamo la sostanza, oltre la forma sovente surreale, dell’impianto strategico trumpiano, non ci troviamo di fronte al programma di un imperatore pazzoide alla Caligola (pur se l’idea di fare senatore il suo cavallo fu forse una leggenda), ma ad un piano razionale e strutturato. Però, parafrasando Hegel, se tutto ciò che è reale (l’agire globale di Trump) è razionale, purtuttavia non è necessariamente realistico: anzi, la realizzazione dell’intera strategia appare decisamente improbabile. E per una lunga serie di ragioni.
Le estreme difficoltà della spartizione pacifica del mondo e del consolidamento della “monarchia” trumpiana
L’effetto autolesionista per gli Stati Uniti della rottura con gli alleati “storici” è già apparso sia sul terreno economico (i dazi planetari e l’arroganza estrema della loro imposizione) e su quello politico-militare (il progressivo abbandono dell’Ucraina, ma anche dei siriani, dei curdi ecc.): ma forse non sono ancora chiari i prezzi generali di questa hybris di aggressiva autosufficienza. “Gli Stati Uniti non avranno più amici o alleati affidabili e dovranno dipendere interamente dalla propria forza per sopravvivere e prosperare. Ciò richiederà maggiori spese militari e non minori, perchè l’accesso a risorse , mercati e basi strategiche, di cui gli americani hanno goduto fino ad ora, non sarà più garantito dalle alleanze, ma dovrà essere difeso da soli contro le altre grandi potenze…Trump e i suoi sostenitori sembrano credere che gli alleati si adatteranno ad essere subordinati agli Stati Uniti proprio nel momento in cui questi li abbandonano, esigono da loro un pesante tributo economico e cercano di ‘concertare’ con le potenze che li minacciano direttamente (Robert Kagan, America vs. the World, Atlantic)”. Maggiori spese economiche e militari che gli Stati Uniti dovrebbero affrontare mentre il debito pubblico nel 2025 ha raggiunto l’astronomica cifra di 38 mila miliardi di dollari (il 120% del PIL), dovendo pagare annualmente solo di interessi quasi 1000 miliardi di dollari, cioè circa il 20% dei propri introiti fiscali. Ancora Kegan: ” La grande forza degli Stati Uniti in questi anni è stato il sistema globale delle alleanze: quando Russia e Cina andavano in guerra ci andavano da sole, invece gli Stati uniti avevano il sostegno di decine di alleati… L’America è grande e potente perchè ha- aveva – un sistema di alleanze solide , con basi militari sparse ovunque: e ora i trumpiani si aspettano che i paesi europei e asiatici si uniscano agli Stati Uniti ogni volta che questi ne abbiano bisogno, mentre non ricevono nulla in cambio?”.
Altrettanto irrealistica appare la speranza che Russia e Cina accettino l’offerta un una neo-Yalta, di una spartizione pacifica del mondo, con la divisione concordata delle aree di influenza. La condizione dei “sovrani” di Cina e Russia è vistosamente diversa da quella di Trump che può contare su una storica base di egemonia nelle Americhe. La Russia è un “nano” economico non solo nei confronti di USA e Cina ma persino del Giappone, della Germania, ed è sopravanzata persino dall’Italia, petrolio e gas a parte: di conseguenza, è un imperialismo estremamente aggressivo sul piano bellico, non avendo altri strumenti per estendere la propria influenza nel mondo. Il tentativo di recupero della potenza dell’URSS è stato giocato da Putin sul puro piano guerresco, dalla Georgia alla Crimea, dal Donbass alla Siria e al Nagorno Karabakh, dai mercenari in mezza Africa fino all’invasione dell’Ucraina. Ma la ricostruzione della potenza sovietica è ancora ben lontana, e non a causa della Nato. L’argomento dell’aggressione dell’Ucraina per il timore di avere la Nato ai propri confini è una bufala colossale che solo i “campisti” putiniani (quelli per i quali l’antimperialismo è tale solo se confligge con USA e Israele, i nemici dei quali, che siano dittature ignobili come quella iraniana o regimi repressivi “neozaristi” come quello russo, sono di default alleati) possono sostenere. Non solo non è mai esistita alcuna possibilità che l’Ucraina entrasse nella Nato ma, paradossalmente, la maggiore espansione Nato ai confini della Russia l’ha provocata lo stesso Putin aggredendo l’Ucraina e spingendo, oltre la Svezia, un paese storicamente neutrale come la Finlandia, che con la Russia ha quasi il doppio di chilometri di confine rispetto all’Ucraina, a entrare nell’Alleanza. Il neo “sovrano” Putin vuole estendere il proprio imperialismo scorazzando tra i continenti, ma in particolare vuole la conquista dell’Ucraina non già per la sicurezza militare dei confini ma per timore che un paese, “gemello” storicamente, con la sua scelta della liberaldemocrazia europea, “contagi” la popolazione russa. Ma, se Trump può blandire Putin con il disimpegno dall’Ucraina, non può andare oltre, garantendogli davvero aree di “influenza protetta”, nè in Europa, nè in Medio Oriente – dove, anzi, oltre alla disgregazione dei capisaldi russi in Siria, Libano, Iran, operata da Israele, la massiccia presenza USA nella gestione di Gaza e le reiterate minacce di questi giorni all’Iran, dimostrano ulteriormente che l’imperialismo USA non ha nè volontà “isolazioniste” nè davvero intenzione di circoscrivere il suo intervento al solo “campo occidentale” – tantomeno in Centro e Sud America ove la strategia trumpiana punta a dissolvere tutte le “roccaforti” filorusse.
In quanto alla Cina, essa non teme affatto lo scervellato protezionismo trumpiano. Nel 2025, malgrado una perdita del 20% per le esportazioni cinesi verso gli USA, esse sono aumentate del 26% verso l’Africa, del 13,4% verso il Sud-Est asiatico e dell’8,4% verso l’Europa, con un saldo totale positivo del 5,5% (circa 3770 miliardi di dollari) e un surplus commerciale di 1189 miliardi, senza contare che la Banca centrale cinese detiene almeno 1000 miliardi di dollari di debito USA. Più in generale, la forza del potere economico- politico cinese va ben al di là di queste cifre, pur significative. Rispetto al neo-capitalismo di stato USA, quello cinese, consolidato da decenni, offre un combinato pubblico-privato garantito dall’egemonia statale del Partito Comunista sui capitali multinazionali privati che operano in Cina, tale da non risentire delle dipendenze USA dai potentati privati della Silicon Valley et similia, che gestiscono larga parte dello sviluppo tecnico e militare statunitense. Per giunta, la “sovranità” di Xi Jinping ha una solidità nettamente superiore a quella trumpiana negli USA, contando sul retroterra poderoso della borghesia di Stato del PCC, che la fa somigliare ad una “monarchia costituzionale” che non deve affrontare elezioni periodiche, mentre quella trumpiana, che si vorrebbe “assoluta”, è però costretta a dipendere dalle incognite elettorali. Comunque, Trump non può garantire alla Cina una sfera di influenza pari a quella che rivendica per gli USA nelle Americhe, perchè, oltre alle mire insoddisfatte su Taiwan, la Cina non può ottenere neanche una “sottomissione ” di Giappone e Corea del Sud, potenze sub-imperialistiche dell’area, mentre in Venezuale ha subito un arresto della sua espansione in America Latina.
Infine, appare assai incerta pure la stabilizzazione della sovranità trumpiana negli Stati Uniti. Se è vero che la glorificata liberaldemocrazia USA si è rivelata permeabile a brutali incursioni neo-monarchiche e allo sfacciato prevalere temporaneo di Trump sugli altri poteri, il consolidamento di tale sovranità appare davvero aleatorio. E non solo perchè comunque il potere trumpiano, per quanto ora sembri schiacciante, deve affrontare le varie scadenze elettorali, a partire da quella del mid-term, oltre alle forti reazioni popolari contro le violenze dell’ICE: ma ancor più perchè il progetto neo-monarchico opera con un avventurismo da spregiudicato giocatore d’azzardo a livello planetario, ingigantendo il campo dei nemici degli USA e riducendo all’osso, se non a zero, quello degli alleati fidati. In più, alla fragilità economica statunitense si contrappone la confuciana “serenità” dell’espansione mondiale, tramite conquiste economiche e non belliche di territori, del potente e originale capitalismo di stato cinese, che sarebbe, a mio parere, destinato a vincere la contesa se essa si mantenesse sul piano economico. Tutto ciò mi porta a ritenere assai improbabile una spartizione pacifica del mondo tra i tre imperialismi, laddove, di contro alle illusioni del pacifismo, il multilateralismo (che vede in gioco anche altri sub-imperialismi come India, Turchia e Arabia Saudita) è lontanissimo dal garantire uno sviluppo pacifico del pianeta, apparendo anzi foriero di ancor maggior instabilità e bellicosità: e che dunque un’eventuale spartizione non potrebbe essere che brutalmente “armata”. Insomma, altro che Nobel per la Pace, per Trump è più probabile conquistare un Nobel della Guerra, di certo in competizione con Putin: il quale però ha almeno avuto l’accortezza di chiamare la feroce e criminale aggressione all’Ucraina “operazione militare speciale“, mentre Trump si è persino battuto per ridenominare Ministero della Guerra il Ministero della Difesa USA.
Piero Bernocchi




















